Posts tagged ‘Ansia’

29 maggio 2013

La depressione stagionale

Depressione Stagionale

E’ arrivata la primavera e presto giungerà anche l’estate. Tralasciando il 2013, che sta riserbando condizioni metereologiche alquanto inusuali, tendenzialmente è un periodo dell’anno caratterizzato da sole e caldo; gli alberi e le piante rifioriscono, portando con sé nuovi colori e profumi.

Molte persone in questi mesi sentono a loro volta il rifiorire dell’energia, della solarità e del buonumore. Ma non è sempre così.

Con il termine “Depressione stagionale” o “Sindrome affettiva stagionale” (SAD – Season Affective disorder) si definisce l’insorgenza di sintomi depressivi in periodi dell’anno specifici: per la maggior parte dei casi in autunno o inverno, meno frequentemente in primavera o all’inizio dell’estate.

Spesso i sintomi diminuiscono nel corso della stagione estiva; va tuttavia considerato che ogni persona è a sé e, pertanto, i periodi di esordio e di risoluzione del problema possono subire delle variazioni.

La depressione stagionale si caratterizza per la presenza di ansia, depressione, ritiro sociale, variazioni nell’appetito con conseguenti alterazioni nel peso corporeo, insonnia o ipersonnia (aumento del sonno), difficoltà di concentrazione, irritabilità.

Altri individui possono al contrario manifestare umore estremamente elevato, agitazione, loquacità e rapidità di pensiero (“Disturbo stagionale invertito”, che fa parte del gruppo dei disturbi bipolari).

Il ruolo ambientale sembra svolgere un’influenza non trascurabile nello sviluppo di questo disturbo. Le variazioni di esposizione alla luce solare agiscano infatti sui livelli di Serotonina presenti nel corpo (creando alterazioni nel tono dell’umore e nell’energia), ma anche sulla Melatonina, un ormone alla base dei ritmi del sonno e dell’umore.

Non va trascurato il ruolo che possono giocare altri fattori quali lo stress, l’appartenenza al sesso femminile e la predisposizione genetica. Bisogna infine tenere in considerazione tutte le problematiche che possono avere coinvolto l’individuo prima dell’esordio dei sintomi.

Sicuramente non è semplice rendersi conto che il malessere che si prova non è unicamente legato al cambio di stagione. Spesso la forza di volontà personale non è sufficiente per superare la profonda e avvolgente sofferenza.

Cosa fare dunque? Si consiglia di rivolgersi ad uno psicologo che possa aiutare la persona a prendere contatto con la propria sofferenza e ritrovare la speranza e la voglia di vivere all’interno di un contesto in cui ci si possa sentire compresi e sostenuti.

 

di Susanna Lupo e Tiziana Fiore

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15 febbraio 2013

Attacco di Panico

 

L’Attacco di Panico

Panico

Immaginate di trovarvi in un bosco. All’improvviso, dinanzi a voi, compare un orso. Avvertite immediatamente il pericolo e il vostro organismo produce in modo autonomo una serie di risposte da utilizzare per reagire con rapidità: aumento della pressione sanguigna, del ritmo cardiaco e del respiro; i muscoli si tendono; accresce la sudorazione mentre si blocca la digestione e viene prodotta meno saliva; aumentano infine la vigilanza e l’attenzione.

Questo meccanismo prende il nome di “attacco-fuga” ed è considerato una normale reazione in situazioni di pericolo, prodotto autonomamente dall’uomo e da tutti i mammiferi.

La situazione è differente nel caso di un Attacco di Panico: stessa reazione, non eguale presenza di un reale pericolo fisico. La risposta è pertanto eccessiva, si attiva in un momento sbagliato.

Inoltre, non conseguendo alcuna attività fisica, le reazioni neurovegetative si protraggono, creando la percezione dell’ansia che, a sua volta, genererà un ulteriore aumento di risposte fisiologiche (aumentano il respiro, la pressione del sangue…), innescando un circolo vizioso che porterà al vero e proprio Attacco di Panico.

 

In cosa consiste esattamente l’Attacco di Panico?

Il DSM-IV-TR (Apa, 2000), ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) lo colloca all’interno dello spettro dei “Disturbi d’Ansia” e lo definisce come un breve periodo di intensa paura o disagio, che raggiunge il suo picco in dieci minuti, caratterizzato da almeno quattro sintomi di cui tremori, sudorazioni, asfissia, formicolii, tachicardia/palpitazioni, sensazione di soffocamento, di sbandamento/svenimento, di irrealtà/distacco da se stessi, nausea/disturbi addominali, dolore/fastidio al petto, brividi/vampate di calore, paura di impazzire/perdere il controllo e di morire.

Non vi deve stupire, quindi, come persone che sviluppano un attacco di panico vi chiedano di andare al Pronto Soccorso o vi dicano che si sentono svenire, morire o di essere in preda ad un infarto.

Il Disturbo di Panico  si caratterizza per la presenza di ricorrenti ed inaspettati Attacchi di Panico, oltre ad una “continua preoccupazione della minaccia di un loro ritorno” (Falabella, 2007). Può essere inoltre accompagnato da Agorafobia, una profonda ansia provata in situazioni nelle quali il soggetto percepisce sia imbarazzante o difficile allontanarsi (ad esempio sui mezzi pubblici, in coda, al supermercato o comunque in mezzo alla folla, ecc.) od ove non sarebbe disponibile un aiuto in caso di attacco di panico, generando così l’evitamento o una faticosa sopportazione delle situazioni stesse.

 

Cosa ne genera l’insorgenza?

In generale è possibile affermare che fattori biologici, psicologici e sociali concorrono insieme all’insorgenza del disturbo. Si tratta quindi di una combinazione di differenti fattori che, in un determinato momento della vita del soggetto, possono produrre lo sviluppo del singolo Attacco di Panico o del Disturbo di Panico.

 

L’attacco di panico è l’unica manifestazione possibile di uno stato ansioso?

Assolutamente no. Numerosi sono i disturbi d’ansia e, molte volte, i non esperti tendono a utilizzare impropriamente il termine “attacco di panico”.

Il sopracitato DSM-IV-TR individua altri disturbi all’interno della sfera ansiosa: “Disturbo d’ansia generalizzato”, “Disturbo post-traumatico da stress”, “Disturbo acuto da stress”, “Fobia specifica”, “Fobia sociale”, “Disturbo ossessivo-compulsivo”, “Distrubo d’ansia Non Altrimenti Specificato”. Vi sono inoltre disturbi d’ansia indotti da una “condizione medica generale” o dall’uso di sostanze.

Occorre infine ricordare come alcuni stati ansiosi, per quanto intensi, non portano necessariamente la persona che ne soffre a sviluppare un vero e proprio disturbo.

Vi sono anche soggetti che possono aver sviluppato un isolato Attacco di Panico, fenomeno che non si è tuttavia successivamente ripresentato.

 

Come curarlo?

Le persone che soffrono di un Disturbo di Panico necessitano sovente di una combinazione di psicoterapia e terapia farmacologica (Nemiah, 1984). In particolare, la terapia psicologica risulta  fondamentale.

Taluni studi hanno tra l’altro suggerito come l’accostamento delle due terapie possa aiutare a ridurre le ricadute (Gabbard, 2002).

Alcune persone tendono ad essere reticenti ad un approccio al farmaco, tendenzialmente per paura della dipendenza o di essere stigmatizzati come malati mentali. Va qui ricordato che il medicinale (che deve essere prescritto da uno psichiatra poiché medico esperto anche di disturbi d’ansia) non andrà assunto per sempre; un attento monitoraggio da parte del medico specialista ne porterà gradualmente l’eliminazione.

In altri casi accade invece che uno stato di maggiore benessere, dovuto anche all’assunzione del medicinale, possa portare la persona, sentendosi meglio, a smetterne l’assunzione, ridurne autonomamente il dosaggio o ad interrompere la psicoterapia, con la successiva ripresentazione dei sintomi, spesso in forma acuita.

Risulta quindi fondamentale darsi del tempo, con l’ausilio dello specialista, per permettere al proprio corpo e alla propria psiche di raggiungere il benessere tanto atteso.

A livello psicoterapeutico, il modello cognitivo-comportamentale è maggiormente focalizzato sulla cura del sintomo e dei pensieri disfunzionali sottesi. Proporrà quindil’insegnamento di specifiche tecniche di respirazione  e di rilassamento, la esposizione graduale (che consiste nell’aiutare la persona ad affrontare progressivamente la situazione fobica) e la ristrutturazione cognitiva.

La psicoterapia psicodinamica si concentra invece sulle cause più profonde che possano avere generato il problema ed il significato inconscio degli eventi da parte del soggetto: eventuali conflitti che concernano rabbia, separazione ed indipendenza, eventuali perdite e lutti, modalità di attaccamento durante l’infanzia, eventuali abusi, difficoltà relazionali ecc. (Gabbard, 2002). 

di Susanna Lupo

 

Bibliografia:

American Psychiatric Association (2000), “DSM-IV-TR Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, ed. Masson.

Falabella, A. (2007), “ABC della psicopatologia”, ed. Magi.

Gabbard, G.O. (2002), “Psichiatria psicodinamica”, ed. Cortina.

Nemiah, J.C. (1984), “The psychodynamic view of anxiety”. In: PASNAU, R.O. (a cura di) Diagnosis and Treatment of Anxiety Disorders. American Psychiatric Press, Washington.

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