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20 febbraio 2013

Perché usare i Metodi Attivi?

Un approccio integrato nel lavoro con l’altro.

Noi siamo mente e corpo, un meraviglioso tutt’uno di pensieri, sensazioni ed emozioni. Quando ci succede qualcosa, di bello o di brutto, questo ci coinvolge nella nostra interezza perché esistiamo “con tutti noi stessi”. Un evento quindi può essere pensato, ma anche percepito attraverso il corpo e i sensi, suscitando dei vissuti emotivi del tutto soggettivi.

Spesso quando parliamo di ciò che ci accade ci dimentichiamo di integrare gli aspetti percettivi ed emotivi e riduciamo il nostro racconto ad una “magra” sequenza di fatti. Ciò accade perché non sempre siamo abituati a parlare delle nostre emozioni ma soprattutto non siamo abituati a sentire ciò che ci succede anche attraverso il corpo, non siamo abituati a riconoscere l’esperienza vissuta e le memorie non coscienti che essa ci lascia.

Uno degli aspetti importanti dell’uso dei Metodi d’Azione è proprio di riattivare, nel “qui ed ora”, le sensazioni e i vissuti emotivi legati all’esperienza.

La funzione è quella di “shakerare” i vissuti del corpo e quelli della mente facendo riprendere possesso del legame tra ciò che è accaduto e ciò che si è sentito,  fondendoli in un’unica grande e ricca esperienza.

Il ruolo del conduttore è quello di guida nel processo esplorativo.

Ma quando è utile usare i Metodi Attivi?

Tanti sono i contesti in cui possono essere utilizzati, dunque la loro importanza, data la premessa fatta, acquista delle sfumature diverse a seconda della situazione e degli obiettivi.

Nel metodo psicodrammatico classico, per esempio, è possibile lavorare col Protagonista mettendo in scena un fatto da lui portato, su cui ha voglia di concentrare l’attenzione. La “messa in scena” consiste nella ri-costruzione e drammatizzazione del fatto accaduto con l’utilizzo di alcune accortezze metodologiche proprie dello psicodramma. Il Protagonista, aiutandosi con alcuni oggetti, costruisce simbolicamente la scena, come fosse una scenografia teatrale,  entrando gradualmente in una situazione di semi-realtà.

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Il conduttore aiuta il protagonista ad esplorare “dall’interno” ciò che ha vissuto, guidandolo nel passaggio spazio- temporale con interviste (“intervista esistenziale” e “intervista in situ”), soliloqui e favorendo l’esplorazione dei vari personaggi attraverso le “inversioni di ruolo”. Rivivere il passato nel presente può essere utile per vedere con occhi nuovi ciò che è accaduto, trovando dentro di sé nuovi significati e nuove risorse per riappropriarsi della propria esistenza.

Un altro ambito in cui vengono utilizzati i Metodi Attivi è quello formativo. E’ ben noto infatti che l’apprendimento è più completo se passa attraverso l’esperienza. Con questa frase intendo dire che ascoltare semplici nozioni non aiuta a fare propri i contenuti, ma questi vengono maggiormente acquisiti se messi in relazione alla propria esperienza personale. Ancora di più ciò avviene se il modo di apprendere non è quello dell’osservatore passivo, ma dell’attore partecipante. Sicuramente sarà capitato a tutti, negli anni della scuola, di aver preso parte a un’esperienza di gruppo in cui è stata richiesta una partecipazione attiva…è molto probabile che tale ricordo sia molto più vivido rispetto alla lezione frontale proposta dal professore. Questo accade perché è un tipo di apprendimento basato sulle percezioni e le emozioni degli individui e non su una realtà “ricevuta” dall’esterno.

Molto spesso nell’ambito formativo vengono infatti usati “giochi di gruppo”, role-playing, discussione di casi…tutte esperienze che permettono alle persone di immergersi totalmente in ciò che viene proposto sviluppando la propria creatività, libertà di pensiero e abilità relazionale. Ciò implica un radicale cambiamento rispetto al tradizionale rapporto tra formatore e allievo, poiché quest’ultimo non è più considerato un “contenitore vuoto” da riempire del sapere proveniente dall’esterno, ma deve fare propria l’esperienza integrandola con il proprio vissuto e il proprio sapere.

In ultimo vorrei sottolineare il valore dei metodi attivi nel lavoro di gruppo sul gruppo stesso. Questo perché l’uso del corpo permette di favorire l’incontro con l’altro utilizzando non solo il livello cognitivo, ma anche quello corporeo.  Legittimare l’uso del corpo e la libera espressione (guidata e contenuta dalle consegne del conduttore) favorisce lo sviluppo della spontaneità e della creatività, liberando le persone dai rigidi schemi quotidiani cui sono abituate. E’ in queste condizioni che può avvenire un incontro autentico con se stessi e con gli altri, all’interno di una cornice che garantisce la simmetria tra i membri del gruppo, la circolarità della comunicazione e l’assenza di giudizio, a favore di un atteggiamento di ascolto attento e un rispetto dell’altro.

Tante altre potrebbero essere le cose da dire a proposito dei Metodi Attivi e dello Psicodramma, ma in questo articolo ho voluto citare quelli che ritengo essere gli aspetti più importanti, valorizzando questo approccio in tutti i suoi contesti e in tutte le sue sfumature.

Dott.ssa Stefania Cioppa

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19 novembre 2012

Il valore del gruppo nel lavoro su se stessi

 

“La socialità è un desiderio. Il desiderio di stare con gli altri. Di sentirsi accolti”[1]; abbiamo bisogno degli altri per condividere le nostre cose, il nostro amore, le nostre passioni, i nostri saperi, le nostre storie e arricchirci di ciò che la condivisione stessa, lo scambio e il riconoscimento dell’altro ci trasmettono.

Siamo per natura portati a questo tipo di scambio, il piacere dell’Altro muove il nostro stare al mondo e la reciprocità delle relazioni nutre la nostra felicità.

Fare un lavoro su di sé è un’esperienza ricca ma al contempo faticosa, permette di conoscersi meglio e di essere quindi più consapevoli di ciò che ci succede e del perché, ma con il presupposto di abbattere le difese personali, di mettersi a nudo, di togliere le maschere che ogni giorno indossiamo. Ma quale può essere il vantaggio nel fare un lavoro di questo tipo all’interno di  gruppo?

Quando lavoriamo su noi stessi portiamo con noi un bagaglio di esperienze e di persone che fanno parte della nostra storia personale, che hanno influito in modo più o meno significativo sul nostro modo di essere e di rapportarci agli altri. Il gruppo rappresenta una realtà in misura ridotta, un piccolo mondo. Al contempo è una realtà protetta, nella quale è possibile mettersi in gioco,  esprimersi e sperimentarsi in modo nuovo, per cogliere quegli aspetti che spesso per paura o inconsapevolezza non mostriamo.

È assodato e condiviso da molti autori che il gruppo è forza, ed “è più della somma delle sue parti”[2] perché mette insieme le energie dei singoli sommato alla forza stessa del gruppo che si crea dalla condivisione e dalle esperienze vissute insieme. Un lavoro di gruppo guidato dall’azione risulta ancora più ricco poiché è dall’azione stessa che si sprigionano le energie dei singoli e del gruppo nel fare delle cose insieme.

L’uso dei “metodi attivi”, termine che sta ad indicare l’impostazione metodologica dettata dall’azione più che dalla parola, dal fare più che dal pensare, favorisce l’emergere di tutti quei processi e quei vissuti emotivi spesso mediati dalla razionalità.

I metodi attivi traggono la loro origine dallo Psicodramma Classico moreniano ma, contaminati dalle arti (scrittura, danza, poesia, disegno, scultura, teatro…), comprendono anche tutte quelle attività che possono arricchire l’esperienza di lavoro e condivisione di gruppo.

L’importanza dell’attività artistica in gruppo risiede nel fatto che uno o più oggetti vengono creati all’interno della vita del gruppo stesso; i modi in cui essa viene svolta e recepita influiscono su tutti i livelli di comunicazione e relazione. L’attribuzione di una forma ad aspetti della propria vita psicologica e ai modi con cui noi interpretiamo il mondo, consente una più rapida auto-apertura ed auto-esplorazione.[3] Questo favorirà l’aumento del proprio senso di auto-efficacia, legittimando anche la presenza di bisogni e desideri che fino ad ora non hanno trovato accoglimento.

Il gruppo, secondo l’approccio dello psicodramma classico, è regolato da alcuni principi di base: la simmetria, la circolarità e l’ assenza di giudizio, che permettono ad ognuno di trovare un proprio spazio al suo interno, in un clima accogliente, familiare e curativo. La situazione paritetica del gruppo contribuisce alla nascita di questo clima di rispetto e cura reciproca, in cui ognuno sarà libero di mettersi in gioco nella misura in cui si sente di farlo.

“Donare” parti di sé e dei propri vissuti al gruppo è un gesto che aumenta il legame, la fiducia negli altri e il riconoscimento, favorendo un reale “incontro” tra le persone. Il desiderio, la relazione, l’essere sé stessi, la spontaneità, la libertà, l’incontro, il riconoscere, l’essere riconosciuti, l’essere visti. 

L’incontro, in termini moreniani, è luogo di scambio delle autenticità. Questo è ciò che avviene durante il lavoro di gruppo di psicodramma: l’incontro con se stessi e con il proprio mondo interno e l’incontro con l’Altro…quale obiettivo migliore?!

  Dott.ssa Stefania Cioppa


[1] A. Righetti, “La socialità”, in “Diritto alla speranza”, Ed. Pungitopo, 2008, Messina.

[2] K. Lewin

[3] J. Campbell, “Attività artistiche in gruppo”, Ed. Erickson, Trento.

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