Role Playing e Psicodramma: due esperienze a confronto

Avrete sicuramente sentito parlare di entrambi, ma magari avete ancora un  po’ di confusione…e allora proviamo a spiegare meglio cosa sono, e soprattutto le loro differenze.

Innanzitutto c’è da fare una premessa: il termine “Psicodramma”, ha un doppio significato, indica infatti sia l’approccio teorico e metodologico inventato da J.L.Moreno, sia un particolare tipo esperienza in cui un Protagonista “mette in scena” una situazione sua personale o immaginata, che riguarda il suo mondo interno. In questo contesto vorrei analizzare e differenziare questo secondo tipo di significato del termine Psicodramma, quello più tecnico, che fa parte insieme al Role Playing delle esperienze proposte da Moreno.

Partiamo da un esempio concreto, usando come tema di lavoro “La difficoltà del genitore al momento della nanna dei propri bambini”.

Se in un gruppo di genitori, tutti esprimono la loro difficoltà nel mettere a letto i bambini allora si potrebbe proporre un lavoro comune, in cui tutti possono osservare, agire i vari ruoli e riflettere sull’esperienza. In questo caso si parla di Role Playing.

Si potrebbe proporre al gruppo di inventare un copione e definire i ruoli che ci sono (i bambini non vogliono andare a dormire e fanno i capricci; a casa ci sono mamma, papà e due figli), i partecipanti al gruppo decidono quale ruolo vogliono “giocare”, e la scena ha inizio. Durante lo svolgimento della scena, il conduttore può interrompere utilizzando alcune tecniche, per approfondire cosa succede, i membri del gruppo possono invertirsi per sperimentare anche gli altri ruoli. Ci saranno alcune persone che giocano i ruoli e altre che osservano la scena. Alla fine tutti potranno condividere le riflessioni e i vissuti nell’osservare la scena o nell’essersi sperimentati nei vari ruoli. Tutto ciò che viene condiviso diventa materiale comune per arricchire l’esperienza di ognuno.

Se invece in un gruppo, un genitore esprime una grossa difficoltà personale nel gestire il momento della nanna dei propri bambini allora si può proporre un’esperienza da Protagonista, in cui lui/lei lavora e il gruppo osserva o funge da io-ausiliario. In questo caso si parla di Psicodramma.

Ciò significa che il genitore dirà quali sono le persone presenti nella Sua scena, sceglierà tra i membri del gruppo chi dovrà interpretare quei ruoli, e una volta costruita la scena darà voce ad ogni personaggio, prendendone i panni ad uno ad uno. Gli io-ausiliari allora non avranno margine di libertà nel giocare il ruolo che viene attribuito, ma avranno la funzione di impersonare ciò che il Protagonista ha portato. In questo caso i ruoli non vengono cambiati in corso d’opera. Sarà solo la possibilità del Protagonista di sperimentarli tutti per poter vedere la situazione da tutti i punti di vista. Alla fine del lavoro il Protagonista avrà avuto modo di esplorare e approfondire la Sua situazione personale e i membri del gruppo di condividere le loro risonanze nell’osservare o partecipare come ausiliari alla scena del Protagonista.

Come vedete la situazione potrà sembrare molto simile, ma da uno stesso tema possono esserci due strade diverse di lavoro. Ovviamente la strada che si sceglie dipende dagli obiettivi e dalla disponibilità del gruppo.

Il Gioco di Ruolo viene utilizzato prevalentemente nel contesto formativo o pedagogico, poiché non riguarda la storia individuale di un membro del gruppo, ma una “storia tipo”, che rappresenta un copione più o meno comune a tutti; il suo obiettivo è quello di lavorare sui ruoli sociali condivisi. Questo è il motivo per cui viene spesso utilizzato nei gruppi di formazione e supervisione specifici, perché è molto facile poter portare nell’esperienza del gruppo una situazione comune a tutti dalla quale poi far partire riflessioni sul ruolo professionale.

Lo Psicodramma invece è un’esperienza attiva che mette in scena, con l’aiuto dei membri del gruppo, chiamati Io-ausiliari, la storia personale di uno solo dei partecipanti, chiamato Protagonista. Può essere utilizzato in diversi contesti, da quello formativo a quello pedagogico, dalla crescita personale al gruppo di sostegno psicologico e di terapia. Il suo obiettivo è quello di approfondire la tematica portata da una persona, di lavorare sulla sua verità soggettiva, permettendo di avvalersi dell’aiuto del gruppo che ha quindi una funzione amplificatrice, di ausiliario e di contenitore.

di Stefania Cioppa

Metodi Attivi

Vorrei presentare i “Metodi Attivi” regalandovi una suggestione…

Un incontro a due:

occhi negli occhi, volto nel volto.

E quando mi sarai vicino io prenderò i tuoi occhi

e li metterò al posto dei miei,

e tu prenderai i miei occhi

e li metterai al posto dei tuoi,

e allora io ti guarderò con i tuoi occhi

e tu mi guarderai con i miei.

Così persino la cosa comune impone il silenzio e

il nostro incontro rimane la meta della libertà:

il luogo indefinito, in un tempo indefinito,

la parola indefinita per l’uomo indefinito.

(da “Invito a un Incontro”, J.L. Moreno, 1915)

L’incontro, in termini moreniani, è luogo di scambio delle autenticità. È questo ciò che avviene durante il lavoro di gruppo psicodrammatico, l’incontro con se stessi e con il proprio mondo interno e l’incontro con l’Altro.

Cosa sono i Metodi Attivi?

I “Metodi Attivi” , che derivano dallo psicodramma classico, sono tutti quegli approcci esplorativi e linguaggi espressivi che favoriscono l’emergere creativo e spontaneo di tutte quelle parti di sé e dei vissuti che spesso sono mascherati, perché mediati dalla ragione.

I “Metodi attivi”, come dice la parola stessa, sono una metodologia utilizzata prevalentemente nel lavoro di gruppo, che privilegia l’azione rispetto alla parola, il fare piuttosto che il pensare, il sentire i propri vissuti piuttosto che il semplice ricordarli. La parola, il pensiero e la razionalità subentrano solo in un secondo momento per integrare il vissuto emotivo  legato all’evento con il ricordo dello stesso. L’attivazione del corpo favorisce la mescolanza tra percezioni dei vissuti, ormai sopite, e ricordi.

Questa metodologia deriva dallo Psicodramma classico, un approccio ideato da J.L. Moreno nella prima metà del ‘900.

 
Se vuoi saperne di più di Psicodramma e Metodi Attivi puoi leggere… 
 

Cos’è il Role Playing?

TECNICHE E METODI ATTIVI

“Role Playing” o “Gioco di ruolo” è qualcosa che è entrato a far parte ormai del linguaggio comune; tutti ne parlano, molti hanno provato o sanno più o meno di cosa si tratta. Ma vediamo più nello specifico quali sono le sue origini e a che cosa serve!

Il Role Playing è un tipo di attività esperienziale che viene usata in molti ambiti e in molti approcci teorici, ma che trae la sua origine dall’approccio teorico e metodologico dello Psicodramma Classico.  Moreno, il suo ideatore, infatti mise a punto questo tipo di strumento per stimolare un apprendimento rispetto ai ruoli e controruoli che si assumiamo nella quotidianità. DSCN5012

In particolare nella sua teoria Moreno sostiene che ogni ruolo sia composto da elementi collettivi ed elementi individuali, che permettono di differenziare il modo in cui ognuno di noi interagisce con l’altro. Il verbo che utilizza nella sua concettualizzazione è proprio “giocare”, poiché sostiene che ognuno agisca secondo delle regole assegnate e condivise, ma allo stesso tempo con delle proprie attitudini e particolarità che rendono del tutto unica la persona.

Secondo Moreno i ruoli si sviluppano lungo un continuum di libertà:

–       Role taking: come assunzione di un ruolo pre-determinato che non lascia margine alla libertà individuale

–     Role playing: come modo soggettivo che una persona ha di “giocare un ruolo” che ha una valenza sociale comune

–    Role creating: come possibilità di ciascuno di inventare un ruolo da giocare con l’altro, avendo il massimo grado di libertà individuale.

Anche il normale processo di crescita è caratterizzato da questo tipo di continuum, infatti ogni bambino per poter crescere in modo sano deve differenziarsi dai ruoli che gli vengono attribuiti dai genitori e “giocarli” nel modo più spontaneo possibile verso una sempre maggiore differenziazione e individuazione, fino a diventare adulto.

Molto spesso le nostre esperienze di vita però ci portano a irrigidimenti che hanno poi un effetto disadattivo o poco sano sul nostro modo di stare nel mondo. Permettersi quindi di lavorare sui propri ruoli e sperimentarsi in modi nuovi, aiuta più facilmente ad avviare un processo di cambiamento. Il gioco di ruolo serve proprio a sperimentare nuovi modi di agire, nonché i vari punti di vista, così da rompere i copioni cristallizzati e stereotipati che possono essere rigidi e non sempre efficaci, per trovare nuove risorse e possibilità in situazioni conosciute o per gestire efficacemente situazioni nuove e inattese.

Quando si parla di Role Playing come tecnica, ci si riferisce quindi ad una esperienza attiva in cui viene simulata una “situazione tipo” descritta dai partecipanti, in cui sono presenti determinati “ruoli sociali” ( identificabili più come personaggi che come persone vere e proprie) che vengono sperimentati dai membri del gruppo, al fine di stimolare delle riflessioni sulle dinamiche che emergono nell’esperienza e sui vissuti di ognuno.

I ruoli portati vengono descritti in modo generico e prevedono un certo grado di libertà nell’essere giocati.

Ogni membro del gruppo decide quale ruolo assumere e durante la scena possono essere utilizzate varie tecniche dello psicodramma (inversione di ruolo, soliloquio, doppio…)per approfondire le dinamiche in gioco.

Questo è il motivo per cui molto spesso viene usato nei contesti formativi e pedagogici. Nel primo caso in particolare si tendono a portare in scena situazioni legate al ruolo al quale le persone si stanno formando; nel secondo caso invece serve per mettere in luce i diversi punti di vista nelle dinamiche genitore-bambino; educatore-bambino; educatore-genitore.

La tecnica è stata utilizzata in vari contesti e comunque spesso viene estrapolata dal suo apparato originario. Nonostante ciò si rivela efficace poiché facilita un apprendimento più profondo in quanto “vissuto sulla propria pelle”.

E’ dimostrato infatti che l’apprendimento che passa attraverso l’esperienza vissuta viene poi più facilmente riportato nel proprio agire quotidiano.

…e non è forse questo l’obiettivo della crescita?!

Dott.ssa Stefania Cioppa

 

 

 

 

Perché usare i Metodi Attivi?

Un approccio integrato nel lavoro con l’altro.

Noi siamo mente e corpo, un meraviglioso tutt’uno di pensieri, sensazioni ed emozioni. Quando ci succede qualcosa, di bello o di brutto, questo ci coinvolge nella nostra interezza perché esistiamo “con tutti noi stessi”. Un evento quindi può essere pensato, ma anche percepito attraverso il corpo e i sensi, suscitando dei vissuti emotivi del tutto soggettivi.

Spesso quando parliamo di ciò che ci accade ci dimentichiamo di integrare gli aspetti percettivi ed emotivi e riduciamo il nostro racconto ad una “magra” sequenza di fatti. Ciò accade perché non sempre siamo abituati a parlare delle nostre emozioni ma soprattutto non siamo abituati a sentire ciò che ci succede anche attraverso il corpo, non siamo abituati a riconoscere l’esperienza vissuta e le memorie non coscienti che essa ci lascia.

Uno degli aspetti importanti dell’uso dei Metodi d’Azione è proprio di riattivare, nel “qui ed ora”, le sensazioni e i vissuti emotivi legati all’esperienza.

La funzione è quella di “shakerare” i vissuti del corpo e quelli della mente facendo riprendere possesso del legame tra ciò che è accaduto e ciò che si è sentito,  fondendoli in un’unica grande e ricca esperienza.

Il ruolo del conduttore è quello di guida nel processo esplorativo.

Ma quando è utile usare i Metodi Attivi?

Tanti sono i contesti in cui possono essere utilizzati, dunque la loro importanza, data la premessa fatta, acquista delle sfumature diverse a seconda della situazione e degli obiettivi.

Nel metodo psicodrammatico classico, per esempio, è possibile lavorare col Protagonista mettendo in scena un fatto da lui portato, su cui ha voglia di concentrare l’attenzione. La “messa in scena” consiste nella ri-costruzione e drammatizzazione del fatto accaduto con l’utilizzo di alcune accortezze metodologiche proprie dello psicodramma. Il Protagonista, aiutandosi con alcuni oggetti, costruisce simbolicamente la scena, come fosse una scenografia teatrale,  entrando gradualmente in una situazione di semi-realtà.

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Il conduttore aiuta il protagonista ad esplorare “dall’interno” ciò che ha vissuto, guidandolo nel passaggio spazio- temporale con interviste (“intervista esistenziale” e “intervista in situ”), soliloqui e favorendo l’esplorazione dei vari personaggi attraverso le “inversioni di ruolo”. Rivivere il passato nel presente può essere utile per vedere con occhi nuovi ciò che è accaduto, trovando dentro di sé nuovi significati e nuove risorse per riappropriarsi della propria esistenza.

Un altro ambito in cui vengono utilizzati i Metodi Attivi è quello formativo. E’ ben noto infatti che l’apprendimento è più completo se passa attraverso l’esperienza. Con questa frase intendo dire che ascoltare semplici nozioni non aiuta a fare propri i contenuti, ma questi vengono maggiormente acquisiti se messi in relazione alla propria esperienza personale. Ancora di più ciò avviene se il modo di apprendere non è quello dell’osservatore passivo, ma dell’attore partecipante. Sicuramente sarà capitato a tutti, negli anni della scuola, di aver preso parte a un’esperienza di gruppo in cui è stata richiesta una partecipazione attiva…è molto probabile che tale ricordo sia molto più vivido rispetto alla lezione frontale proposta dal professore. Questo accade perché è un tipo di apprendimento basato sulle percezioni e le emozioni degli individui e non su una realtà “ricevuta” dall’esterno.

Molto spesso nell’ambito formativo vengono infatti usati “giochi di gruppo”, role-playing, discussione di casi…tutte esperienze che permettono alle persone di immergersi totalmente in ciò che viene proposto sviluppando la propria creatività, libertà di pensiero e abilità relazionale. Ciò implica un radicale cambiamento rispetto al tradizionale rapporto tra formatore e allievo, poiché quest’ultimo non è più considerato un “contenitore vuoto” da riempire del sapere proveniente dall’esterno, ma deve fare propria l’esperienza integrandola con il proprio vissuto e il proprio sapere.

In ultimo vorrei sottolineare il valore dei metodi attivi nel lavoro di gruppo sul gruppo stesso. Questo perché l’uso del corpo permette di favorire l’incontro con l’altro utilizzando non solo il livello cognitivo, ma anche quello corporeo.  Legittimare l’uso del corpo e la libera espressione (guidata e contenuta dalle consegne del conduttore) favorisce lo sviluppo della spontaneità e della creatività, liberando le persone dai rigidi schemi quotidiani cui sono abituate. E’ in queste condizioni che può avvenire un incontro autentico con se stessi e con gli altri, all’interno di una cornice che garantisce la simmetria tra i membri del gruppo, la circolarità della comunicazione e l’assenza di giudizio, a favore di un atteggiamento di ascolto attento e un rispetto dell’altro.

Tante altre potrebbero essere le cose da dire a proposito dei Metodi Attivi e dello Psicodramma, ma in questo articolo ho voluto citare quelli che ritengo essere gli aspetti più importanti, valorizzando questo approccio in tutti i suoi contesti e in tutte le sue sfumature.

Dott.ssa Stefania Cioppa

Il valore del gruppo nel lavoro su se stessi

 

“La socialità è un desiderio. Il desiderio di stare con gli altri. Di sentirsi accolti”[1]; abbiamo bisogno degli altri per condividere le nostre cose, il nostro amore, le nostre passioni, i nostri saperi, le nostre storie e arricchirci di ciò che la condivisione stessa, lo scambio e il riconoscimento dell’altro ci trasmettono.

Siamo per natura portati a questo tipo di scambio, il piacere dell’Altro muove il nostro stare al mondo e la reciprocità delle relazioni nutre la nostra felicità.

Fare un lavoro su di sé è un’esperienza ricca ma al contempo faticosa, permette di conoscersi meglio e di essere quindi più consapevoli di ciò che ci succede e del perché, ma con il presupposto di abbattere le difese personali, di mettersi a nudo, di togliere le maschere che ogni giorno indossiamo. Ma quale può essere il vantaggio nel fare un lavoro di questo tipo all’interno di  gruppo?

Quando lavoriamo su noi stessi portiamo con noi un bagaglio di esperienze e di persone che fanno parte della nostra storia personale, che hanno influito in modo più o meno significativo sul nostro modo di essere e di rapportarci agli altri. Il gruppo rappresenta una realtà in misura ridotta, un piccolo mondo. Al contempo è una realtà protetta, nella quale è possibile mettersi in gioco,  esprimersi e sperimentarsi in modo nuovo, per cogliere quegli aspetti che spesso per paura o inconsapevolezza non mostriamo.

È assodato e condiviso da molti autori che il gruppo è forza, ed “è più della somma delle sue parti”[2] perché mette insieme le energie dei singoli sommato alla forza stessa del gruppo che si crea dalla condivisione e dalle esperienze vissute insieme. Un lavoro di gruppo guidato dall’azione risulta ancora più ricco poiché è dall’azione stessa che si sprigionano le energie dei singoli e del gruppo nel fare delle cose insieme.

L’uso dei “metodi attivi”, termine che sta ad indicare l’impostazione metodologica dettata dall’azione più che dalla parola, dal fare più che dal pensare, favorisce l’emergere di tutti quei processi e quei vissuti emotivi spesso mediati dalla razionalità.

I metodi attivi traggono la loro origine dallo Psicodramma Classico moreniano ma, contaminati dalle arti (scrittura, danza, poesia, disegno, scultura, teatro…), comprendono anche tutte quelle attività che possono arricchire l’esperienza di lavoro e condivisione di gruppo.

L’importanza dell’attività artistica in gruppo risiede nel fatto che uno o più oggetti vengono creati all’interno della vita del gruppo stesso; i modi in cui essa viene svolta e recepita influiscono su tutti i livelli di comunicazione e relazione. L’attribuzione di una forma ad aspetti della propria vita psicologica e ai modi con cui noi interpretiamo il mondo, consente una più rapida auto-apertura ed auto-esplorazione.[3] Questo favorirà l’aumento del proprio senso di auto-efficacia, legittimando anche la presenza di bisogni e desideri che fino ad ora non hanno trovato accoglimento.

Il gruppo, secondo l’approccio dello psicodramma classico, è regolato da alcuni principi di base: la simmetria, la circolarità e l’ assenza di giudizio, che permettono ad ognuno di trovare un proprio spazio al suo interno, in un clima accogliente, familiare e curativo. La situazione paritetica del gruppo contribuisce alla nascita di questo clima di rispetto e cura reciproca, in cui ognuno sarà libero di mettersi in gioco nella misura in cui si sente di farlo.

“Donare” parti di sé e dei propri vissuti al gruppo è un gesto che aumenta il legame, la fiducia negli altri e il riconoscimento, favorendo un reale “incontro” tra le persone. Il desiderio, la relazione, l’essere sé stessi, la spontaneità, la libertà, l’incontro, il riconoscere, l’essere riconosciuti, l’essere visti. 

L’incontro, in termini moreniani, è luogo di scambio delle autenticità. Questo è ciò che avviene durante il lavoro di gruppo di psicodramma: l’incontro con se stessi e con il proprio mondo interno e l’incontro con l’Altro…quale obiettivo migliore?!

  Dott.ssa Stefania Cioppa


[1] A. Righetti, “La socialità”, in “Diritto alla speranza”, Ed. Pungitopo, 2008, Messina.

[2] K. Lewin

[3] J. Campbell, “Attività artistiche in gruppo”, Ed. Erickson, Trento.

L’uso degli oggetti nello Psicodramma

 

Immagini, frammenti di realtà…

esplosione di colori…

espressioni in maschera..

note, musica, ritmo…

poesia…

spazi grandi, morbidi, silenziosamente rumorosi…

persone, incontrate e riflesse…

suggestioni.

Lo psicodramma, e più in generale i “metodi attivi”, hanno tra le loro caratteristiche principali l’utilizzo dell’azione come modalità privilegiata di lavoro. L’azione infatti favorisce l’accesso ai ricordi e ai vissuti personali, impregnati di un carico emotivo molto più forte rispetto al semplice racconto. Lo psicodramma infattti non si limita al racconto dell’esperienza, ma lavora sulla “messa in scena”  dei fatti accaduti o immaginati, immergendo il Protagonista nella stroria in modo globale, attivando percezioni, stati d’animo, sensazioni spesso filtrate dalla razionalità.

Questo tipo di lavoro permette di integrare quindi gli aspetti emotivi e quelli razionali, facendo emergere nuovi contenuti e nuovi significati che aiutano la persona ad elaborare più facilmente le proprie esperienze personali.

Lo Psicodramma e i “metodi attivi” fanno largo uso degli oggetti, vengono infatti utilizzati diversi tipi di materiali (teli colorati, cuscini, maschere, musica, immagini, specchi, libri, oggetti di vario tipo…) che facilitano il lavoro attivo, l’espressività, la creatività e quindi la spontaneità.

Il materiale a disposizione funge da “mediatore” all’interno della scena e del lavoro psicodrammatico e sociodrammatico.

Innanzitutto può servire per costruire fisicamente la scena, aiutando il Protagonista a ritrovare attraverso gli oggetti i luoghi reali o immaginari all’interno dei quali rappresentare il suo mondo interno. In questo caso gli oggetti assolvono la funzione di contenitore e di setting.

Gli oggetti utilizzati nei metodi attivi sono per la maggior parte materiali indefiniti, suggestivi ed evocativi che lasciano spazio all’immaginazione e al simbolico. Vi è quindi la possibilità, per chi li utilizza, di proiettare i propri contenuti soggettivi attribuendo valori, idee, emozioni e sentimenti, personali, senza necessariamente attribuire un significato univoco e oggettivo, e definire a priori quale sarà il contenuto che verrà proiettato. Attraverso le libere associazioni, il materiale funge da stimolo per far emergere contenuti personali anche nuovi e non conosciuti su cui è possibile lavorare.

Nello psicodramma anche le persone stesse hanno la funzione di “mediatore”, nel senso che rivestono, nelle varie esperienze proposte dal conduttore, dei ruoli sui quali è possibile proiettare contenuti ed emozioni, facilitando quindi lo scambio tra le persone, proteggendole da vissuti estranei alla relazione reale tra le stesse.

Il contenitore creato dagli oggetti e dalle persone favorisce facilmente il passaggio in una dimensione di semi-realtà, in cui le cose non sono realmente ciò che sembrano ma hanno un significato soggettivo e personale, in cui è quindi possibile esprimersi liberamente nella misura in cui ci si sente di farlo, secondo le proprie caratteristiche e il proprio stato d’animo.

Dott.ssa Stefania Cioppa

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