Proviamo semplicemente a pensare al nostro corpo, campione di equilibri e sistemi non del tutto spiegabili. Il sangue che circola nel nostro corpo esce dal cuore carico di ossigeno (sangue arterioso, rosso) e vi rientra carico di anidride carbonica (sangue venoso, blu). Questo ciclo che mai si interrompe permette al nostro organismo di mantenere una certa omeostasi e ci garantisce la sopravvivenza.
Un altro spunto è rintracciabile nell’alchimia che conosce due vie: la mano destra (maschile, attiva, estroversa, violenta: rossa) e la mano sinistra (femminile, passiva, introversa, intuitiva: blu).
Ecco allora che intuiamo come il viola derivi dall’incontro di due energie tra loro opposte, il cielo e la terra si incontrano e con essi i sensi e lo spirito.
Viola è dunque colore della temperanza, dell’equilibrio e della temperanza, dell’unione e della saggezza. Ma tali caratteristiche sono attribuibili solo a quella gradazione di viola derivante da uguali quantità di blu e di rosso: il lilla. In quanto “viola intermedio”, il lilla allude all’equilibrio, alla misura e alla moderazione. Per Jung il violetto indica “l’unione di due nature”, di corpo e spirito, rosso e azzurro.
Negli altri casi, in cui prevarrà un po’ di più il blu o il rosso, sarà come “tentare la giusta combinazione” per tendere all’equilibrio. Saranno allora presenti ambivalenza, ambiguità, vissuti conflittuali. Goethe dice: “più che animare, rende inquieti.”
Il XIV arcano dei tarocchi è la Temperanza. Rappresenta, in linea con quanto descritto sopra, un angelo che tiene in mano due vasi: uno azzurro, uno rosso. Trai due scorre un liquido incolore, che possiamo immagina come violetto, risultante dal perpetuo scambio tra il rosso ctonio degli impulsi e l’azzurro uranico.
Circa la metà degli aborti spontanei sono causati da anomalie cromosomiche embrionali, anche se i genitori sono geneticamente sani.
La loro diagnosi viene fatta purtroppo solo raramente, eppure oggi disponiamo della tecnologia per poter fare questa diagnosi, essa si basa sulla tecnica di ibridazione del Dna: QF-PCR, anche se nella maggior parte dei casi non si usa ancora come prassi fare la PCR sui residui abortivi, bensì solo l’esame istologico che, nella maggior parte dei casi, non dà spiegazioni sulle cause dell’aborto
Quando invece almeno uno dei due genitori è portatore di un’aberrazione cromosomica strutturale esiste la possibilità di aborto dovuto a trasmissione nell’embrione della stessa anomalia genetica del genitore. Questo è il caso del 3-6% delle coppie interessate da aborti ripetuti.
Cause anatomiche
È da tempo noto che la presenza di un’anomalia anatomica dell’utero è in grado di determinare aborti ripetuti (10-15% dei casi).
Cause anatomiche congenite Difetti di fusione dei dotti che danno origine all’utero (dotti di Muller): Utero Bicorne/Utero setto. A queste anomalie, si associano frequentemente sterilità, aborto ricorrente e complicanze ostetriche come parto pretermine, anomala presentazione fetale e ritardo di crescita intrauterino
Cause anatomiche acquisite comprendono sinechie intrauterine, miomi (fibromi). Le sinechie sono aderenze intrauterine spesso causate da sequele di infezioni uterine o possono essere il risultato di pregressi interventi diagnostici o terapeutici sull’utero.
I miomi (fibromi) uterini in qualche caso, potrebbero causare l’interruzione della gravidanza per un fattore meccanico, in relazione alle dimensioni, alla posizione ed alla sede del mioma, o per diminuzione dell’apporto ematico alla placenta.
Per quanto riguarda la diagnosi delle malformazioni congenite dell’utero l’unico esame veramente utile è l’Ecografia Tridimensionale. L’isteroscopia, essendo un esame privo della dimensione della profondità, potrebbe non vedere un utero bicorne.
Per quanto riguarda la diagnosi di fattori anatomici acquisiti quali polipi, miomi etc. l’esame ecografico, per via vaginale, con apparecchio ad alta risoluzione 2D o 3D, resta l’esame migliore. Utile anche l’isteroscopia, specialmente per la valutazione di sinechie, ma quest’ultima, però non vede i miomi intramuralli.
Cause endocrine
Si ritiene che fattori endocrini contribuiscano all’aborto ricorrente nel 10-20% dei casi. Deficit della fase Luteale Un’insufficienza della fase luteale, definita come anomala funzione del corpo luteo, con una diminuita produzione di progesterone svolge un ruolo di primaria importanza nell’aborto spontaneo
Anomalie della funzione Tiroidea La gravidanza implica modificazioni della funzione tiroidea che possono essere considerate tra le più significative quali conseguenza di una condizione fisiologica. La presenza di disturbi della funzione tiroidea o il suo mancato adattamento alla gravidanza possono influenzare l’esito della gestazione sino a determinare aborti. L’ipertiroidismo non influisce sull’abortività, solo l’ipotiroidismo
Aborto spontaneo ricorrente e sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) Squilibri nella produzione ormonale, come quelli che si verificano nella PCOS, sono un’altra causa endocrina potenzialmente in grado di indurre un aborto spontaneo. La presenza di PCOS è stata riportata nel 44 – 82% delle pazienti con aborto ricorrente.
Aborto spontaneo ricorrente e Prolattina
La prolattina viene spesso trascurata come causa possibile di aborto spontanei, invece livelli di prolattina elevati sono in grado di provocare aborto spontaneo interferendo con la normale secrezione di gonadotropine e l’attività del corpo luteo, con conseguente insufficienza della fase luteale. Anche livelli bassi di prolattina possono ostacolare la gravidanza La prolattina, infatti, che è prodotta anche nel miometrio, nell’endometrio e nei tessuti deciduali e potrebbe essere coinvolta nella crescita intrauterina dell’embrione.
Cause infettive
Batteri Il Mycoplasma hominis e Ureoplasma Urealyticum, sono i microrganismi più comunemente associati ad aborto spontaneo. Questi microrganismi possono determinare infezioni ascendenti con endometriti e salpingiti ma anche corioamnionite (infezione del liquido amniotico) e morte del feto.
La Chlamydia trachomatis è un altro batterio trasmesso principalmente per via sessuale, il cui ruolo nell’aborto spontaneo è indiscusso. Infezioni da Trachomatis della cervice si accompagnano ad aborti del secondo trimestre ed a rottura prematura delle membrane.
Lo Streptococco di gruppo B (in particolare quello agalattico) induce una rottura prematura delle membrane e può infettare i tessuti feto-placentari, con conseguente aborto. In caso di aborto spontaneo non trascurate mai di effettuare il batteriologico vaginale e cervicale per la ricerca oltre che dei batteri anche di Chlamydia, Mycoplasmi ed Ureaplasmi, prima di intraprendere una nuova gravidanza.
Virus Cytomegalovirus si tratta per fortuna di un infezione che si contrae asai raramente, oltre ad essere causa di aborto questo virus può causare deficit neurologici e ritardo mentale nei figli di madri infette. Purtoppo non c’è terapia, ma fortunatamente l’infezione guarisce in poco tempo e resta immunità per tutta la vita.
Herpes virus Se colpisce una donna in gravidanza, vi è un maggior rischio di aborto spontaneo. Altri virus, quali virus dell’epatite B e C, HIV, sono stati indicati come responsabili dell’aborto spontaneo.
Parassiti II Toxoplasma è un protozoo endocellulare dei mammiferi, che ha come ospite definitivo il gatto. L’uomo può infettarsi per contatto con le feci dell’animale oppure per l’ingestione di carni e verdure infestate dal parassita. Tanto più precoce è l’età gestazionale alla quale si contrae l’infezione, tanto meno è frequente la trasmissione verticale, ma tanto più gravi sono le conseguenze per il feto. Infatti, l’infezione contratta nelle prime 10 settimane di gravidanza può causare aborto.
Altri Microrganismi Brucella abortus, coccobacillo, microrganismo presente nel latte delle mucche infette e che quindi può trovarsi anche nei latticini preparati con latte non pastorizzato) non provoca diarrea ma si manifesta con febbre, profonda stanchezza, sudorazione eccessiva e dolori articolari. la brucellosi, anche se raramente, può provocare aborto se colpisce la donna in gravidanza.
Listeria Monocytogenes si trova nel suolo e nelle acque, e quindi può facilmente contaminare ortaggi e verdure. La listeriosi può causare aborto spontaneo o parto prematuro, morte in utero o infezione del feto. I sintomi, nel caso delle donne incinte, sono molto simili a quelli di una influenza leggera. I sintomi dei dolori muscolari e di febbre (particolarmente in donne incinte) così come la diarrea, il collo rigido, la confusione o l’emicrania possono spingere i medici ad esaminare ad infezione di listeria.
ALTRI FATTORI
Ambientali
Molti altri fattori e correlazioni sono stati coinvolti nell’aborto sporadico e recidivante. Sono ad esempio considerati agenti abortivi l’esposizione cronica a solventi organici, a tetracloruro di carbonio ed a metalli pesanti come mercurio e piombo
Farmaci
Tra i farmaci maggiormente implicati nella genesi dell’aborto spontaneo vi sono gli antiprogestinici l’RU486 e gli antagonisti dell’acido folico, come il Metrotrexate. Anche farmaci antineo-plastici come la Ciclofosfamide, il Fluorouracile e la Doxorubicina.
Anche l’Isotretinoina, usata per trattare l’acne cistica grave, può provocare malformazioni congenite e aborto spontaneo.
Anomalie placentari
Le anomalie placentari sono un’altra potenziale causa. Queste rare anomalie, come la placenta circonvallata e la placenta marginata, si ritiene che più verosimilmente determinino interruzioni nel secondo o terzo trimestre di gravidanza.
Malattie materne
Diverse malattie materne potenzialmente possono favorire l’aborto, come ad esempio le malattie reumatologiche, malattie autoimminitarie o le malattie cardiache e renali gravi.
Dopo un aborto spontaneo le sensazioni di vuoto, di smarrimento, di incredulità e di impotenza ci accompagnano e ci trasportano in una dimensione quasi surreale in cui ci si sente sospesi dalla realtà e incredibilmente soli. Culturalmente ci hanno insegnato che l’aborto è una cosa normale, che capita a tutti, e quindi cosa significa? che si dovrebbe soffrire di meno? Per questo motivo, molto spesso, ci si sente in dovere di rialzarsi subito, di ricominciare come se nulla fosse accaduto, mettendo da parte o negando le nostre emozioni. Ma una vocina, la nostra vocina, continua a sussurrarci delle domande, domande a cui non sempre si riesce a dare risposta…
PERCHE’ A ME?
Come spesso accade, nonostante le tipiche paure che accompagnano una gravidanza, non penseremmo mai davvero che possa accadere a noi. Quando sentiamo dirci “non c’è battito”, “la gravidanza si è interrotta”…rimaniamo attoniti, non ci crediamo, non è possibile! Perché a me? Io che ero pronta ad accogliere questo bambino, che l’ho cercato con amore, che ho condiviso questa esperienza con il mio compagno, che ho preparato uno spazio per lui….perchè a me?
Cominciamo a cercare risposte a questa triste domanda che difficilmente troverà una risposta, semplicemente perché non ce l’ha. Sarà stato il destino, la natura, doveva andare così, meglio così perché probabilmente il bambino avrebbe avuto dei problemi, probabilmente io e il mio compagno non eravamo davvero pronti…potrei andare avanti per pagine, e sicuramente chiunque leggerà queste righe avrebbe da aggiungere qualcosa.
Cercare una risposta a questa domanda ci blocca in una dimensione di dolore in cui non trova spazio l’evoluzione, poiché tutte le energie tendono al passato, alla ricerca di qualcosa che possa renderci meno tristi. E’ successo a me perché può succedere: devo accettare il mio dolore e quello del mio compagno, guardarlo, sentirlo, elaborarlo, tendendo al domani.
HO FATTO QUALCOSA DI SBAGLIATO?
Forse ho fatto troppi sforzi, forse non avrei dovuto bere quel bicchiere di vino, forse ho mangiato male, forse, forse…Quante di queste domande logorano il nostro mondo interno dopo un aborto spontaneo? Ma proviamo a pensare…cosa potrebbe cambiare oggi anche scoprendo che magari uno dei nostri dubbi venga confermato? Nulla! A volte si impongono degli esami per verificare la possibile presenza di anomalie, ma anche in questo caso purtroppo non abbiamo il potere di cambiare gli eventi in senso retrospettivo. Per fortuna invece possiamo tendere al futuro e buttare via i “se” e i “ma”. Ieri è passato, non perdiamo quello che ci ha insegnato, ma non è li la nostra vita. Noi siamo qui oggi e domani.
PERCHE’ NESSUNO MI CHIEDE NIENTE?
Silenzio. Nessuno ci chiede come stiamo, spesso nemmeno chi ci stà più vicino, a nostra volta tendiamo a non parlarne. Silenzio. Dentro di noi nascono dubbi e perplessità, ci sentiamo sole/i. Potremmo trovarci a pensare che nessuno ci capisce, ci vuole bene, che tutto il mondo intorno a noi sottovaluta quello che ci è accaduto, o che comunque un comune velo di omertà ci lascia sole nel nostro dolore.
Davanti ad un lutto, o più in generale ad un evento tragico, ogni persona reagisce in modo diverso e non dipende da quanto bene ci voglia. C’è chi teme di riaprire una ferita ed evita l’argomento, c’è chi non sa cosa dire per paura di sbagliare, c’è chi ha paura del dolore e ne vuole rimanere lontano, c’è chi rivive proprie esperienze e soffre talmente tanto da non riuscire a supportarci.
Che fare allora? Io ho bisogno di non sentirmi sola… Parlare e chiedere aiuto. Non dobbiamo avere paura di disturbare il silenzio che ci circonda, così come chi ci sta intorno non dovrebbe avere paura di rompere il nostro di silenzio. Ogni donna, ogni uomo, vive l’esperienza dell’aborto spontaneo in modo personale, in base ai molti fattori che vanno a caratterizzare le singole vite e personalità dei genitori e della coppia; pertanto è possibile che davvero chi ci sta intorno possa non comprendere la nostra situazione. Quindi parliamo, senza paura, piangiamo, senza vergogna.
ABORTO SPONTANEO: QUANDO RIPROVARCI?
Che l’aborto spontaneo si risolva con un raschiamento, naturalmente o con un parto indotto, il nostro corpo non impiega molto ad essere pronto per accogliere una nuova gravidanza. Ma la nostra mente?
Lo spazio mentale per il bambino che verrà inizia a formarsi nel nostro mondo psichico non appena l’idea di divenire genitori prende piede. Piano piano le nostre fantasie aumentano e cominciamo a costruire una culla psichica, quello spazio che dopo 9 mesi dal concepimento, accoglierà il nostro bambino. Quando subiamo un aborto il nostro bambino non c’è più, ma la culla è ancora li, la sua culla. Un turbinio emotivo invade il nostro mondo interno: dolore, senso di colpa, rabbia, impotenza, disperazione…Queste emozioni non vanno via con il nostro bambino che non c’è più, ma si attaccano alla culla e aspettano. Aspettano di essere guardate e trasformate in senso evolutivo. Un’altra gravidanza, se troppo precoce, potrebbe rischiare di chiudere momentaneamente un buco affettivo che l’aborto ha creato in noi, il “nuovo” bambino rischierebbe di andare a sostituire quello che non c’è più, e troverebbe si una culla, ma non la sua e per di più carica di emozioni per nulla positive.
Il rischio di una depressione post-partum dopo la nascita di un bambino arrivato subito dopo un aborto è elevato. I genitori, singolarmente e come coppia, hanno bisogno di tempo per elaborare l’evento, ricollocare le emozioni provate e poter costruire un nuovo spazio mentale. Ogni bimbo ha diritto alla sua culla.
AVRO’ UN ALTRO ABORTO?
Andando oltre le percentuali e le statistiche, entro cui non è possibile trovare una collocazione certa, la domanda sopra riportata accompagna la maggior parte delle donne che hanno avuto un aborto, ma non solo. Ogni donna durante la gravidanza viene invasa da diverse angosce, che se non sconfinano in fissazioni, sono necessarie in senso evolutivo. Tra queste c’è proprio la paura di perdere il proprio bambino che risulta indispensabile perché si sviluppi nella madre il senso di protezione e contenimento tipico della funzione materna. Preoccupiamoci di liberare la nostra mente dai fantasmi, prepariamo una nuova culla e viviamo la gravidanza con rinnovata gioia, accogliendo anche le nostre naturali paure senza però che esse ci immobilizzino.
PERCHE’ MIO MARITO NON MI CAPISCE?
La gravidanza, fin da quando viene solo pensata, coinvolge sia l’uomo che la donna. Insieme si diventa futura coppia genitoriale, insieme si fantastica e si condividono forti emozioni. Necessariamente però sia la gravidanza che l’aborto e le emozioni che lo accompagnano, vengono vissuti in modo diverso. Non parlo di un minor o maggiore dolore, ma del corpo. Le donne vivono l’intera esperienza anche attraverso il prorpio corpo. Se l’uomo crea il suo spazio mentale e vede la sua compagna cambiare, la donna sente se stessa cambiare e cambia, sia a livello psichico che ormonale e fisico. Subito dopo un aborto peraltro il corpo della donna per un certo periodo di tempo continua a funzionare come se la gravidanza non si fosse interrotta, questo rende ancora più complicato accettare di aver perso il proprio bambino. A volte questo gli uomini non riescono a comprenderlo. Altri uomini vivono la frustrante sensazione di impotenza, hanno perso il proprio bimbo e non sanno che fare per supportare la propria compagna, può accadere allora che mettano in atto un atteggiamento distaccato in senso difensivo.
Sono svariate le situazioni che possono presentarsi, in ogni caso risulta di particolare importanza condividere le proprie emozioni e sensazioni con il partner e aiutarlo a comprendere. A volte cose che per una donna sono scontate, non lo sono per un uomo, come ad esempio veder ricomparire il ciclo…
COME POSSO AIUTARE LA MIA COMPAGNA CHE HA AVUTO UN ABORTO?
Ci sentiamo impotenti… non possiamo fare niente né per il nostro bambino né per la nostra compagna. Ogni tanto la scopriamo piangere e il suo sguardo non è più quello di prima. Tutte le nostre parole e le nostre attenzioni non bastano a cambiare la situazione. Il profumo di gioia e di attesa che si respirava era pieno delle nostre fantasie, e ora ha lasciato un odore di vuoto e un velo di tristezza.
Vedere soffrire la propria compagna, la propria moglie, è difficile perchè sarebbe molto più facile voltare pagina e cercare subito un altro bambino…si può sempre riprovare no?! …ma i tempi per superare questa perdita non sono sempre gli stessi per tutti e proprio per questo motivo è importante che ognuno rispetti quelli dell’altro. Non c’è sicuramente una regola giusta, non c’è un tempo giusto, non c’è una reazione uguale per tutti.
E’ essenziale che tutte le emozioni che vi attraversano vengano condivise nella coppia. Date alla vostra compagna il tempo che le serve per superare questo momento, accogliete i suoi pianti, le sue parole, la sua tristezza…chiedetele ciò che non capite, ciò che non vi sapete spiegare…condividete con lei i vostri pensieri, senza dover fare la parte del “duro”, di quello che non soffre, perchè non è in questo modo che la aiuterete a non farle pensare a quanto è accaduto, e soprattutto perché probabilmente non è così. Non abbiate vergogna di mostrarvi, ma accettate anche che possano esserci emozioni e sensazioni che a voi non sono familiari e che fanno parte di un vissuto diverso, quello di una donna che aveva dentro di sé un’altra creatura e che in qualche modo sente la responsabilità, forte come un macigno, di non essere riuscita a farla crescere e a metterla al mondo.
Siate comprensivi, accoglienti e mai distaccati, anche se a volte il dolore forte per difesa tende ad essere allontanato.
Consigliatele di rivolgersi ad uno specialista, uno psicologo che la segua in questo processo di elaborazione o di condividere la propria esperienza con persone che si trovano o si sono trovate nella stessa situazione.
Per una donna, in questo momento, la cosa più importante è sentirvi vicino, sapere di poter esprimere senza paura e vergogna le proprie emozioni, senza porsi il problema di doverle controllare perché andrebbero a rompere degli equilibri o a rattristarvi.
MA L’ABORTO E’ UN LUTTO?
Come ogni perdita anche l’aborto è un lutto. Questa esperienza porta con se un carico di forti emozioni, che pur sembrando assurde e fuori controllo, fanno parte del normale processo di elaborazione, e pertanto è bene conoscerle e riconoscerle e accoglierle come percorso da compiere per superare questo triste momento.
Un’iniziale incredulità, verrà presto sostituita dalla presa di consapevolezza accompagnata da un enorme senso di vuoto e da un forte dolore…concediamoci il tempo per soffrire, per sentirci come ci sentiamo, legittimiamoci ciò che sta accadendo senza pensare che sia strano o “eccessivo”! Tutte queste emozioni porteranno con se un gran senso di solitudine e la sensazione di non essere comprese.
Presto arriva anche la rabbia, con se stesse per aver fatto qualcosa di sbagliato, verso il proprio marito, che magari quella volta ci ha fatto andare a far la spesa da sole…o anche con la nostra più cara amica che magari ha il pancione che sta continuando a crescere…insomma la rabbia nei confronti di tutti, perché non è giusto! E’ una rabbia sana, è normale che ci sia perché in realtà non è realmente rivolta verso gli altri, ma fa parte di questo momento di passaggio.
Ed ecco che arriva a trovarci anche il senso di colpa, che ci fa sentire totalmente responsabili per ciò che è accaduto. Sicuramente sappiamo bene di aver fatto tutto ciò che pensavamo fosse giusto e che in noi non c’era certo l’intenzione di fare del male al nostro bambino!
Queste ed altre emozioni potrebbero caratterizzare il periodo che segue l’aborto. Non spaventiamoci di fronte a tanto scompiglio, ma accogliamo ciò che accade e legittimiamoci il nostro tempo per soffrire.
PERCHE’ DOPO TANTO TEMPO MI SENTO ANCORA COSI’ MALE?
A volte davanti ad evento traumatico ci difendiamo cercando di non pensare, di fare finta di niente, di scacciare i brutti pensieri il più velocemente possibile. Ci diciamo che doveva andare così e andiamo avanti, soffocando il dolore. I traumi però per loro natura non scompaiono. Si nascondono nel nostro inconscio e ad essi si legano tutte le emozioni a cui non abbiamo concesso il giusto tempo.
Quel boccone che con fatica abbiamo buttato giù, pensando di liberarcene o che comunque con il tempo si sarebbe sciolto, rimane lì. Può accadere allora che un qualsiasi evento ci faccia sentire nuovamente quel sapore amaro che pensavamo scomparso, e trovarci dopo tanto tempo a fare i conti con ricordi lontani ma ancora così carichi di emozioni da lasciarci senza parole, senza fiato.
Ogni individuo, in quanto unico, ha i suoi tempi e le sue modalità per trasformare e rendere accettabile un evento traumatico. Non possiamo fare finta di niente, perché quello che ci succede non scompare, rimane dentro noi, ma per fortuna abbiamo il potere di liberarlo dalle emozioni che ci non ci fanno progredire. Prendiamoci il tempo necessario perché questo avvenga e se opportuno facciamoci aiutare.
COME POSSO FARMI AIUTARE?
Subito dopo un aborto cerchiamo risposte: “spulciamo” il web e le librerie alla ricerca di una frase risolutrice, che ci aiuti a girare pagina. Ma non è questo il modo per farsi aiutare, poiché probabilmente non troveremo mai la risposta che cerchiamo e rischieremmo di bloccarci dentro i mille perché.
Che fare allora? E’ importante ascoltarsi, guardarsi allo specchio e riconoscersi con il proprio “nuovo, nuovo corpo”, sentire tutte le emozioni che ci invadono e piangere. Condividere i ricordi e non avere paura di chiedere al nostro compagno/a, o amico di accoglierci nel nostro sfogo, anche più e più volte. Saremo ripetitive? Va bene, ma è necessario non trattenere. Ci troviamo di fronte ad un lutto e abbiamo tutto il diritto di prenderci del tempo per elaborarlo, nei modi che per ognuno sono più congeniali: c’è chi userà le parole, chi la pittura, chi scriverà…
L’esperienza ha dimostrato come risulti particolarmente utile parlare con persone che hanno vissuto la stessa situazione, riteniamo in questo caso che avere la possibilità di partecipare a dei gruppi di auto mutuo aiuto dedicati sarebbe un’occasione da non lasciarci sfuggire. Nel quotidiano difficilmente troveremo donne che hanno voglia di condividere l’esperienza dell’aborto andando oltre il “è successo anche a me, passerà!”.
Il supporto di uno psicologo può anch’esso risultare uno strumento prezioso, ci si prende uno spazio tutto nostro e ci si fa accompagnare lungo il percorso di elaborazione, indispensabile perché eventualmente si possa pensare ad una nuova culla mentale circondata da emozioni positive.
Ho sempre associato il verde con la speranza, la natura, il benessere. Seduti all’ombra di un grande albero in primavera, chi non fa un bel respiro e lascia spazio ai pensieri e la fantasia? Nell’ultimo periodo ho avuto a che fare con questo colore in diverse circostanze, finchè l’altra notte in sogno una mia cara amica mi ha invitata ad accogliere dentro me un po’ di verde…
Il verde deriva dalla mescolanza tra il giallo e il blu:
“Il blu, possedendo un moto diametralmente opposto, frena il giallo e i due movimenti opposti si annientano reciprocamente e si ottiene una totale immobilità e quiete.” ( Kandinsky, 1974)
La speranza legata al verde è legata solo a quelle tonalità cariche di giallo, è allora primavera ..L’archetipo verde assume diverse caratteristiche legate alla rinascita e la fecondità ma anche al suo ruolo di terzo mediatore (archetipo del 3). Allora possiamo immaginare il verde tra i caldi raggi del sole, carichi di energia e il sottostante blu del mare, portatore di altrettante ma opposte energia. Il verde nella sua posizione di mediano, tende all’equilibrio, alla stasi e si lega ad una certa tensione interiore. Tale tensione può spingerci verso una rinascita, una rigenerazione o al contrario verso un ripiegamento difensivo su dise. In quest’ultimo caso dovremmo fare nostra la pazienza e la perseveranza che il verde ci offre per continuare a guardare senza paura le foglie del grande albero fichè esse non raggiungano un equilibrio tale da farci sentire in quiete.
Curiosità..
Per i cinesi, l’onnipotente Giada (Yu), era incarnazione terrestre del principio cosmico jang: attivo, mascchile, fecondatore e vivificante.
L’induismo attribuisce il verde al quarto chakra e tra i suoi disturbi colloca quelli che caratterizzano le persone fredde, isolate, carenti di empatia, timorose dell’intimità e intolleranti verso sè e gli altri.
Jung abbina il verde al tipo sensazione.
Per Luscher il tipo verde si caratterizza di una forte tensione interna, legata ll’aspetto tensivo del colore (tra giallo e blu).
IL RAGNO“Il ragno come tutti gli animali a sangue freddo o come tutti quelli che non hanno un sistema nervoso cerebro-spinale, ha la funzione nella simbologia onirica di rappresentare un mondo psichico che ci è estraneo al massimo...”
(C.G. Jung – Opere vol.X- Bollati Boringhieri To)
Per quanto i ragni per molti di noi non rappresentino certo una simpatica compagnia, non è raro che appaiano nei nostri sogni, così come all’interno di miti e religioni di diverse culture.
Proviamo a pensare a questo magico animale, le sue otto zampe e la sua ragnatela…se da una parte crudele predatore cattura le sue vittime e le finisce con il veleno, dall’altra con estrema creatività costruisce quella che sarà oltre che la sua casa, la trappola per le sue prede. Ecco che allora possiamo giustificare l’angoscia e l’inquietudine che ci investono davanti al ragno, animaletto di cui sono sicura qualcuno avrà da aggiungere qualcosa…
La ragnatela può essere paragonata ad un mandala andando a rappresentare la completezza del sè.
Il ragno ci rimanda al femminile, in particolare ad un materno da una parte divorante, dall’altra rassicurante (bisogno di rimanere avvolti nelle “braccia” materne). In ogni caso si ha in genere a che fare con qualcosa di estremamente intimo e profondo, probabilmente conflitti o preoccupazioni che generano una certa angoscia e che in qualche modo coinvolgono il mondo del “femminile”.
Come spesso accade, però, risulta particolarmente significativa l’emozione suscitata dall’animale nel sogno.
Quando parlo di Psicodramma, molti amici e conoscenti non capiscono a cosa mi riferisco…mi rendo conto che non è facile da spiegare in poche righe e che ogni tentativo è riduttivo rispetto alla grandezza di questo “strumento”. Il consiglio che mi sento di dare ad ognuno di voi è di provare, perché solo in questo modo ci si può fare un’idea, anche solo vaga, di che cos’è lo psicodramma!
Ricordo la prima volta che partecipai ad una sessione aperta…ero molto agitata, non sapevo bene cosa dovessi fare, non conoscevo nessuna delle persone presenti, avevo paura e forse anche un po’ di vergogna…ma Mario Valzania, quello che poi è diventato il mio Maestro, un grande maestro, è riuscito in poco tempo ad allentare la tensione, a farci sentire a nostro agio, permettendoci di esprimerci liberamente nell’esperienza in cui ci ha condotto…e da quella volta non sono più riuscita a farne a meno!
Per me è diventato non solo un metodo di lavoro privilegiato, ma anche una scelta professionale. Mi sono formata per condurre gruppi utilizzando questo approccio ed eccomi qui, nel tentativo di dare qualche risposta ai più curiosi…
Che cos’è lo psicodramma?
Lo Psicodramma è un approccio teorico e metodologico utilizzato principalmente nel lavoro con i gruppi, che privilegia l’azione rispetto alla parola.
Parlando di Psicodramma ci si riferisce all’approccio Classico, ideato da J.L.Moreno, perché con il tempo si sono diffusi altri tipi di psicodramma (analitico, junghiano) che, pur privilegiando il lavoro attivo, si esplicano in modo differente.
A cosa serve?
Lo psicodramma è utilizzato in diversi ambiti: psicoterapeutico, educativo, formativo, nella prevenzione e promozione del benessere, nella crescita personale, nel sostegno al ruolo sociale e professionale… l’obiettivo varia in funzione del contesto in cui si utilizza.
Privilegiare lo psicodramma rispetto ad altri approcci teorici e metodologici può essere utile per diffondere un modo di lavorare con le persone più legato all’esperienza vissuta che al racconto della stessa.
Lo psicodramma integra il lavoro corporeo con quello verbale, andando a risvegliare quei vissuti emotivi legati all’esperienza, che spesso rimangono in secondo piano nei racconti, o perché inconsapevoli, o perché “mascherati” dalla razionalità.
Lo scopo è quello di creare, in un contesto protetto, uno spazio di auto-riflessione e di incontro autentico con se stessi e con gli altri.
In cosa consiste?
È difficile rispondere a questa domanda, perché lo psicodramma utilizza diverse tecniche specifiche e una struttura ben delineata, ma i contenuti di ogni esperienza sono assolutamente variabili, in base alla finalità. La struttura generale comprende una fase di riscaldamento del gruppo e di giochi interattivi, una fase di lavoro centrale in cui ci può essere una rappresentazione scenica, un role-playing, un lavoro sociodrammatico (centrato sul gruppo) etc etc… e un momento finale di condivisione dei vissuti sull’esperienza fatta (chiamato sharing).
Lo psicodramma, o più in generale i metodi attivi, si avvalgono dell’utilizzo anche di altri approcci espressivi che possono essere utili allo scopo.
A chi è indirizzato?
Lo psicodramma è utilizzato prevalentemente nel contesto di gruppo, anche se alcune tecniche possono essere utili anche nel supporto individuale (chiaramente il valore catartico non è lo stesso, perché il gruppo ha una funzione molto importante!).
È indicato nel lavoro con i gruppi reali, come i membri di un’équipe o persone che si vedono abitualmente per uno scopo, al fine di lavorare sul ruolo professionale, sulla dinamica di gruppo, sulla condivisione ed elaborazione dei vissuti.
È indicato per chi ha difficoltà a “mettersi in gioco” in un gruppo, perché aiuta a sperimentarsi in un contesto in cui l’assenza di giudizio, la simmetria e la circolarità della comunicazione all’interno del gruppo sono i principi fondanti, e in cui il vissuto soggettivo ha importanza primaria.
È indicato per chi ha voglia di accrescere la conoscenza di sé e di potenziare le proprie risorse, utilizzando un approccio che permette di esprimersi in modo creativo e spontaneo.
È indicato per chi ha voglia di togliersi la “maschera” e sperimentare un nuovo modo di giocare il proprio ruolo nei diversi contesti del quotidiano.
Da quante persone è formato un gruppo?
Il numero è variabile, ma un buon gruppo potrebbe essere di 10-12 persone.
Si può assistere senza partecipare?
Nello psicodramma, come in tutti gli altri metodi di lavoro con il gruppo, vige la regola della segretezza di ciò che avviene nel gruppo; dunque sarebbe destabilizzante e addirittura fastidioso avere una persona che è presente solo come uditore non partecipante, perché ciò non favorirebbe la condivisione dei vissuti soggettivi. L’essere uditori presuppone un “distacco giudicante”, e quindi andrebbe a intaccare il principio dell’assenza di giudizio. Immaginatevi di essere in un gruppo e di dover parlare di qualcosa di vostro con qualcuno che vuole solo guardare da lontano…come vi sentireste?!
Lo psicodramma rispetta però le individualità di ognuno, quindi tutti i partecipanti al gruppo saranno legittimati a mettersi in gioco nella misura in cui si sentiranno di farlo. Ci saranno poi dei momenti in cui, durante la rappresentazione scenica, alcune persone fungeranno da uditorio, e quindi parteciperanno solo come osservatori.
Fare psicodramma significa fare teatro?
Lo Psicodramma nasce dal Teatro della Spontaneità, un’invenzione di Moreno degli anni ’20 a Vienna, quindi qualcosa che ha a che fare con il teatro c’è!
La parola psicodramma infatti deriva dal greco (psiché =anima e dràma=azione, spettacolo scenico) e definisce un modo di esplorare il mondo psichico e le relazioni attraverso l’azione e la rappresentazione scenica.
La messa in scena, dei propri vissuti, prevede quindi un protagonista e degli attori che fungono da ausiliari, ma non è data importanza alla performance, ma solo al processo, ossia al percorso introspettivo che avviene durante la rappresentazione.
La condivisione in questo modo risulta talmente reale da permettere all’uditorio-pubblico di rispecchiarsi nelle storie degli altri, e agli attori di assumere dei ruoli in cui identificarsi o distanziarsi. Il protagonista invece ha la possibilità di vivere da attore e di osservare la propria scena, creando un decentramento percettivo che favorisce l’auto-riflessione e la ridefinizione dei propri vissuti.
Cos’è una sessione aperta?
Una sessione aperta di Psicodramma è un’esperienza di lavoro di gruppo di circa due ore, in cui si sperimenta il metodo psicodrammatico.
Spero di essere riuscita a chiarire qualche quesito e qualche dubbio…ora non vi resta che provare!
“Il mancinismo(…)non è una malattia, un’infermità da deplorare o da temere, nè una condiziione da rispettare o da contrastare. E’ un carattere biologico, una delle normali possibilità di instaurazione della dominanza di un emisfero cerebrale sul suo omologo.”
(Prof. Stéphane Thieffry, neuropsichiatra)
Fin da quando prende in mano il primo pennarello il mancino, più che il destrimane, si trova ad affrontare una difficoltà, che coinvolge anche l’area affettiva: lui fa più fatica! Sarà importante quindi aiutare il bambino in modo che possa valorizzare se stesso e la sua mano, spesso invece condìsiderata “maldestra”.
I bambini mancini, soprattutto inizialmente, tendono ad avere maggiori difficoltà rispetto ai destrimani per quanto riguarda la motricità fine, la velocità del gesto e la precisione nell’orientarsi nello spazio grafico.
A scuola il bambino dovrà imitare (magari copiando dalla lavagna) dei gesti che dal suo punto di vista vengono fatti al contrario, non sono fatti per la sua mano! Ancora piccolo allora si troverà a dover invertire i gesti che vede fare dagli altri e adattarli a sè, viene facile spiegarci le prime maldestrezze…Ecco che l’aspetto affettivo sopra menzionato trova spazio: l’impegno e lo sforzo dei mancini sono grandi e i risultati spesso non corrispondono al duro lavoro.
Un’altra difficoltà che il mancino deve affrontare è il movimento. Per i destrimani è naturale far scivolare la mano da sinistra verso destra, andando verso l’esterno. Ma per chi scrive con la sinistra questo cosa vuol dire? Innanzi tutto andare “conto corrente”, il braccio per seguire la direzione della scrittura si avvicina al corpo e lo urta, frenando la progressione. La visibilità dello scritto si riduce: più la mano avanza meno lo scritto appare visibile, coperto da una mano che spesso impugna male la penna e si sporca con l’inchiostro appena lasciato. I mancini hanno una maggiore capacità di scrivere a scpecchio: riescono a leggere da sinistra verso destra mentre la mano scrive da destra a sinistra…
CHE COSA FARE?
Una volta che sia chiarita la lateralizzazione, il mancino può aiutarsi con un’ impugnatura e una postura corretta, oggi peraltro esistono diversi strumenti grafici appositamente pensati per loro. Infine, soprattutto per quanto riguarda i bambini, non demoralizzarsi e rendere speciale questa particolarità, cercando di non metterli in condizione di dover fare il doppio della fatica dei compagni destrimani…
Curiosità…Leonardo da Vinci, uno dei più grandi mancini, scriveva appunto “a specchio”, si poteva leggere un suo scritto guardandolo allo specchio o a rovescio in controluce.
Comincerei con un ciao e un abbraccio a tutte le mamme…
Quando ne avevo più bisogno, ricordo ore e ore perse davanti al computer, tra forum e siti, alla ricerca di risposte che però non bastavano mai. Leggevo i racconti delle altre mamme e in qualche modo mi sentivo capita. So quanto importante possa essere condivedere l’esperienza dell’aborto, in tutte le sue forme.
Poter parlare con chi passava o aveva passato la mia esperienza è stato importantissimo, per questo invito tutte a non chiudersi dentro il silenzio. Parlare e piangere. Ci renderà più forti, pronte per nuovi progetti, da accogliere con un sorriso nuovo.
Decidere di non aver un figlio è una scelta libera e personale spesso accompagnata da sentimenti ambivalenti. Chiarito che l’interruzione volontaria della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite, possono essere molte le motivazioni che spingono una donna a non portare a termine una gravidanza…La pratica dell’aborto volontario viene svolta in buona parte del mondo, a discrezione della donna nei primi mesi della gestazione, può essere motivata da ragioni di ordine medico, come la presenza di gravi malformazioni al feto, di pericolo per la salute della madre, nel caso in cui il feto sia frutto di una violenza carnale ai danni della madre o per altri motivi indipendenti dalla condizione di salute della madre o del feto: come la condizione economica, familiare o sociale. Dal 1978 la legge 194 non considera più l’aborto un reato contro l’integrità e la sanità della stirpe e ha regolamentato l’interruzione di gravidanza. L’obiettivo dell’articolo è quello di fornire informazioni utili a tutti coloro che non sanno come muoversi in questa situazione tentando di creare uno spazio non giudicante nel totale rispetto delle scelti individuali…..
DI COSA STIAMO PARLANDO
L’Interruzione volontaria di gravidanza (IVG) o aborto provocato consiste nell’interruzione dello sviluppo dell’embrione o del feto e nella sua rimozione dall’utero della gestante. Può essere provocato per via chirurgica o chimica.
METODOLOGIE DELL’ABORTO PROVOCATO
Svuotamento strumentale
È la metodologia maggiormente diffusa. Avviene in anestesia parziale della durata dell’intervento (circa 5 minuti). Consiste nello svuotamento dell’utero attraverso l’aspirazione strumentale dell’embrione o del feto.
A seconda del periodo di gestazione viene effettuato con metodologie diverse:
Isterosuzione
Utilizzata solo entro le prime otto settimane di gestazione. Consiste nell’aspirazione dell’embrione e dell’endometrio attraverso una canula introdotta nell’utero senza la necessità di dilatazioni della cervice.
Dilatazione e revisione della cavità uterina (D&R)
Dall’ottava alla dodicesima settimana di gestazione, sono eseguite solitamente la dilatazione e la revisione della cavità uterina (D&R). In anestesia parziale o generale, la cervice viene dilatata per permettere il passaggio delle canule da suzione di diametro maggiore necessarie ad evacuare la maggiore quantità di prodotto del concepimento.
Dilatazione e svuotamento (D&S)
Utilizzata solo per gravidanze che superino le dodici settimane (dopo i termini della legge italiana per l’interruzione volontaria); questa procedura consiste nella dilatazione del canale cervicale attraverso l’uso di dilatatori osmotici o meccanici. Il feto viene quindi rimosso. Vengono poi aspirati il liquido amniotico, la placenta e i residui fetali.
Induzione farmacologica (RU 486)
La prima pillola induce l’aborto fisiologico, mentre la seconda, sempre chimicamente, induce l’espulsione del feto e la pulizia dell’utero.L’induzione farmacologica dell’aborto è l’ultimo metodo di interruzione di gravidanza introdotto nella medicina. Con questo metodo il distacco del feto dall’utero è chimico, e non è necessario nessun intervento di natura chirurgica sul corpo della donna. L’induzione farmacologica attualmente viene effettuata attraverso l’uso di un derivato steroideo sintetico, il Mifepristone o RU486, e di una prostaglandina, il Gemeprost.Il suo inventore, Emile-Etienne Beaulieu aveva chiamato questa tecnica “contragestione”.È a volte confusa erroneamente con la pillola del giorno dopo, che è invece un metodo di contraccezione post-coitale che non ha nulla a che fare con l’aborto farmacologico.La pillola RU 486 è legale negli USA ed in tutti i paesi dell’UE, tranne Portogallo e Irlanda.Nel 2005 è partita la sperimentazione in Italia. Dal 10 dicembre 2009, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio, la RU-486 entra definitivamente a far parte dei farmaci utilizzabili in Italia, con l’obbligo di ricovero in ospedale per la durata di assunzione del farmaco.
Altri metodi
Induzione del travaglio e parto prematuro
Utilizzato generalmente per salvaguardare la salute della donna in casi di grave pericolo nelle gravidanze dopo la dodicesima settimana, è un parto a tutti gli effetti, provocato farmacologicamente con prostaglandine al fine di provocare l’espulsione del feto (possono occorrere alcuni giorni di applicazione, fino a 4 o 6, ma più spesso 1 o 2). La fuoriuscita dall’utero provoca la cessazione delle attività vitali del feto a ragione della sua immaturità; è tuttavia in corso un dibattito sui limiti ai quali debba spingersi effettivamente la possibilità di rianimare i feti oggetto di questo tipo di aborti particolarmente tardivi.
Isterotomia
Raramente utilizzato a causa dei gravi rischi per la fertilità e la salute della donna. È la tecnica che consiste nell’asportazione del feto tramite taglio cesareo.
Nascita parziale
Un metodo efficace negli aborti dalla sedicesima settimana alla nascita, vietato dalla legge italiana, è quello della nascita parziale. Esso consiste nell’estrazione parziale del feto dall’utero attraverso l’uso di una pinza, che permette l’avvicinamento del cranio alla cervice e lo svuotamento del medesimo attraverso l’introduzione in esso di una canula aspiratrice.Lo svuotamento del cranio si rende necessario per permetterne il passaggio agevole attraverso la cervice.Questa metodologia è stata oggetto di un’intensa discussione negli Stati Uniti dove, completamente legale in precedenza, se ne è ristretta nel 2003 la possibilità di utilizzo solo ai casi in cui sia in serio pericolo la vita della madre.
Tecniche improprie
Nei ceti meno abbienti, con maggiore incidenza in Europa tra le immigrate extracomunitarie, si sono diffuse tecniche improprie di aborto attraverso l’abuso di farmaci antiulcera (Misoprostolo)[15] che si è mostrato particolarmente efficace, ovviamente con numerose complicanze ed effetti collaterali, nel provocare farmacologicamente contrazioni uterine. Nel 2005 l’ISTAT ha quantificato in circa 20.000 annui gli aborti clandestini in Italia riconducibili a questa metodologia. Dal 2006 il misoprostolo è accessibile solo dietro presentazione di ricetta medica non ripetibile.
Malformazione fetale
Il divieto dell’aborto eugenetico impedisce in alcuni Paesi l’interruzione di gravidanza per il pericolo o l’evidenza di malformazioni fisiche o psichiche del feto (ad esempio sindrome di Down), a meno che non concorrano altri motivi legittimi per la pratica abortiva. L’evidenza può derivare da esami quali l’amniocentesi e la villocentesi.In Italia l’aborto non è concesso nel caso di pericolo di gravi malformazioni del nascituro, mentre lo è se una gravidanza di questo tipo comporta un pericolo per la salute mentale della donna.Diversi sono anche gli obblighi informativi dei medici, obiettori o meno, che sono tenuti a informare la donna, ed eventualmente il suo tutore o partner, dei rischi relativi alla gravidanza, per una scelta libera e consapevole.
Conseguenze sulla salute della donna
Le possibili conseguenze sulla salute fisica della donna variano considerevolmente a seconda della situazione. Va dunque anzitutto considerato il motivo per cui si ricorre all’aborto procurato, e cioè se siano motivi inerenti allo stato di salute della donna o meno.Dal punto di vista fisico, se l’aborto avviene nelle prime otto settimane il rischio è pressoché inesistente e considerevolmente più basso del parto.Il rischio aumenta esponenzialmente al progredire della gestazione. Le complicanze più frequenti sono perforazioni all’utero, alla vescica o all’addome, causate da imperizia o dagli eventuali bruschi movimenti imprevisti della paziente.Un aborto non propriamente eseguito può portare a shock settico se rimangono residui nella cavità uterina. Allo stesso modo può generarsi infertilità e nei casi più gravi la morte, che è in massima parte connessa ai rischi della eventuale, e quindi sconsigliata, anestesia totale.Va ricordato che un ridottissimo numero di casi di aborti non va a termine e la gravidanza prosegue, dando luogo regolarmente alla nascita del bambino. Questa eventualità, rara, si verifica nei casi in cui la gravidanza sia in fase molto avanzata.È evidente, quindi, il motivo per cui la legge obblighi il ricorso a personale medico competente e a strutture adeguate. Solo in queste condizioni è possibile minimizzare i rischi anche nelle situazioni più sfavorevoli.Si è inoltre avanzata l’ipotesi che un aborto procurato possa innalzare il rischio di contrarre cancro al seno, ipotesi smentita da diverse e importanti ricerche, fra cui il “Nurses’ Health Study II” effettuato su più di 100.000 donne dal 1993 al 2003,il “E3N” su 100.000 donne che ha escluso categoricamente la possibile correlazione,infine recentemente si è espresso l’EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), con uno studio condotto in Europa su più di 250.000 donne negli anni 1992 fino al 2000, evidenziando un piccolo aumento di incidenza nei casi di aborto ricorrente.L’evoluzione delle tecniche abortive potrebbe portare a un’eliminazione dei problemi legati al dolore della donna, al possibile dolore del feto e al rischio di una sopravvivenza fetale.