Posts tagged ‘IVG’

21 gennaio 2013

INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA

Quando abortire sembra l’unica strada possibile

“Ho scoperto di essere incinta…un fulmine a ciel sereno! …e ora come faccio? In questa situazione sicuramente non posso tenerlo! Sono troppo giovane, non mi sento pronta per rinunciare a tutto!…madre alla mia età?!!assurdo!…se divento madre che ne sarà della mia carriera!…io e il mio compagno/marito siamo in crisi, come faremo con un figlio?!…non è di certo il momento di diventare madre!

…L’unica cosa da fare è abortire.”

Chi sta leggendo queste righe probabilmente ha vissuto in prima persona o magari molto da vicino questa esperienza, trovandosi a pronunciare queste parole che non lasciano spazio ad alternative “L’unica cosa da fare è abortire”.

Tantissime sono le situazioni e le circostanze che possono portare una donna o una coppia a praticare un IVG…l’età, troppo giovane o troppo matura, la situazione economica, le difficoltà con il partner, il rifiuto della gravidanza da parte del compagno o dei genitori, o ancora una patologia del feto (ABORTO TERAPEUTICO).

In questo contesto non sarà di certo possibile analizzare tutte le situazioni, ma vorrei approfondire alcuni degli aspetti psicologici implicati in questa scelta.

La scoperta di una gravidanza, in un momento in cui non è stata cercata attivamente, implica la mancanza di una spazio mentale, “un grembo psichico”, dedicato ad accogliere una nuova vita. Già nei casi più felici, in cui il bambino viene cercato dalla coppia, entrano in gioco dubbi, paure e insicurezze che fanno parte del normale processo di transizione alla genitorialità. Nel caso in cui la coppia o la donna non si prepara all’assunzione del ruolo genitoriale questo genera inevitabilmente confusione e conflitto, accentuati ancora di più dall’arrivo inaspettato di qualcosa che ha il potere di cambiare completamente la vita.

Preparare lo spazio mentale significa immaginarsi nel ruolo di genitore, rivivendo le proprie esperienze infantili e anche adulte per fantasticare sul modo in cui si può “giocare” il nuovo ruolo, discriminando ciò che si vorrebbe fare da ciò che non appartiene al proprio atteggiamento e che magari è stato vissuto nell’esperienza di figlio. Significa pensare di essere colui che si “prende cura”, facendo l’ultimo passo per diventare grandi e posizionarsi al fianco dei propri genitori come figure alla pari. Significa essere pronti a rinunciare o a mettere da parte per un po’ i propri bisogni per lasciare spazio a quelli del proprio bambino…e tanto altro ancora.

Queste riflessioni si attivano anche in chi non aveva ancora preso in considerazione l’idea di diventare genitore.  Così arrivano i dubbi.

La donna scopre di essere incinta e già gli effetti della gravidanza si manifestano sul suo corpo: stanchezza, nausea, instabilità emotiva, dolori…tutti fattori che la rendono particolarmente fragile.

Se il primo pensiero è che non è il momento per avere un figlio, di certo prendere una decisione lucida e fredda in un momento in cui le emozioni sono cariche di passioni, di paure e incertezze, risulta ancora più difficile.

Allo stesso tempo ci si trova a fare i conti con l’urgenza, poiché i giorni passano e non lasciano spazio a lunghe elaborazioni. Al contrario, in alcuni casi, è la coppia stessa che affretta i tempi, perché avverte l’urgenza di ritornare alla propria normalità, per paura che eventuali ripensamenti possano rendere le cose più difficili.

La donna, che vive questa esperienza sul proprio corpo, si trova a vivere con maggiore conflittualità questa decisione: da una lato sa che razionalmente potrebbe non essere il momento giusto, ma dall’altro subentra quell’istintivo desiderio di diventare madre che le fa pensare di tenere il bambino.

Molto spesso il senso di colpa va ad alimentare idee quali “l’essere una cattiva madre”, “l’essere indegna di avere un figlio”, “la paura di non poter più diventare genitore”. Il senso di colpa è una delle emozioni più presenti, poiché la scelta di praticare un IVG viene vissuta come la scelta di “uccidere” una vita volontariamente. Anche i fattori religiosi possono contribuire all’accentuazione dei vissuti di colpa.

Nelle giovanissime, la scelta di interrompere la gravidanza si ripercuote fortemente sul modo in cui viene vissuta la sessualità: l’essere rimasta incinta a seguito di una atto di piacere può essere vissuto con sensi di colpa tali da bloccare l’esplorazione della propria sessualità per paura che possa accadere di nuovo. In alcuni casi la somatizzazione di questo aspetto si esplica in disturbi della sfera sessuale e dell’apparato riproduttivo.

Molto frequente è anche l’allontanamento dal partner con il quale si è avuto il rapporto che ha portato alla gravidanza inattesa. L’uomo infatti spesso viene identificato come il responsabile dell’accaduto, e come tale diventa il rappresentante del dolore della donna, quel dolore molto spesso inconscio. L’unica soluzione è dunque allontanarlo per non ricordare. “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Qualunque sia il motivo che spinge ad interrompere una gravidanza indesiderata, la complessità e la conflittualità dei fattori che entrano in gioco porta ad affermare che difficilmente tale scelta non abbia un’influenza sul futuro dei suoi protagonisti.

Che fare allora? Come si può superare?

Perdonarsi. Non aver paura di guardare in faccia le proprie paure ed elaborarle, così che in futuro non siano così spaventose da far pensare di non meritarsi la felicità.

Dott.ssa Stefania Cioppa

 

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13 dicembre 2012

ABORTO TERAPEUTICO: una scelta difficile…

Quando si parla di aborto terapeutico ci si riferisce all’interruzione volontaria di una gravidanza, provocata da determinati trattamenti medici, al fine di preservare la salute della madre o di evitare lo sviluppo di un feto segnato da malformazioni o gravi patologie.

In Italia la legge 194/78 regola la scelta da parte delle donne e della coppia, di poter interrompere volontariamente una gravidanza indesiderata entro il 90° giorno di gestazione.  Nello specifico dell’aborto terapeutico il tempo viene ampliato al 6° mese di gravidanza, solo per gravi malformazioni del feto che mettono in pericolo la salute fisica e psichica della madre. (vedi Art.4 e Art.6 della legge 194/78)

Riassumendo con parole semplici quindi potremmo dire che l’aborto terapeutico riguarda quei casi in cui una donna, che ha desiderato e cercato un figlio, è messa di fronte a una scelta drammatica: interrompere o meno la gravidanza.

Questo argomento che affronta dei temi etici particolarmente delicati, è stato a lungo dibattuto. Osservando però questa esperienza dal punto di vista dei risvolti psicologici è possibile affermare che si tratta di una scelta traumatica. Cos’è che rende tanto difficile questa decisione?

Quando si cerca un figlio l’identità dei futuri genitori inizia un processo di ridefinizione che ha come risultato finale l’assunzione del nuovo ruolo che si sta per rivestire. L’idea di diventare padre e madre stimola una serie di fantasie su come si riuscirà a gestire, nel bene e nel male, la presenza di un bambino nella propria vita, un “terzo” che dipende interamente da loro. In un’alternanza tra le normali paure associate alla gravidanza e l’euforia che l’accompagna, si struttura il nuovo ruolo genitoriale. Durante questo percorso tante sono le paure, i dubbi, le incertezze, ma nella maggior parte dei casi si esplicano solo come pensieri e fantasie, con la convinzione che niente potrà andare storto e che le cose brutte succedono solo agli altri.

Quando si riceve una notizia di malattia del feto, una pesante dose di realtà irrompe nella vita della coppia come un macigno, come una bomba che distrugge tutti i loro sogni e fantasie. I nuovi genitori si trovano di fronte ad una prospettiva che non avevano considerato, si trovano a doversi immaginare come genitori di un bambino malato… In poco tempo si trovano a doversi scontrare con questa nuova immagine, cogliendone paure, limiti, risorse. Come si sentono in questo ruolo?

“Che vita avrà questo bambino? …Cosa possiamo offrirgli? …Ce la faremo, saremo capaci? …Saremo felici?… Il bambino sarà felice?… Esistono delle cure? …Possiamo permetterci economicamente le cure necessarie?”…

Vivere la malattia da vicino non è compito facile. Non tutti sentono di possedere le risorse, emotive e non, necessarie per sostenere questa difficoltà, questo dolore. La conseguenza è la scelta di interrompere la gravidanza, la scelta di donare la vita laddove la prospettiva sia di poter offrire benessere e serenità. Una scelta indiscutibilmente d’amore, per sé e per il bambino che decidono di preservare dalle difficoltà legate alla condizione di non essere sano.

È luogo comune pensare che chi decide con consapevolezza sia esente da sofferenza e sensi di colpa. Questo purtroppo non è vero, soprattutto perché scelte così difficili non sono prive di conflitti e dubbi. Rinunciare alla gravidanza è anche una rinuncia al proprio ruolo genitoriale tanto desiderato e tanto atteso, è una rinuncia ad una parte di sé.

I giudizi esterni, espressi o solo percepiti, spesso vanno a gravare ancora di più sul peso di questa decisione, tanto da far sentire questi genitori come non abbastanza bravi e non sufficientemente buoni per meritarsi un bambino. Ciò avviene anche nei reparti ospedalieri, poiché la presenza di medici e operatori obiettori di coscienza (che rifiutano per motivi personali o religiosi di prestare la loro opera professionale a chi decide di avvalersi di questa pratica clinica), mette la coppia, e in particolare la donna, in condizione di non sentirsi compresa nella propria sofferenza.

L’aborto terapeutico è un argomento che mette in gioco delle questioni etiche sociali e personali molto delicate. Pertanto invito chiunque a non emettere giudizi che riguardano una scelta molto, addirittura troppo, intima.

Vorrei suggerire alle coppie, che si trovano a dover prendere questa decisione, di non tenere conto dei giudizi degli altri e di adottare come unico criterio l’ascolto, un ascolto reciproco, l’ascolto dei propri vissuti. Un ascolto sincero che esplori ogni dubbio, ogni paura, ogni fantasia, ogni emozione di quel momento. L’unica cosa importante è che ognuno senta di poter esprimere senza vergogna tutto quello che gli passa dentro e che il frutto di questo scambio, di questa condivisione, sia una scelta fatta insieme.

Dott.ssa Stefania Cioppa

14 febbraio 2012

IVG: Cosa dice la legge?

Legge 22 maggio 1978 n. 194 – Norme per la tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza.

 Articolo 1

Lo stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Articolo 2

I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, fermo restando quanto stabilito dalla stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza:

a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;

b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;

c) attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);

d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori.

Articolo 3

Anche per l’adempimento dei compiti ulteriori assegnati dalla presente legge ai consultori familiari, il fondo di cui all’articolo 5 della legge 29 luglio 1975, n. 405, è aumentato con uno stanziamento di L. 50.000.000.000 annui, da ripartirsi fra le regioni in base agli stessi criteri stabiliti dal suddetto articolo. Alla copertura dell’onere di lire 50 miliardi relativo all’esercizio finanziario 1978 si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto nel capitolo 9001 dello stato di previsione della spesa del Ministero del tesoro per il medesimo esercizio. Il Ministro del tesoro è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le necessarie variazioni di bilancio.

Articolo 4

Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito

ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

Articolo 5

Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.

Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gli accertamenti sanitari necessari, nel rispetto della dignità e della libertà della donna; valuta con la donna stessa e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell’esito degli accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiedere l’interruzione della gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può fare ricorso, nonché sui consultori e le strutture socio-sanitarie.

Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, riscontra l’esistenza di condizioni tali da rendere urgente l’intervento, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestante l’urgenza. Con tale certificato la donna stessa può presentarsi ad una delle sedi autorizzate a praticare la interruzione della gravidanza. Se non viene riscontrato il caso di urgenza, al termine dell’incontro il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle circostanze di cui all’articolo 4, le rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni. Trascorsi i sette giorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione della gravidanza, sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma, presso una delle sedi autorizzate.

Articolo 6

L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:

a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Articolo 7

I processi patologici che configurino i casi previsti dall’articolo precedente vengono accertati da un medico del servizio ostetrico-ginecologico dell’ente ospedaliero in cui deve praticarsi l’intervento, che ne certifica l’esistenza. Il medico può avvalersi della collaborazione di specialisti. Il medico è tenuto a fornire la documentazione sul caso e a comunicare la sua certificazione al direttore sanitario dell’ospedale per l’intervento da praticarsi immediatamente. Qualora l’interruzione della gravidanza si renda necessaria per imminente pericolo per la vita della donna, l’intervento può essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure previste dal comma precedente e al di fuori delle sedi di cui all’articolo 8. In questi casi, il medico è tenuto a darne comunicazione al medico provinciale. Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.

Articolo 8

L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale tra quelli indicati nell’articolo 20 della legge 12 febbraio 1968, numero 132, il quale verifica anche l’inesistenza di controindicazioni sanitarie.

Gli interventi possono essere altresì praticati presso gli ospedali pubblici specializzati, gli istituti ed enti di cui all’articolo 1, penultimo comma, della legge 12 febbraio 1968, n. 132, e le istituzioni di cui alla legge 26 novembre 1973, numero 817, ed al decreto del Presidente della Repubblica 18 giugno 1958, n. 754, sempre che i rispettivi organi di gestione ne facciano richiesta.

Nei primi novanta giorni l’interruzione della gravidanza può essere praticata anche presso case di cura autorizzate dalla regione, fornite di requisiti igienico-sanitari e di adeguati servizi ostetrico-ginecologici. Il Ministro della sanità con suo decreto limiterà la facoltà delle case di cura autorizzate, a praticare gli interventi di interruzione della gravidanza, stabilendo:

1) la percentuale degli interventi di interruzione della gravidanza che potranno avere luogo, in rapporto al totale degli interventi operatori eseguiti nell’anno precedente presso la stessa casa di cura; 2) la percentuale dei giorni di degenza consentiti per gli interventi di interruzione della gravidanza, rispetto al totale dei giorni di degenza che nell’anno precedente si sono avuti in relazione alle convenzioni con la regione.

Le percentuali di cui ai punti 1) e 2) dovranno essere non inferiori al 20 per cento e uguali per tutte le case di cura.

Le case di cura potranno scegliere il criterio al quale attenersi, fra i due sopra fissati. Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione. Il certificato rilasciato ai sensi del terzo comma dell’articolo 5 e, alla scadenza dei sette giorni, il documento consegnato alla donna ai sensi del quarto comma dello stesso articolo costituiscono titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero.

Articolo 9

Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.

L’obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione al medico provinciale.

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento. Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

L’obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l’ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al di fuori dei casi di cui al comma precedente.

Articolo 10

L’accertamento, l’intervento, la cura e la eventuale degenza relativi alla interruzione della gravidanza nelle circostanze previste dagli articoli 4 e 6, ed attuati nelle istituzioni sanitarie di cui all’articolo 8, rientrano fra le prestazioni ospedaliere trasferite alle regioni dalla legge 17 agosto 1974, n. 386.

Sono a carico della regione tutte le spese per eventuali accertamenti, cure o degenze necessarie per il compimento della gravidanza nonché per il parto, riguardanti le donne che non hanno diritto all’assistenza mutualistica.

Le prestazioni sanitarie e farmaceutiche non previste dai precedenti commi e gli accertamenti effettuati secondo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 5 e dal primo comma dell’articolo 7 da medici dipendenti pubblici, o che esercitino la loro attività nell’ambito di strutture pubbliche o convenzionate con la regione, sono a carico degli enti mutualistici, sino a che non sarà istituito il servizio sanitario nazionale.

Articolo 11

L’ente ospedaliero, la casa di cura o il poliambulatorio nei quali l’intervento è stato effettuato sono tenuti ad inviare al medico provinciale competente per territorio una dichiarazione con la quale il medico che lo ha eseguito dà notizia dell’intervento stesso e della documentazione sulla base della quale è avvenuto, senza fare menzione dell’identità della donna.

Le lettere b) e f) dell’articolo 103 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con il regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265, sono abrogate.

Articolo 12

La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna.

Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero.

Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di diciotto anni le procedure di cui all’articolo 7, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela.

Articolo 13

Se la donna è interdetta per infermità di mente, la richiesta di cui agli articoli 4 e 6 può essere presentata, oltre che da lei personalmente, anche dal tutore o dal marito non tutore, che non sia legalmente separato.

Nel caso di richiesta presentata dall’interdetta o dal marito, deve essere sentito il parere del tutore. La richiesta presentata dal tutore o dal marito deve essere confermata dalla donna.

Il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, trasmette al giudice tutelare, entro il termine di sette giorni dalla presentazione della richiesta, una relazione contenente ragguagli sulla domanda e sulla sua provenienza, sull’atteggiamento comunque assunto dalla donna e sulla gravidanza e specie dell’infermità mentale di essa nonché il parere del tutore, se espresso.

Il giudice tutelare, sentiti se lo ritiene opportuno gli interessati, decide entro cinque giorni dal ricevimento della relazione, con atto non soggetto a reclamo.

Il provvedimento del giudice tutelare ha gli effetti di cui all’ultimo comma dell’articolo 8.

Articolo 14

Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna.

In presenza di processi patologici, fra cui quelli relativi ad anomalie o malformazioni del nascituro, il medico che esegue l’interruzione della gravidanza deve fornire alla donna i ragguagli necessari per la prevenzione di tali processi.

Articolo 15

Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza. Le regioni promuovono inoltre corsi ed incontri ai quali possono partecipare sia il personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sia le persone interessate ad approfondire le questioni relative all’educazione sessuale, al decorso della gravidanza, al parto, ai metodi anticoncezionali e alle tecniche per l’interruzione della gravidanza.

Al fine di garantire quanto disposto dagli articoli 2 e 5, le regioni redigono un programma annuale d’aggiornamento e di informazione sulla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali esistenti nel territorio regionale.

Articolo 16

Entro il mese di febbraio, a partire dall’anno successivo a quello dell’entrata in vigore della Presente legge, il Ministro della sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge stessa e sui suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione.

Le regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di gennaio di ciascun anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministro.

Analoga relazione presenta il Ministro di grazia e giustizia per quanto riguarda le questioni di specifica competenza del suo Dicastero.

Articolo 17

Chiunque cagiona ad una donna per colpa l’interruzione della gravidanza è punito con la reclusione da tre mesi a due anni.

Chiunque cagiona ad una donna per colpa un parto prematuro è punito con la pena prevista dal comma precedente, diminuita fino alla metà.

Nei casi previsti dai commi precedenti, se il fatto è commesso con la violazione delle norme poste a tutela del lavoro la pena è aumentata.

Articolo 18

Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia ovvero carpito con l’inganno.

La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna.

Detta pena è diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento del parto. Se dai fatti previsti dal primo e dal secondo comma deriva la morte della donna si applica la reclusione da otto a sedici anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da sei a dodici anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita. Le pene stabilite dai commi precedenti sono aumentate se la donna è minore degli anni diciotto.

Articolo 19

Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni.

La donna è punita con la multa fino a lire centomila.

Se l’interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l’accertamento medico dei casi previsti dalle lettere a) e b) dell’articolo 6 o comunque senza l’osservanza delle modalità previste dall’articolo 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La donna è punita con la reclusione sino a sei mesi.

Quando l’interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o interdetta, fuori dei casi o senza l’osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla metà. La donna non è punibile.

Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita.

Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna derivano dai fatti previsti dal quinto comma.

Articolo 20

Le pene previste dagli articoli 18 e 19 per chi procura l’interruzione della gravidanza sono aumentate quando il reato è commesso da chi ha sollevato obiezione di coscienza ai sensi dell’articolo 9.

Articolo 21

Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 326 del codice penale, essendone venuto a conoscenza per ragioni di professione o di ufficio, rivela l’identità – o comunque divulga notizie idonee a rivelarla – di chi ha fatto ricorso alle procedure o agli interventi previsti dalla presente legge, è punito a norma dell’articolo 622 del codice penale.

Articolo 22

Il titolo X del libro II del codice penale è abrogato.

Sono altresì abrogati il n. 3) del primo comma e il n. 5) del secondo comma dell’articolo 583 del codice penale.

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15 ottobre 2011

Interruzione Volontaria di Gravidanza

Decidere di non aver un figlio è una scelta libera e personale spesso accompagnata da sentimenti ambivalenti. Chiarito che l’interruzione volontaria della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite, possono essere molte le motivazioni che spingono una donna a non portare a termine una gravidanza…La pratica dell’aborto volontario viene svolta in buona parte del mondo, a discrezione della donna nei primi mesi della gestazione, può essere motivata da ragioni di ordine medico, come la presenza di gravi malformazioni al feto, di pericolo per la salute della madre, nel caso in cui il feto sia frutto di una violenza carnale ai danni della madre o per altri motivi indipendenti dalla condizione di salute della madre o del feto: come la condizione economica, familiare o sociale. Dal 1978 la legge 194 non considera più l’aborto un reato contro l’integrità e la sanità della stirpe e ha regolamentato l’interruzione di gravidanza. L’obiettivo dell’articolo è quello di fornire informazioni utili a tutti coloro che non sanno come muoversi in questa situazione tentando di creare uno spazio non giudicante nel totale rispetto delle scelti individuali…..

DI COSA STIAMO PARLANDO

L’Interruzione volontaria di gravidanza (IVG) o aborto provocato consiste nell’interruzione dello sviluppo dell’embrione o del feto e nella sua rimozione dall’utero della gestante. Può essere provocato per via chirurgica o chimica.

METODOLOGIE DELL’ABORTO PROVOCATO

Svuotamento strumentale

È la metodologia maggiormente diffusa. Avviene in anestesia parziale della durata dell’intervento (circa 5 minuti). Consiste nello svuotamento dell’utero attraverso l’aspirazione strumentale dell’embrione o del feto.

A seconda del periodo di gestazione viene effettuato con metodologie diverse:

Isterosuzione

Utilizzata solo entro le prime otto settimane di gestazione. Consiste nell’aspirazione dell’embrione e dell’endometrio attraverso una canula introdotta nell’utero senza la necessità di dilatazioni della cervice.

Dilatazione e revisione della cavità uterina (D&R)

Dall’ottava alla dodicesima settimana di gestazione, sono eseguite solitamente la dilatazione e la revisione della cavità uterina (D&R). In anestesia parziale o generale, la cervice viene dilatata per permettere il passaggio delle canule da suzione di diametro maggiore necessarie ad evacuare la maggiore quantità di prodotto del concepimento.

Dilatazione e svuotamento (D&S)

Utilizzata solo per gravidanze che superino le dodici settimane (dopo i termini della legge italiana per l’interruzione volontaria); questa procedura consiste nella dilatazione del canale cervicale attraverso l’uso di dilatatori osmotici o meccanici. Il feto viene quindi rimosso. Vengono poi aspirati il liquido amniotico, la placenta e i residui fetali.

Induzione farmacologica (RU 486)

La prima pillola induce l’aborto fisiologico, mentre la seconda, sempre chimicamente, induce l’espulsione del feto e la pulizia dell’utero.L’induzione farmacologica dell’aborto è l’ultimo metodo di interruzione di gravidanza introdotto nella medicina. Con questo metodo il distacco del feto dall’utero è chimico, e non è necessario nessun intervento di natura chirurgica sul corpo della donna. L’induzione farmacologica attualmente viene effettuata attraverso l’uso di un derivato steroideo sintetico, il Mifepristone o RU486, e di una prostaglandina, il Gemeprost.Il suo inventore, Emile-Etienne Beaulieu aveva chiamato questa tecnica “contragestione”.È a volte confusa erroneamente con la pillola del giorno dopo, che è invece un metodo di contraccezione post-coitale che non ha nulla a che fare con l’aborto farmacologico.La pillola RU 486 è legale negli USA ed in tutti i paesi dell’UE, tranne Portogallo e Irlanda.Nel 2005 è partita la sperimentazione in Italia. Dal 10 dicembre 2009, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio, la RU-486 entra definitivamente a far parte dei farmaci utilizzabili in Italia, con l’obbligo di ricovero in ospedale per la durata di assunzione del farmaco.

Altri metodi

Induzione del travaglio e parto prematuro

Utilizzato generalmente per salvaguardare la salute della donna in casi di grave pericolo nelle gravidanze dopo la dodicesima settimana, è un parto a tutti gli effetti, provocato farmacologicamente con prostaglandine al fine di provocare l’espulsione del feto (possono occorrere alcuni giorni di applicazione, fino a 4 o 6, ma più spesso 1 o 2). La fuoriuscita dall’utero provoca la cessazione delle attività vitali del feto a ragione della sua immaturità; è tuttavia in corso un dibattito sui limiti ai quali debba spingersi effettivamente la possibilità di rianimare i feti oggetto di questo tipo di aborti particolarmente tardivi.

Isterotomia

Raramente utilizzato a causa dei gravi rischi per la fertilità e la salute della donna. È la tecnica che consiste nell’asportazione del feto tramite taglio cesareo.

Nascita parziale

Un metodo efficace negli aborti dalla sedicesima settimana alla nascita, vietato dalla legge italiana, è quello della nascita parziale. Esso consiste nell’estrazione parziale del feto dall’utero attraverso l’uso di una pinza, che permette l’avvicinamento del cranio alla cervice e lo svuotamento del medesimo attraverso l’introduzione in esso di una canula aspiratrice.Lo svuotamento del cranio si rende necessario per permetterne il passaggio agevole attraverso la cervice.Questa metodologia è stata oggetto di un’intensa discussione negli Stati Uniti dove, completamente legale in precedenza, se ne è ristretta nel 2003 la possibilità di utilizzo solo ai casi in cui sia in serio pericolo la vita della madre.

Tecniche improprie

Nei ceti meno abbienti, con maggiore incidenza in Europa tra le immigrate extracomunitarie, si sono diffuse tecniche improprie di aborto attraverso l’abuso di farmaci antiulcera (Misoprostolo)[15] che si è mostrato particolarmente efficace, ovviamente con numerose complicanze ed effetti collaterali, nel provocare farmacologicamente contrazioni uterine. Nel 2005 l’ISTAT ha quantificato in circa 20.000 annui gli aborti clandestini in Italia riconducibili a questa metodologia. Dal 2006 il misoprostolo è accessibile solo dietro presentazione di ricetta medica non ripetibile.

Malformazione fetale

Il divieto dell’aborto eugenetico impedisce in alcuni Paesi l’interruzione di gravidanza per il pericolo o l’evidenza di malformazioni fisiche o psichiche del feto (ad esempio sindrome di Down), a meno che non concorrano altri motivi legittimi per la pratica abortiva. L’evidenza può derivare da esami quali l’amniocentesi e la villocentesi.In Italia l’aborto non è concesso nel caso di pericolo di gravi malformazioni del nascituro, mentre lo è se una gravidanza di questo tipo comporta un pericolo per la salute mentale della donna.Diversi sono anche gli obblighi informativi dei medici, obiettori o meno, che sono tenuti a informare la donna, ed eventualmente il suo tutore o partner, dei rischi relativi alla gravidanza, per una scelta libera e consapevole.

Conseguenze sulla salute della donna

Le possibili conseguenze sulla salute fisica della donna variano considerevolmente a seconda della situazione. Va dunque anzitutto considerato il motivo per cui si ricorre all’aborto procurato, e cioè se siano motivi inerenti allo stato di salute della donna o meno.Dal punto di vista fisico, se l’aborto avviene nelle prime otto settimane il rischio è pressoché inesistente e considerevolmente più basso del parto.Il rischio aumenta esponenzialmente al progredire della gestazione. Le complicanze più frequenti sono perforazioni all’utero, alla vescica o all’addome, causate da imperizia o dagli eventuali bruschi movimenti imprevisti della paziente.Un aborto non propriamente eseguito può portare a shock settico se rimangono residui nella cavità uterina. Allo stesso modo può generarsi infertilità e nei casi più gravi la morte, che è in massima parte connessa ai rischi della eventuale, e quindi sconsigliata, anestesia totale.Va ricordato che un ridottissimo numero di casi di aborti non va a termine e la gravidanza prosegue, dando luogo regolarmente alla nascita del bambino. Questa eventualità, rara, si verifica nei casi in cui la gravidanza sia in fase molto avanzata.È evidente, quindi, il motivo per cui la legge obblighi il ricorso a personale medico competente e a strutture adeguate. Solo in queste condizioni è possibile minimizzare i rischi anche nelle situazioni più sfavorevoli.Si è inoltre avanzata l’ipotesi che un aborto procurato possa innalzare il rischio di contrarre cancro al seno, ipotesi smentita da diverse e importanti ricerche, fra cui il “Nurses’ Health Study II” effettuato su più di 100.000 donne dal 1993 al 2003,il “E3N” su 100.000 donne che ha escluso categoricamente la possibile correlazione,infine recentemente si è espresso l’EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), con uno studio condotto in Europa su più di 250.000 donne negli anni 1992 fino al 2000, evidenziando un piccolo aumento di incidenza nei casi di aborto ricorrente.L’evoluzione delle tecniche abortive potrebbe portare a un’eliminazione dei problemi legati al dolore della donna, al possibile dolore del feto e al rischio di una sopravvivenza fetale.

(fonte: wikipedia)

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