Posts tagged ‘aborto spontaneo’

29 settembre 2014

Aborto spontaneo e lutto perinatale. quando ripovarci?

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Molto diverse sono le situazioni e diversissimi sono i vissuti di fronte ad un evento di questo tipo. Che l’aborto si risolva con un raschiamento, naturalmente o con un parto indotto, il nostro corpo non impiega molto ad essere pronto per accogliere una nuova gravidanza. In genere nel caso di una perdita avvenuta nel primo trimestre potrebbe essere sufficiente attendere l’arrivo del ciclo successivo e la coppia potrebbe essere pronta a cercare una nuova gravidanza. Un po’ più lunghi sono i tempi nel caso in cui la perdita avvenga nel secondo e terzo trimestre, anche in base a come è avvenuto l’aborto. In questo caso potrebbe essere necessario sottoporsi ad esami di approfondimento per comprendere meglio la dinamica e le cause della morte.

Ma la nostra mente quando è pronta?

Lo spazio mentale per il bambino che verrà inizia a formarsi nel nostro mondo psichico non appena l’idea di divenire genitori prende piede. Piano piano le nostre fantasie aumentano e cominciamo a costruire una culla psichica, quello spazio che dopo 9 mesi dal concepimento, accoglierà il nostro bambino. Quando subiamo un aborto il nostro bambino non c’è più, ma la culla è ancora li, la sua culla. Un turbinio emotivo invade il nostro mondo interno: dolore, senso di colpa, rabbia, impotenza, disperazione…Queste emozioni non vanno via con il nostro bambino che non c’è più, ma si attaccano alla culla e aspettano. Aspettano di essere guardate e trasformate in senso evolutivo. Un’altra gravidanza, se troppo precoce, potrebbe rischiare di chiudere momentaneamente un buco affettivo che l’aborto ha creato in noi, il “nuovo” bambino rischierebbe di andare a sostituire quello che non c’è più, e troverebbe si una culla, ma non la sua e per di più carica di emozioni per nulla positive.

Il rischio di una depressione post-partum dopo la nascita di un bambino arrivato subito dopo un aborto è elevato. I genitori, singolarmente e come coppia, hanno bisogno di tempo per elaborare l’evento, ricollocare le emozioni provate e poter costruire un nuovo spazio mentale. Ogni bimbo ha diritto alla sua culla.

In moltissimi casi uno dei consigli o delle risposte più frequenti che vengono dati ad una coppia che ha appena perso un figlio è di riprovarci al più presto; c’è da parte degli altri il bisogno di confortarci trovando una soluzione semplicistica e rapida al nostro dolore.

Spesso capita anche che sia la coppia stessa che riparta immediatamente alla ricerca di una nuova gravidanza. Questo spesso avviene per colmare il senso di vuoto lasciato dalla perdita, per cercare di risolvere il problema ottenendo subito un nuovo risultato, o ancora per rispondere alle aspettative delle persone care e della società.

Non è facile prendersi tempo, soprattutto senza sapere di quanto tempo si ha bisogno.

Certo, è probabile che l’esperienza dell’aborto non si dimentichi mai, così come il bambino a cui era dedicata quella culla che è rimasta vuota, ma possiamo provare a farci delle domande e rispondere ascoltando il nostro cuore.

Mi sento davvero pronto a cercare una nuova gravidanza? Sono sereno?

Quanto l’esperienza dell’aborto mi influenza? Che significato ha avuto per me questa esperienza?

Cosa mi aspetto? Sono pronto ad accogliere le mie paure senza esserne sopraffatto/a?

E’ importante liberarsi di tutti i fantasmi legati all’esperienza della perdita, cercare non di cacciare le paure e le preoccupazioni per non sentirle, ma dare loro ascolto, spazio per poi lasciarle andare. Ascoltare il proprio corpo e il proprio dolore, permettendosi di vivere anche tutte le emozioni forti e “negative” che arrivano.

Solo quando si riuscirà a non aver paura della propria paura, quando si è pronti ad accogliere ciò ci si presenta, allora è probabile che il tempo sia stato sufficiente e che si è pronti ad iniziare un nuovo cammino pieno di possibilità.

di Stefania Cioppa e Irene Bellini

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24 settembre 2013

ABORTO SPONTANEO…NEMMENO MIO MARITO MI CAPISCE!

Abbiamo perso il nostro bambino. Lo abbiamo desiderato tanto e cercato con tanto amore… e ora che non c’è più è rimasto solo un gran senso di vuoto.

Dicono tutti che dispiace, che capita spesso, che è un fatto molto comune, ma a me sembra di impazzire, e la cosa peggiore è che mio marito sembra aver già dimenticato…non mi capisce, a mala pena mi chiede come sto, lavora tanto e lo sento distante. Ma come è possibile!!?moglie e marito

Dopo un aborto spontaneo capita spesso che ci senta incompresi e soli, soffrire pubblicamente è qualcosa che non sempre ci legittimiamo, e questo dipende dal nostro modo di vivere il dolore e la sofferenza ma soprattutto dalla concezione molto diffusa che un aborto spontaneo non sia un lutto vero e proprio. Non solo. Il modo di elaborare e vivere il lutto è qualcosa di molto soggettivo, quindi spesso le diverse reazioni fanno sentire inadeguati e soli.

Cosa avviene nella coppia?

La gravidanza, fin da quando viene solo pensata, coinvolge sia l’uomo che la donna. Insieme si diventa futura coppia genitoriale, insieme si fantastica e si condividono forti emozioni. Necessariamente però sia la gravidanza che l’aborto e le emozioni che lo accompagnano, vengono vissuti in modo diverso, non nel senso di un minor o maggiore dolore, ma di un diverso coinvolgimento del corpo.

Le donne infatti vivono l’intera esperienza anche attraverso il proprio corpo. Se l’uomo crea il suo spazio mentale e vede la sua compagna cambiare, la donna sente se stessa cambiare e cambia, a livello psichico, ormonale e fisico. Dopo un aborto spontaneo peraltro il corpo della donna per un certo periodo di tempo continua a funzionare come se la gravidanza non si fosse interrotta, questo aumenta il distacco tra l’esperienza del corpo e della psiche, rendendo ancora più complicato accettare di aver perso il proprio bambino.

Tutti questi cambiamenti, per una semplice differenziazione biologica, non vengono compresi dall’uomo, proprio perché non possono essere vissuti allo stesso modo. Soprattutto se si tratta di un aborto precoce, la rappresentazione che il futuro papà stava sviluppando era ancora solo nella sua fantasia, senza o con poco riscontro nella realtà. L’uomo, che per natura è anche più concreto della donna, non riesce a comprendere fino in fondo l’esperienza emotiva generata dal vissuto corporeo della donna e questo spesso viene vissuto come una sua incapacità e superficialità. Per questo motivo è molto importante aiutarlo a comprendere, condividendo le proprie emozioni e sensazioni, spiegando cose che per una donna sono scontate, ma non lo sono per un uomo, come ad esempio la ricomparsa del ciclo…

La differenza a livello corporeo però non significa che il partner non stia soffrendo. Quello che spesso viene vissuto come atteggiamento distaccato è il risultato della spiacevole sensazione di impotenza che l’uomo, di fronte alla perdita del proprio bambino e al dolore della propria compagna, si trova ad affrontare.

L’uomo infatti per natura è colui che è più orientato all’azione, alla concretezza, al pragmatismo, e la sua funzione all’interno della coppia è di bilanciare l’emotività con la razionalità (il femminile e il maschile). È proprio per questo motivo che non si lascia andare, per lo meno davanti a voi, al pianto disperato, al vortice delle emozioni che vi coinvolge, per compensare col giusto distacco quello che avviene nella coppia, in modo da restare a galla. Arriverà il tempo per lasciarsi andare all’emotività.

Tante sono le situazioni che si possono presentare e tanti i modi di reagire. La cosa comunque importante per superare questo momento difficile è il rispetto dei tempi e dei modi di reagire dell’altro. I tempi per superare questa perdita non sono sempre gli stessi per tutti, e non esiste una giusta regola. La cosa essenziale è che tutto ciò che accade dentro di voi possa essere condiviso e non dato per scontato, nella libertà reciproca di non sentirsi giudicati e accusati.

Importante chiedere ciò che non si comprende, perché può essere una apertura al dialogo.

Importante accettare la diversità, perché c’è ed è reale.

Importante chiedere aiuto e anche spiegare come voler essere aiutati.

Ognuno di noi è diverso e può aver bisogno di cose diverse in tempi diversi. 

Dott.ssa Stefania Cioppa

Dott.ssa Irene Bellini

15 marzo 2013

ABORTO SPONTANEO E COSTRUZIONE DELL’IDENTITA’ GENITORIALE

L’esperienza di aborto spontaneo durante la prima gravidanza

Una gravidanza, non è solo un momento di attesa di un figlio, ma è anche un momento della vita in cui la donna e l’uomo si preparano per rivestire un nuovo ruolo nella società, nella famiglia e nella coppia, oltre che per una ridefinizione della propria identità.

Un aborto spontaneo, che avviene durante la prima gravidanza, mette fine a questo processo ormai iniziato di ristrutturazione, un processo dal quale non si può tornare indietro, che viene però interrotto, lasciato in sospeso dalla triste notizia. Questo stato di indefinitezza e sospensione lascia i futuri genitori in un limbo. Sono o non sono dei genitori? Sono o non sono mamme e papà? In fondo quel bambino, a cui forse ancora non avevano dato un nome, non è ancora nato! Non l’hanno mai visto, non hanno mai cambiato un pannolino…in fondo era ancora un piccolo fagiolino!

Ebbene quella piccola vita probabilmente era già quasi del tutto formata, e già i genitori iniziavano a fantasticare sul colore degli occhi, dei capelli…ma vediamo meglio come questo va a influire sul processo di ridefinizione della propria identità.

Scegliere di diventare genitori significa intraprendere un cammino che inizia con la creazione di un  “grembo psichico” ancor prima del concepimento, e che con quest’ultimo inizia a prendere vita. Preparare lo spazio mentale significa immaginarsi nel ruolo di genitore, rivivendo le proprie esperienze infantili e anche adulte per fantasticare sul modo in cui si può “giocare” il nuovo ruolo, discriminando ciò che si vorrebbe fare da ciò che non appartiene al proprio atteggiamento e che magari è stato vissuto nell’esperienza di figlio. Significa pensare di essere colui che si “prende cura”, facendo l’ultimo passo per diventare grandi e posizionarsi al fianco dei propri genitori come figure alla pari. Significa essere pronti a rinunciare o a mettere da parte per un po’ i propri bisogni per lasciare spazio a quelli del proprio bambino…e tanto altro ancora.

Nel momento del concepimento, e quindi della scoperta della gravidanza, il ruolo di genitore inizia già a prendere vita, anche solo con l’attenzione rivolta alla protezione della donna e del piccolo che porta in grembo.

Dopo un aborto spontaneo cosa accade? Le coppie che si trovano a vivere questa situazione spesso lamentano questo senso di sospensione, di indefinitezza, di incompletezza, poiché la loro nuova identità, quella che andava via via formandosi, è stata improvvisamente interrotta. Nel loro vissuto doloroso spesso il fatto che non vengano riconosciuti come genitori non fa altro che aumentare quel vuoto con cui già si trovano a fare i conti. “Non solo non abbiamo più il nostro bambino ma senza di lui non siamo più niente…siamo incompleti.”

La loro è una genitorialità ferita. Un progetto che non si è coronato felicemente con la nascita di un figlio, ma che è comunque iniziato. È un’esperienza che la coppia ha iniziato a vivere grazie alla presenza di quella vita, che seppur piccola ha regalato delle forti emozioni. Non esiste un ruolo senza un suo controruolo, non esiste un figlio senza un genitore. Se c’è stata una perdita non significa che il ruolo vissuto possa essere cancellato, ma si trasforma in un quello genitore di un figlio non nato.

Riconoscere la genitorialità “ferita” è stato il primo obiettivo del Progetto Melograno, un progetto che io e le mie colleghe abbiamo pensato proprio per far si che questi vissuti potessero trovare un luogo di espressione e condivisione. È in questo modo che accogliamo le nostre coppie, le nostre mamme e i nostri papà, riconoscendo l’importanza della loro esperienza e permettendo loro di elaborarla e integrarla in modo sano nella loro nuova vita, verso un nuovo progetto generativo e creativo.

Dott.ssa  Stefania Cioppa

28 gennaio 2013

Aborto spontaneo: Come posso aiutare la mia compagna?

QUALCHE SUGGERIMENTO PER LUI

Dopo un aborto spontaneo l’uomo spesso viene assalito da un senso di impotenza, causato dalla sensazione di non poter fare niente né per il suo bambino né per la sua compagna; ogni tanto la scopre piangere e si accorge che il suo sguardo non è più quello di prima. Tutte le parole e le attenzioni non bastano a cambiare la situazione. Il profumo di gioia e di attesa, che si respirava, era pieno di fantasie che ora hanno lasciato un odore di vuoto e un velo di tristezza.

E’ importante sapere che le emozioni legate alla gravidanza e quindi anche all’aborto spontaneo vengono vissute in modo diverso dall’uomo e dalla donna. Non parliamo di un minore o maggiore dolore, ma ci riferiamo al corpo. Le donne, infatti, vivono l’intera esperienza anche attraverso il proprio corpo. Se l’uomo crea il suo spazio mentale e vede la sua compagna cambiare, la donna sente se stessa cambiare e cambia, sia a livello psichico che ormonale e fisico. Subito dopo un aborto peraltro il corpo della donna, per un certo periodo di tempo, continua a funzionare come se la gravidanza non si fosse interrotta, questo rende ancora più complicato accettare di aver perso il proprio bambino. L’uomo invece, che non vive l’esperienza dell’aborto sul proprio corpo, vede la propria compagna soffrire e sentendosi impotente rispetto al darle un sostegno emotivo, probabilmente tenderà a salvaguardarla occupandosi della parte pratica, adottando un atteggiamento improntato all’azione.

Questi vissuti così diversi generano difficoltà nel comprendersi. Può accadere che la donna, invasa da queste sensazioni corporee, dia per scontato che il suo compagno la capisca, e può fraintendere il suo “distacco emotivo”; l’uomo, a sua volta, può pensare lo stesso rispetto ai propri vissuti.

E’ essenziale dunque che tutte le emozioni che attraversano la coppia vengano condivise reciprocamente, così che ogni piccola differenza possa essere compresa dal partner, aggiungendo forza al legame.

Cosa può fare quindi un uomo per aiutare la propria compagna?

Date alla vostra compagna il tempo che le serve per superare questo momento, accogliete i suoi pianti, le sue parole, la sua tristezza…chiedetele ciò che non capite, ciò che non vi sapete spiegare.

Probabilmente all’inizio sarete molto più presi a risolvere le questioni pratiche, dal gestire le relazioni con i parenti e amici, alla gestione della casa, come ad esempio ri-ri-organizzare lo spazio dedicato al bambino. Non sentitevi in colpa se, presi dalle faccende, lasciate poco spazio all’espressione delle vostre emozioni. In questo momento questo è uno dei modi in cui potete aiutare la vostra compagna. La funzione dell’uomo, di fronte ad un evento doloroso, è proprio quella di mantenere un “piede” ancorato alla realtà concreta, in modo da non andare a fondo entrambi. Questo non significa che dovrete mettere da parte i vostri vissuti, ma probabilmente che li esprimerete più liberamente in un tempo diverso rispetto alla partner. Spesso infatti accade che non appena la donna inizia a stare meglio, l’uomo si “concede” di poter lasciare più spazio alle proprie emozioni legate all’evento doloroso.

Contemporaneamente però cercate di non mostrare un atteggiamento freddo e distaccato, perché non è non chiedendo alla vostra compagna come si sente che allevierete il suo dolore. Cercate quindi di far sentire la vostra presenza, pratica ed emotiva, creando nella coppia quel contenitore accogliente che vi permetterà di superare insieme quello che vi è accaduto, così che ne possiate uscire più forti e uniti.

Per una donna, in questo momento, la cosa più importante è sentirvi vicino, sapere di poter esprimere senza paura e vergogna le proprie emozioni, perché si sente capita, rispettata e protetta.

Dott.ssa Irene Bellini

Dott.ssa Stefania Cioppa

9 gennaio 2013

Ho perso il mio bambino: perché nessuno mi chiede niente?

IL VISSUTO DEGLI ALTRI DI FRONTE ALL’ABORTO SPONTANEO

da sola nella folla

Davanti ad un lutto, o più in generale ad un evento tragico, ogni persona reagisce in modo diverso e non dipende da quanto bene ci voglia.

Dopo un evento poco felice, in genere ci si aspetta una maggiore partecipazione dai propri parenti e amici, una chiacchierata in più, una visita a casa o almeno una telefonate per accertarsi della situazione. Spesso però accade il contrario e ci si trova soli di fronte a un cambiamento difficile da gestire. Possono allora aumentare il senso di solitudine e di sconforto, oltre che in alcuni casi le difficoltà pratiche (ad esempio gestire la casa o fare la spesa…).

Intorno a noi scorgiamo solo il Silenzio.  Spesso tendiamo noi stessi ad evitare l’argomento, dal momento che nessuno ci chiede come stiamo, ci sentiamo quasi fuori luogo a parlare della nostra sofferenza. Dentro di noi nascono dubbi e perplessità, ci sentiamo sole/i. Potremmo trovarci a pensare che nessuno ci capisce, ci vuole bene, che tutto il mondo intorno a noi sottovaluta quello che ci è accaduto, o che comunque un comune velo di omertà ci lascia sole nel nostro dolore.

La realtà è che ogni individuo reagisce in modo diverso davanti ad un lutto, come nel caso dell’aborto spontaneo. Ogni reazione dipende dalle proprie esperienze precedenti, dalle proprie capacità di affrontare un cambiamento, dal proprio modo di essere e dalla propria quotidianità. L’insieme di queste caratteristiche personali andranno ad indirizzare in un modo piuttosto che in un altro l’atteggiamento nei confronti di chi sta soffrendo.

Potrà allora capitare che qualcuno, per evitare di riaprire una ferita o per paura di sbagliare, non toccherà l’argomento aborto e cercherà invece di portare la conversazione su argomenti leggeri e frivoli, pensando così di alleggerire lo stato di sofferenza. Qualcun altro reagirà al dolore altrui allontanandosi, per la propria incapacità di stare dentro un’emozione così intensa oppure perché questa va a risvegliare delle proprie esperienze precedenti non ancora superate. Infine può accadere che le attuali circostanze di vita portino chi ci sta intorno ad essere meno disponibile, sia dal punto di vista emotivo che pratico, sul piano dell’aiuto.

Tutte queste modalità mettono alcune persone nella condizione di non essere in grado di supportarci in un momento di bisogno, alimentando il senso di solitudine e di estraneità dal mondo circostante, che già contraddistingue questo momento particolare che stiamo attraversando. Certamente ciò non giustifica gli altri, quindi al di là della nostra capacità di comprenderli  è bene capire se dietro a tali comportamenti è nascosto un reale disinteresse.

Che fare allora? Se quello che sentiamo è il bisogno di non sentirci soli, se dentro di noi spinge il desiderio di condividere o almeno di esprimere le nostre emozioni, non dovremmo tacerle. Proviamo a spiegare a chi ci sta accanto quello che proviamo e quello di cui avremmo bisogno;  Io ho bisogno di non sentirmi sola… Parlare e chiedere aiuto. Non dobbiamo avere paura di disturbare il silenzio che ci circonda, così come chi ci sta intorno non dovrebbe avere paura di rompere il nostro di silenzio. Ogni donna, ogni uomo, vive l’esperienza dell’aborto spontaneo in modo personale, in base ai molti fattori che vanno a caratterizzare le singole vite e personalità dei genitori e della coppia; pertanto è possibile che davvero chi ci sta intorno possa non comprendere la nostra situazione. Quindi proviamo a esprimere quello che ci accade…parliamo, senza paura, piangiamo, senza vergogna.

Dott.ssa  Irene Bellini

Dott.ssa Stefania Cioppa

26 novembre 2012

Le emozioni legate all’aborto spontaneo

COSA SI PROVA QUANDO LA GRAVIDANZA SI INTERROMPE

Come spesso accade, ogni individuo, ogni coppia, risponde in maniera diversa ad uno stesso evento, in questo caso la perdita del proprio bambino a causa di un aborto spontaneo. Saranno molti i fattori che andranno ad influenzare emozioni e sentimenti: caratteristiche individuali, epoca di gestazione in cui avviene la perdita, se ci sono stati aborti precedenti, come è stato gestito l’evento…Insomma ogni esperienza porterà con se la propria specificità. Di certo il fatto che si tratti di un evento piuttosto comune (una gravidanza su tre infatti si interrompe nel primo trimestre), non significa che non lasci una traccia importante. Sulla base della nostra esperienza, abbiamo constatato come, seppur ci vengano portati svariati modi di affrontare questa circostanza, in realtà essa sottende una serie di vissuti emotivi comuni.

Ci troviamo di fronte ad una genitorialità interrotta, ferita, spesso infatti risuonano parole come “vuoto”, “solitudine”, “tristezza”, “impotenza”, “frustrazione” , “rabbia” e “sentimento di colpa”. La coppia si troverà ad affrontare una perdita che romperà o farà vacillare gli equilibri fino a quel momento raggiunti, questo soprattutto perché l’uomo e la donna saranno invasi da vissuti diversi e di conseguenza da differenti modi di reagire. Il corpo ha un ruolo piuttosto significativo in questo senso. La donna infatti si è vista cambiare giorno dopo giorno, ed ora il senso di vuoto la assale anche sul piano fisico, l’uomo non può che viverlo attraverso ciò vede nella sua compagna e le proprie fantasie. La donna si sente impotente e inadeguata nel proprio ruolo di madre, l’uomo si sente impotente perché non c’è nulla che possa fare, nemmeno per la propria donna.

La diversità di questi vissuti e dei modi di agire può portare anche a una difficoltà nel riuscire a comunicarli in modo adeguato e nel comprendere quelli dell’altro. Le reazioni saranno di vario genere: alcune volte la reazione difensiva davanti ad emozioni dolorose da sentire porta la coppia sul piano del fare, come nel caso di chi comincia subito la ricerca di un’altra gravidanza; altre volte la tristezza è talmente profonda da risvegliare esperienze precedenti e richiedere un tempo maggiore di elaborazione.

Il periodo successivo all’aborto potrebbe essere caratterizzato da uno svuotamento di energie, tutte impiegate nel tentativo di far fronte al trauma. Non sarà allora insolito provare stanchezza, svogliatezza, poca tolleranza verso gli altri, scarso o grande appetito…Sarà altrettanto comune provare una certa tristezza all’avvicinarsi della ricorrenza dell’aborto o della data presunta del parto mai avvenuto.

E’ possibile che le emozioni sopra descritte vi accompagnino a lungo. Non c’è nulla di strano in questo: siamo di fronte ad un lutto, un trauma che richiede il tempo necessario affinché possa essere interiorizzato in una forma accettabile. Non esiste un’unica giusta reazione, ma esiste giusto tempo per “soffrire”. Purtroppo le emozioni che si provano tendono a rimanere finché non si trova la forza di affrontarle e dargli un significato accettabile per il proprio mondo interno. Non è mai consigliabile fare finta di nulla e coprire le emozioni dolorose con cose da fare: il lavoro, le uscite…è importante ascoltarsi e vivere le emozioni nel momento in cui emergono, poiché nessun nuovo progetto potrà sostituirne uno vecchio: ciò che verrà sarà comunque un altro progetto.

Dott.ssa Irene Bellini

Dott.ssa Stefania Cioppa

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