Disgrafia: a cosa prestare attenzione?

“La disgrafia è

un disturbo specifico dell’apprendimento che si manifesta come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici. Essa riguarda quindi solo il gesto grafico e non le regole ortografiche  e sintattiche, benchè influisca negativamente anche su tali acquisizioni a causa della frequente difficoltà di rilettura e di autocorrezione.”

Se la grafia si presenta:

  • poco leggibile
  • molto lenta e stentata
  • al contrario precipitosa, con uno scarso controllo del gesto grafico, con confusione e disarmonia
  • disorganizzata nella forma e nell’uso degli spazi
  • se c’è un’eccessiva rigidità muscolare o dolore mentre si scrive…

…allora si può ipotizzare una scrittura disgrafica.

A COSA PRESTARE ATTENZIONE

La disgrafia non si manifesta solo attraverso caratteristiche grafiche rintracciabili nella pagina scritta, ma coinvolge spesso tutto il corpo dello scrivente da qui l’importanza di osservare il bambino mentre scrive.

POSIZIONE E PRENSIONE

Il bambino disgrafico scrive in modo irregolare, la mano scorre con fatica sul testo e spesso si nota un’impugnatura scorretta dello strumento grafico. La posizione del corpo risulta il più delle volteinappropriata:

  • gomito non appoggiato sul tavolo
  • busto troppo inclinato
  • polso rigido
  • mano non scrivente che non tiene fermo il foglio

ORIENTAMENTO NELLO SPAZIO GRAFICO

In genere si nota una difficoltà nel gestire e nell’orientarsi nello spazio grafico, si ha la sensazione che manchino dei punti di riferimento:

  • margini irregolari
  • spazi tra parole e righe irregolari
  • rigo troppo rigido o per nulla seguito con un procedere che sale e scende

PRESSIONE

Va intesa come lo spessore del segno lasciato sul foglio (quanto si calca) e appare non equilibrata. A volte troppo forte, altre troppo leggera o del tutto disuguale. Si tenga conto che la pressione rappresenta in primo luogo l’energia dello scrivente, che nel disgrafico risulta in ogni caso mal differenziata. Talvolta la pressione risulta davvero troppo alterata, in questi casi è bene interrogarsi rispetto alla possibile presenza di difficoltà o condizioni patologiche di altra natura.

DIREZIONE DEL GESTO GRAFICO

Si notano frequenti inversioni nella direzionalità del gesto, sia nell’esecuzione dei singoli grafemi che nella scrittura autonoma, che a volte procede da destra verso sinistra e/o dal basso verso l’alto.

PRODUZIONI E RIPRODUZIONE GRAFICHE

Spesso il bambino disgrafico presenta difficoltà nel riprodurre graficamente forme geometriche. Anche il livello di sviluppo del disegno potrebbe risultare inadeguato rispetto all’età: particolari scarsamente differenziati, copia o riproduzione di oggetti molto globale.

ESECUZIONE DI COPIE

La copia di parole o frasi, e soprattutto la copia dalla lavagna, risulta particolarmente scoraggiante per un bambino disgrafico che vedrà probabilmente il proprio prodotto caratterizzarsi di inversioni di gesto, errori, scarsa chiarezza. Durante la copia il bambino deve infatti portare avanti più compiti contemporaneamente:

  • distinguere la parola dallo sfondo
  • spostare lo sguardo dalla lavagna al foglio
  • riprodurre dei grafemi.

DIMENSIONI DEI GRAFEMI

Le dimensioni dei grafemi vengono in genere scarsamente rispettate:

  • lettere riprodotte o troppo piccole o troppo grandi
  • dimensione irregolare: da micro dimensioni a macrodimensione

RITMO GRAFICO

Spesso il ritmo della scrittura alterato influisce negativamente sulla fluidità del gesto. Si può dunque riscontrare:

  • velocità eccessiva o estrema lentezza
  • mano che esegue i movimenti a scatti
  • frequenti interruzioni
  • legature monotone.

Dott.ssa Irene Bellini

PRIMA…

Scrittura corsiva  all’inizio dellarieducazione. Lo spazio risulta mal gestito, la forma delle lettere, evidentemente non sufficientemente appresa, non permette i collegamento tra le stesse. La pressione è molto appoggiata. Scrive una pagina intera, ma alla fine lamenta male al braccio.

…E DOPO

Pagina di quaderno dopo un anno di rieducazione.

CHE COS’E’ LA RIEDUCAZIONE DELLA SCRITTURA?

La rieducazione è un processo creativo e individualizzato volto a stabilire o ristabilire i presupposti essenziali per un corretto sviluppo del gesto grafico che si raggiunge attraverso interventi sulla postura, sulla tenuta dello strumento, sulla motricità generale e fine, sulla tonicità, attraverso esercizi e tecniche di respirazione, rilassamento,organizzazione spaziale e temporale, prescrittura e pittura utilizzando in particolare i metodi  di Olivaux , di de Ajuriaguerra e della presidente del GGRE Sophie Lombard.

COME FUNZIONA IL TRATTAMENTO?

Il trattamento di rieducazione della scrittura è un percorso relazionale in cui terapeuta e soggetto disgrafico lavorano insieme sugli elementi necessari a ricostruire una buona grafia. Si tratta di decondizionare forme e gesti errati che producono tensione e dolore, rigidezza o mal destrezza, e che penalizzano l’andamento scolastico, l’autostima e le relazioni. Nel corso del trattamento si propongono esercizi tecnici anche sull’impugnatura e sulla postura, esercizi di rilassamento, di respirazione controllata, forme prescritturali sulle quali ricreare una nuova e adeguata attività grafi ca. Le sedute hanno durata di 50 minuti e la durata del trattamento dura circa un anno scolastico, nonostante dipenda dai casi sia una durata minore che maggiore.

QUAL E’ LO SCOPO DELLA RIEDUCAZIONE DELLA SCRITTURA?

Scopo della rieducazione è innanzitutto scoprire il potenziale positivo del soggetto e lavorare su questo per  ripristinare le funzioni malate della scrittura e quindi  migliorare la postura, la tenuta dello strumento, ottenere la padronanza del gesto e della sua tonicità ; in finale  arrivare a trovare il piacere di scrivere  e, tramite il rapporto con il grafologo rieducatore, acquistare fiducia il che si traduce in rapporti più sereni e risultati scolastici migliori.

UN PO’ DI STORIA…

La rieducazione della scrittura nasce in Francia alla fine della Seconda guerra mondiale ad opera di Raymond Trillat e Hugette Masson che hanno introdotto la grafoterapia per i trattamento di soggetti disgrafici presso il Centro Psico-Pedagogico Claude Bernard. Un ulteriore contributo fu dato da Hélène De Gobineau, grafologa celebre per i suoi studi genetici della scrittura, volti ad accertare quale livello di scrittura dovrebbe avere teoricamente ogni bambino a una determinata età. Il metodo proposto dalla De Gobineau nel suo breve articolo inedito del 1958 “Per la scioltezza e la regolarità della scrittura” ha poi ispirato gli studi condotti negli anni Sessanta da Julien De Ajuriaguerra, neuropsichiatra e psicoanalista francese, e dai suoi collaboratori che, oltre ad approfondire l’evoluzione della scrittura, hanno messo a punto un metodo specifico di rieducazione per soggetti disgrafici.

Partendo da una ricerca statistica basata su un campione di 700 alunni di età compresa tra i 6 e 11 anni, l’équipe di De Ajuriaguerra elaborò la Scala E e successivamente la Scala D. Rispetto alla rieducazione della scrittura, l’équipe di Ajuriaguerra, riprendendo alcuni concetti già introdotti dalla De Gobineau, propose una serie di tecniche centrate sul rilassamento del corpo e sulla consapevolezza delle varie parti fisiche di volta in volta utilizzate nell’atto scrittorio. In base a questo metodo si insiste sull’importanza di una postura tonica e rilassata, di una prensione funzionale dello strumento grafico e della coordinazione armonica necessaria tra i vari arti coinvolti nella scrittura.

Intanto nel 1960, nel suo primo lavoro, pubblicato alla Presses Universitaires de France, Robert Olivaux,  ha esposto il suo metodo.  Nel 1966 egli ha fondato l’AGRE, prima associazione di Rieducatori della scrittura. Robert Olivaux, amministratore della SFDG, è psicologo dell’Università di Parigi, pedagogista  e grafologo e autore, tra gli altri, di “Pedagogia della scrittura e grafoterapia”, opera nella quale illustra la metodologia da lui improntata per  “guarire la scrittura”.   Dell’AGRE ha preso il posto il GGRE (Groupment des Graphoterapeutes Reeducateurs de l’Ecriture) organismo di formazione senza finalità di lucro che si compone di circa 120 tra soci fondatori, aderenti e associati  prevalentemente francesi e belgi. La formazione dei grafoterapeuti  è  organizzata a Parigi dal COPES (Centro di Apertura Psicologica e Sociale) organismo di formazione continua e di insegnamento per i problemi psicologici e sociali dell’infanzia e dell’adolescenza,  si svolge in due anni per un totale di circa 104 ore ed è destinata agli psicologi, agli psicomotricisti, agli ortofonisti ed ai grafologi della SFdG.

Grazie alla Cattedra Moretti  dell’Università di Urbino e ai professori Pacifico Cristofanelli e Silvio Lena, nonché all’Agif che hanno organizzato in passato corsi specifici di formazione, ed ora anche all’ANGRIS  e l’A.E.D., questa professione si sta diffondendo anche in Italia dove fino al 2000 era praticamente sconosciuta (noti erano soltanto  i servizi dell’Istituto Psico-medico-pedagogico Centro Method di Perignano diretto da Monica Pratelli dove la rieducazione è effettuata  con specifico metodo da una equipe specializzata). L’esistenza di una tecnica per la rieducazione della scrittura è argomento stimolante soprattutto considerando il vuoto che si registra in Italia a questo proposito: infatti le disgrafie sono generalmente ignorate o sottovalutate e i ragazzi disgrafici sono spesso ritenuti svogliati da insegnanti e genitori.

 Dott.ssa Irene Bellini

Quando insegnare la scrittura?

I PREREQUISITI PER L’INSEGNAMENTO DELLA SCRITTURA

Lo sviluppo del bambino è costellato da un numero rilevante di apprendimenti ognuno dei quali, seppur rapido, riveste una grande importanza. Pensiamo ad esempio al gattonare, tappa che come le altre sarebbe importante non saltare. Permette al bambino di scoprire il mondo che lo circonda, a entrare in relazione con le proprie capacità sensoriali, apprendere concetti fondamentali relativi allo spazio, gestire la propria coordinazione e quindi poi stare in equilibrio.

L’apprendimento della scrittura andrebbe introdotto indicativamente intorno ai 6 anni, età in cui il bambino risulta maggiormente predisposto all’acquisizione degli automatismi grafomotori, con la possibilità che le informazioni si fissino più facilmente nella memoria. Un insegnamento precoce potrebbe portare a difficoltà sia di tipo motorio che percettivo con eventuali conseguenze a livello psicologico e motivazionale.

Affinché si possa iniziare con l’insegnamento della scrittura, è necessario però che il bambino abbia acquisito i prerequisiti , ossia quelle abilità necessarie che faranno da base alla scrittura. Senza la loro esistenza, sarebbe come costruire una casa senza averne fatto le fondamenta. Nel caso in cui ad una verifica ci si rendesse conto di una qualche mancanza in questo senso, sarebbe bene rimandare la scrittura e rinforzare con attività specifiche le abilità necessarie affinché tale apprendimento possa avvenire con successo.

Scarabocchi, disegni e prescrittura, sono alcuni degli esercizi cui il bambino dovrà essere allenato al punto di averli interiorizzati, prima di poter passare ad un compito così complicato e rivoluzionario come l’apprendimento della scrittura.  Così come diverse sono le competenze richieste da tale compito, così molteplici saranno i prerequisiti necessari affinché tale acquisizione possa avvenire in senso positivo.

Il sistema nervoso del bambino dovrà essere abbastanza sviluppato da permette l’apprendimento sia del linguaggio parlato che di una adeguata motricità fine, oltre che permettere la comprensione delle regole che determinano il funzionamente della lingua scritta. Attraverso la funzione simbolica e adeguate competenze mnemoniche, il bambino dovrà essere in grado di operare l’astrazione che gli permetta la trasformazione grafema-fonema. La percezione visiva, acustica e spaziale permetterà al bambino di operare discriminazioni e classificazioni di forme, dimensioni, collocazioni spaziali, relazioni e confronto tra oggetti. Dovrebbe essere presente un buon senso del ritmo, necessario per distinguere l’ordine dei suoni e delle lettere che formano le parole. La definizione dello schema corporeo e la lateralità dovranno essere sufficientemente definite.

Dal punto di vista psicologico oltre che alle funzioni neuropsicologiche (attenzione, memoria, lateralizzazione, organizzazione prassica, spaziale e linguistica)  e cognitive (vari livelli di ragionamento, sintesi e analisi), il bambino dovrebbe aver raggiunto una buona maturazione affettiva e una certa stabilità affettiva. Questi aspetti contribuiranno a rafforzare la motivazione del bambino all’esprimersi attraverso la scrittura e dunque a dirigere le proprie energie verso un nuovo, ambizioso, progetto esterno.

Dott.ssa Irene Bellini

La sabbia e la rieducazione della scrittura

L’uso della sabbia in grafoterapia

La sabbia è la terra, è la linea di confine tra l’invisibile, inconscia profondità del mare e il prominente territorio del conscio. Segna le orme del tempo. Delimita il confine della marea cosmica, ovvero quel moto fra l’essere dinamico e la vuota immobilità. Dacchè gli esseri umani hanno cercato la terra, i castelli di sabbia hanno catturato l’immaginazione di bambini e adulti.

Joel Ryce-Menuhin

 

La professione del rieducatore della scrittura, così come tante altre, richiede una messa in gioco diretta anche da parte dell’operatore. Sui testi e durante i corsi di formazione vengono proposte delle linee guida e degli strumenti cardine, di cui si è provata la funzionalità rispetto all’intervento. Nella pratica però ogni rieducatore metterà in gioco le proprie competenze anche in relazione ai propri interessi e le proprie conoscenze.

Creatività e fantasia. Credo siano due elementi base da tenere presenti nel lavoro di grafoterapia, d’altronde capiterà quasi sempre di avere a che fare con i bambini e come si fa a negare la fantasia con loro?

Mi sono avvicinata alla sabbia alcuni anni fa lavorando in una scuola in cui era presente una sabbiera. Ho iniziato ad usarla come un gioco da fare con i ragazzi disabili e subito l’ho proposta durante il mio primo caso di rieducazione della scrittura, con lo scopo di migliorare la motricità fine. Il mio rapporto con la sabbia è andato poi crescendo, ora sono una psicoterapeuta in formazione specializzata nella Sand Play Therapy e ho ampliato l’uso della sabbia sia nella pratica clinica che nella rieducazione della scrittura.

Credo valga la pena fare un piccolo accenno storico alla tecnica psicoterapeutica di Sand Play Therapy, poiché questo potrebbe aiutare nel comprenderne la magia. La nascita della metodologia del gioco della sabbia viene attribuita all’analista junghiana, paziente e allieva di Jung, Dora Kalff. La Kalff  frequentò per due anni (1955-1956) a Londra l’Istituto di Psicologia Infantile di Margaret Lowenfeld, qui apprese la sua tecnica “il gioco del mondo” (1935) che usava per la terapia dei bambini. Dora Kalff colse le potenzialità trasformative del metodo e intuì che il materiale del “Gioco del Mondo” avrebbe potuto essere usato oltre che per dare corpo all’inconscio infantile, anche per “contattare quel mondo intrapsichico arcaico e transpersonale,  teorizzato da Jung e a cui i bambini sono ancora così vicini durante i loro giochi.” (Marinucci, 2003)

L’analista svizzera, incoraggiata dallo stesso Jung, modificò alcuni aspetti del “Gioco del Mondo” e cominciò a sviluppare la base teorica, sulla base della psicologia analitica junghiana, di quella che sarebbe divenuta la Sand Play Therapy. Nel 1985 fondò la International Society of Sand Play Therapy nell’intento di sancire il metodo, e di promuovere la ricerca sul Gioco della Sabbia e sul processo di guarigione ad esso collegato. Successivamente accolse molti giovani psicologi nella sua abitazione a Zollikon (Svizzera), dove svolgeva la sua attività privata, formativa e clinica. Oggi molti di quei giovani studenti formano il gruppo italiano dell’Associazione della Sand Play Therapy (AISPT).

La sabbia e la rieducazione della scrittura

La mia vuole essere una proposta. Disponendo nel mio studio di una sabbiera, dalla quale tutti i bambini sono attratti, ho iniziato ad usare la sabbia nella rieducazione della scrittura. Credo si tratti di un ulteriore strumento di cui si potrebbe disporre nella pratica della grafoterapia. Cercherò di offrire alcuni esempi dell’utilizzo che se ne può fare, non perdendo di vista però il fatto che ogni intervento è diverso dall’altro, così come ogni rieducatore lavorerà portando un po’ di sé nella relazione con il paziente.

Considerato il valore simbolico della sabbia, non credo possa essere sostituita da altro materiale.

(http://granellidipsicologia.com/category/curiosit-2/il-simbolocosa-vuol-dire/elementi-della-natura/sabbia/)

Possibili applicazioni nella rieducazione della scrittura

La mia idea è che la sabbia possa essere usata in quasi tutti i momenti della rieducazione. In genere durante il trattamento si parte da esercizi svolti in verticale (lavagna, foglio appeso al muro..), passando da fogli grandi a fogli piccoli; anche gli strumenti grafici vengono proposti con un ordine e con un obiettivo. In questo contesto la sabbia potrebbe rappresentare, in quanto elemento simbolicamente arcaico, il primo approccio utilizzabile.

Riporto alcune immagini di esempio:

“l’esercizio inizia con l’esecuzione del cerchio con il dito indice. Viene poi ripassato in modo da creare una ad una tutte le lettere dell’alfabeto corsivo che da esso traggono origine. Dopo averle osservate il bambino ha svolto lo stesso esercizio assegnando un oggetto ad ogni lettera e posizionandoli sulle forme precedentemente tracciate sulla sabbia. La gratificazione derivante dall’oggettiva qualità estetica del lavoro incide sulla motivazione del bambino. L’esercizio poi è proseguito con l’utilizzo dei pennelli e di un foglio appeso al muro, con lo scopo di interiorizzare e affinare il gesto.”
                                   “Esecuzione di forme legate di prescrittura”
                “Esecuzione di semplici forme curve prima leggere, poi calcate.”
“Dopo aver eseguito nella sabbia una spirale ed averla ripassata più volte, il bambino ha realizzato una ista delle biglie, compresa di ostacoli, sulla quale abbiamo giocato.”

Buona sabbia a tutti!

Dott.ssa Irene Bellini

 

 

Dallo scarabocchio al disegno

Lo sviluppo della scrittura

Spesso quando si pensa alla scrittura, si è portati a considerarla come punto di inizio di un processo di apprendimento grafico, forse perché coincide con l’inizio dell’alfabetizzazione e della scolarizzazione del bambino. In realtà la scrittura è l’ultimo gradino di un lento e graduale sviluppo che dallo scarabocchio passa attraverso il disegno. L’insieme delle abilità percettive e motorie conquistate in questi primi tentativi di produzione grafica viene a costituire il bagaglio di competenze di cui il bambino dispone per affrontare l’ulteriore tappa di sviluppo: la scrittura.

In questo senso, appare evidente l’importanza degli stimoli ambientali ed educativi che dovrebbero favorire e opportunamente attivare le potenzialità del bambino.

Nell’interazione con l’ambiente e in rapporto con lo sviluppo cognitivo e motorio, il bambino affronta un primo percorso che lo porterà all’acquisizione di quelli che chiamiamo i prerequisiti per l’apprendimento della scrittura, solo a quel punto sarà possibile per lui affrontare le lettere dell’alfabeto.

A otto mesi il bambino lascia e crea le prime tracce di interazione con l’ambiente: sporca con la minestrina o la pappa, lascia il segno con la macchinina, ecc.

A un anno e mezzo circa il bambino comincia ad esplorare l’ambiente e le sue tracce si fanno più insistenti. Troviamo traccia delle sue manine sui muri, lo vediamo alla ricerca di oggetti scriventi. In questo periodo le esperienze che il bambino fa non hanno ancora intento rappresentativo, appaiono più che altro come manipolazioni.

E’ a 18 mesi che si pone in genere l’inizio dell’attività grafica. La penna, o qualsiasi strumento grafico, tenuto forte con impugnatura a pugno, viene guidata in modo casuale dalla mano. I primi scarabocchi sono creati da gesti ampi e rapidi, senza controllo. La motricità non è ancora sufficientemente controllata, dunque il bambino fatica nel rimanere dentro i margini. E’ un’attività che, spinta dal principio del piacere, per il bambino è fonte di piacere sia a livello motorio che visivo.

Secondo Olivaux questa fase è rappresentata da punti martellati e interrotti, che vanno visti sul piano simbolico come tentativi di allontanamento e riavvicinamento, scoperta del mondo esterno con un ritorno al punto di partenza (si pensi al gioco del rocchetto, Freud); si fa riferimento alla classica modalità messa in atto dal bambino per gestire l’angoscia per la perdita della madre.

Quaglia individua le componenti emotive che già precocemente accompagnano l’uso che il bambino fa di vari tipi di tracciato, in particolare fa riferimento a due tipi di segni:

tracciato buono: morbido e curvo a segnalare tranquillità e benessere.

tracciato cattivo: linee spezzate, sovrapposte, fortemente calcate, a segnalare vissuti di rabbia, frustrazione e collera.

Verso i due anni, due anni e mezzo, l’impugnatura digitale diviene usuale, il bambino organizza meglio la coordinazione occhio-mano, ora è l’occhio che guida la mano verso la direzione voluta, il movimento appare più controllato, i gesti si fanno più piccoli e meno rapidi. Il gomito comincia ad appoggiarsi al tavolo, ma il polso, ancora rigido, lascia poca libertà.

Si notano in prevalenza linee curve con gesti di va e vieni. In questa fase prende piede il graduale passaggio

che porterà dallo scarabocchio motorio allo scarabocchio coordinato.

Il bambino comprende che i suoi gesti possono produrre tracce, e i suoi scarabocchi appaiono:

– senza forme particolari, spesso ovali o ellissi; questo perché scrive con tutto il braccio con l’omero che fa da pivot

– diversi in base alla posizione adottata per produrli: seduto, in piedi..

– spesso monocromatici

– tendono ad occupare tutto il foglio e spesso escono dallo stesso

– la produzione è continua, tanto che al bambino servono diversi fogli.

Per tutti questi motivi è utile lasciare grandi spazi al piccolo artista, in modo che possa espandersi dove vuole, risulta utile ai fini dello sviluppo della motricità.

Come detto in precedenza, il passo successivo è caratterizzato dallo scarabocchio coordinato. I gesti appaiono maggiormente controllati, il bambino scopre che esiste una relazione tra il proprio gesto e

il segno lasciato e questo lo stimola a sperimentare nuove forme e nuovi colori. La prensione è a tre dita, la motricità si organizza, l’occhio guida la mano e il gomito fa da pivot. Il bambino articola le tracce grafiche senza sovrapposizioni e senza superare i limiti del foglio, le forme di vario tipo vengono comunque ancora prodotte casualmente, senza intenzionalità.

Non mancano le prime personalizzazioni dovute al temperamento, al particolare stato d’animo e all’atteggiamento assunto verso l’ambiente. Secondo Olivaux si possono distinguere movimenti generati da differenti scariche emotive: punti marcati e lanciati (ira e aggressività), pressione eccessiva fino a strappi sul foglio e annerimenti (angoscia e aggressività), questi ultimi compaiono spesso in corrispondenza della nascita di un fratellino.

In genere il bambino usa il colore fin dai primi scarabocchi, ma lo fa in modo indifferenziato, difficilmente cambierà colore nel corso dello stesso disegno. Se dovesse accadere, in genere viene fatto per variare l’attività più che per ottenere differenze percettive nel risultato. Se invece risultasse attento ai colori, di norma il bambino piccolo tenderà a privilegiare colori vivaci. Degno di nota il bambino che sceglie precocemente colori “naturalistici”, e/o che non usa i colori nonostante li abbia a disposizione. E’ bene anche controllare il rifiuto del singolo colore.

Nel corso del secondo anno, si nota un aumento della volontà di organizzare il tracciato. La crescente capacità di coordinazione occhio-mano unita all’intenzionalità fa si che il bambino usi lo scarabocchio per sperimentare il piacere liberatorio di affermare se stesso, le sue emozioni, la sua vitalità, la sua ansia e la sua aggressività.

Evolvendo dall’originario gesto a spirale, nascono le prime forme chiuse, prime rotonde, poi quadrangolari e triangolari con spigoli, inizialmente arrotondati, nascono le prime figure a raggi. Si noterà la tendenza a ripetere le forme in seguito alla loro acquisizione, e diviene sempre più sistematica la comparsa di singole forme piccole (cerchiolini, gomitolini,ecc.), anche se appaiono ancora sparpagliati nel foglio, poiché manca a bambino la capacità di gestire e organizzare lo spazio.

Intorno ai tre anni le linee curve interrotte e riprese nello stesso punto, talvolta anche con un colore o uno strumento diverso dal primo, ci segnalano l’acquisizione da parte del bambino del vero e proprio scarabocchio coordinato. Il foglio diviene materiale da modificare e adattare alle proprie esigenze, il bambino utilizzerà la squadratura del foglio per delimitare lo spazio (organizzazione embrionale). Le linee potrebbero sembrare più incerte di prima, ma è dovuto al fatto che è diminuita la velocità del gesto a causa del maggior controllo del gesto operato dal bambino. Le dimensioni diminuiscono, i colori risultano maggiormente articolati, l’occhio ha raggiunta un’ottima capacità di guidare la mano. Il bambino non disegna più solo per sentire il piacere del movimento, ma per rappresentare sensazioni interne vissute intensamente. Negli scarabocchi troveremo molte forme

primarie, che seguendo Jung, potremmo definire archetipiche; si tratta di forme che fanno parte di un repertorio universale da cui il bambino può attingere senza fine.

Durante il terzo anno il bambino attraversa quello che Quaglia definisce lo stadio della rappresentazione, seguito da quello della presentazione con lo scarabocchio denominato, dettato dall’imitazione dell’adulto e dal realismo fortuito.

Il bambino una volta scoperto “casualmente” che potrebbe esistere un’analogia tra le sue rappresentazioni grafiche e oggetti del mondo reale, prende l’abitudine di cercare nell’ambiente cose simili a quelle da lui disegnate. In genere vengono riprodotti prima i movimenti ( ad esempio la strada per le macchinine); la forma e le dimensioni degli oggetti acquistano maggior valore in corrispondenza della maggiore organizzazione delle categorie mentali.

Il bambino è concreto e realista, il suo scarabocchio è guidato da intenzionalità rappresentativa, si sforza nel ripetere gli esperimenti riusciti, arricchendoli sempre più; l’attenzione è ancora discontinua. In questo senso parliamo di realismo mancato, caratterizzato da errori tipici di questa età:

-manca ancora il senso delle proporzioni, che è bene non forzare, il bambino ci arriverà naturalmente, per il momento è ancora guidato dal principio del piacere.

– non ha ancora il senso dei apporti reciproci tra i vari oggetti

– disegna ogni cosa separatamente.

Sempre a questa età inizia ad emergere lo scarabocchio onomatopeico: i bambino e interessato agli oggetti in quanto cose che si muovono, che fanno qualcosa, e che facendolo producono un rumore (che lui imita). Spesso non troviamo rappresentata la forma dell’oggetto, ma o schema del suo movimento. Il significato, che anche il piccolo da al suo disegno, evolve nel corso della sua esecuzione. Partendo dunque da un’intenzione iniziale, prende piede un processo in cui un tema ne trascina un altro: associazione di idee (Freud) o immaginazione attiva (Jung).

In questo stadio il bambino mette in atto  i primi tentativi di imitare la scrittura, producendo tracciati sinuosi oppure angolosi, inizialmente continui lungo tutto il rigo, poi frazionati in segmenti più o meno lunghi.

Siamo ora nella fase della presentazione, in cui il bambino inizia ad associare allo scarabocchio un nome: le sue forme non sono più equivoche, anche se l’adulto non lo riconosce, il bambino ne individua la relazione anche dopo del tempo. In questo stadio vengono operate diverse tipologia di presentazioni:

– globale: viene dato un nome a forme indefinite

– signica: “Leggi! E’ scritto li!”

– formale: il bambino utilizza forme diverse per rappresentare forme diverse

– cromatica: a macchie colorate diversamente vengono associati diversi oggetti.

Al fianco dello scarabocchio compare sempre più spesso il disegno della scrittura o grafismo scritturale. Il risultato diviene sempre più importante, in oltre ora il bambino disegna per qualcuno. Il rapporto con l’adulto è rintracciabile nel modo in cui il piccolo esegue il disegno: desideroso, attento, soddisfatto,ecc.

E’ in atto il passaggio dalla rappresentazione di un’idea mentale del reale, alla forma ineludibile dello stesso, per questo è molto probabile individuare delle mal destrezze produttive, intese come

errori che il bambino compie e corregge andando ad arricchire il proprio repertorio.

Nello scarabocchio, che si avvicina ad essere un disegno, è possibile ritrovarla dinamica dell’assimilazione e dell’accomodamento descritte da Piaget. La tendenza è infatti quella di conservare le forme apprese come sempre uguali, cercando di aderire sempre al rassicurante modello iniziale in modo da progredire gradualmente verso il cambiamento.

Durante il terzo anno compare anche la prima forma di uomo girino, primo passaggio verso lo sviluppo del disegno della figura umana.

Durante il quarto anno il bambino passa attraverso un fase di transizione, al fianco delle vecchie figure, ne compaiono di nuove, ad esempio il profilo del volto che si innesta su base frontale. Caratteristico di questa età è lo stadio figurativo, tra le altre forme, è possibile rintracciarne anche a mandala, che per Jung esprimono un significato primordiale di armonia ed equilibrio.

Rispetto al disegno le prime preoccupazioni riguardano l’orientamento, in genere prima verticale, nascono le linee della terra e del cielo di modo che nello spazio grafico vengano trasportate le coordinate dello spazio psicomotorio; si pensi ai rapporti sotto-sopra, davanti-dietro, sinistra-destra,ecc.

L’uomo girino, o cefalopode, si arricchisce di testa e occhi, in alcune femmine anche del tronco.

Il bambino si avvia verso il realismo intellettuale, che compare in modo molto elastico tra i quattro e i sei anni e mezzo, in relazione al tipo di educazione e agli orientamenti didattici. Il piccolo artista, disegna dell’oggetto non tanto quello che vede, ma quello che conosce, usando quindi l’intelligenza e le conoscenze di cui dispone.

Le caratteristiche ricorrenti in questo stadio sono:

– la trasparenza: ad esempio è possibile vedere un mobile dentro una casa

– copresenza di prospettive diverse: per esempio viso di profilo e frontale insieme

– sintesi in un’unica immagine di momenti successivi di un evento: narrazione grafica, prefumetto

– ribaltamento: che è possibile riscontrare anche verso i sette, otto anni.

– rappresentazione grafica di concetti, dettagli, nomi di fianco agli oggetti.

Tutti questi “accorgimenti” rispondono all’esigenza del bambino di mettere sul foglio tutto quello che conosce.

L‘età tra i cinque e i sei anni è ancora caratterizzata dal realismo intellettuale, il disegno dell’omino viene completato da testa, tronco, abiti,ecc.; comincia l’apprendimento della scrittura.

Verso gli otto, nove anni, il bambino sviluppa il realismo visivo, rintracciabile nel fatto che viene disegnato ciò che viene visto. A questo stadio è possibile arrivare anche prima, così come al contrario è possibile che un adulto non ci sia mai arrivato. In ogni caso la maggiore capacità critica porta allo sviluppo della prospettiva, il punto di vista unilaterale, le prime vignette. Se il bambino piccolo predilige tendenzialmente colori caldi, a otto anni in genere prevale l’uso di colori freddi, in linea con lo sviluppo della razionalità. Rispetto all’uso del colore possono fare da segnale dall’arme ‘eccessivo utilizzo del nero e del rosso, l’assenza di colore o il suo uso improprio.

 Bibliografia

Olivaux R., Disgrafie e rieducazione della scrittura, a cura di Lucilla Tonucci, AGI Ancona, 2005

Quaglia Rocco, Manuale del disegno infantile: storia, sviluppo, significati, Utet Libreria, 2005

Dott.ssa Irene Bellini

La rieducazione della scrittura

Grafoterapia o rieducazione della scrittura

 

PRIMA…

 

Scrittura corsiva  all’inizio dellarieducazione. Lo spazio risulta mal gestito, la forma delle lettere, evidentemente non sufficientemente appresa, non permette i collegamento tra le stesse. La pressione è molto appoggiata. Scrive una pagina intera, ma alla fine lamenta male al braccio.

…E DOPO

Pagina di quaderno dopo un anno di rieducazione.

CHE COS’E’ LA RIEDUCAZIONE DELLA SCRITTURA?

La rieducazione è un processo creativo e individualizzato volto a stabilire o ristabilire i presupposti essenziali per un corretto sviluppo del gesto grafico che si raggiunge attraverso interventi sulla postura, sulla tenuta dello strumento, sulla motricità generale e fine, sulla tonicità, attraverso esercizi e tecniche di respirazione, rilassamento,organizzazione spaziale e temporale, prescrittura e pittura utilizzando in particolare i metodi  di Olivaux , di de Ajuriaguerra e della presidente del GGRE Sophie Lombard.

COME FUNZIONA IL TRATTAMENTO?

Il trattamento di rieducazione della scrittura è un percorso relazionale in cui terapeuta e soggetto disgrafico lavorano insieme sugli elementi necessari a ricostruire una buona grafia. Si tratta di decondizionare forme e gesti errati che producono tensione e dolore, rigidezza o mal destrezza, e che penalizzano l’andamento scolastico, l’autostima e le relazioni. Nel corso del trattamento si propongono esercizi tecnici anche sull’impugnatura e sulla postura, esercizi di rilassamento, di respirazione controllata, forme prescritturali sulle quali ricreare una nuova e adeguata attività grafi ca. Le sedute hanno durata di 50 minuti e la durata del trattamento dura circa un anno scolastico, nonostante dipenda dai casi sia una durata minore che maggiore.

QUAL E’ LO SCOPO DELLA RIEDUCAZIONE DELLA SCRITTURA?

Scopo della rieducazione è innanzitutto scoprire il potenziale positivo del soggetto e lavorare su questo per  ripristinare le funzioni malate della scrittura e quindi  migliorare la postura, la tenuta dello strumento, ottenere la padronanza del gesto e della sua tonicità ; in finale  arrivare a trovare il piacere di scrivere e, tramite il rapporto con il grafologo rieducatore, acquistare fiducia il che si traduce in rapporti più sereni e risultati scolastici migliori.

UN PO’ DI STORIA…

La rieducazione della scrittura nasce in Francia alla fine della Seconda guerra mondiale ad opera di Raymond Trillat e Hugette Masson che hanno introdotto la grafoterapia per i trattamento di soggetti disgrafici presso il Centro Psico-Pedagogico Claude Bernard. Un ulteriore contributo fu dato da Hélène De Gobineau, grafologa celebre per i suoi studi genetici della scrittura, volti ad accertare quale livello di scrittura dovrebbe avere teoricamente ogni bambino a una determinata età. Il metodo proposto dalla De Gobineau nel suo breve articolo inedito del 1958 “Per la scioltezza e la regolarità della scrittura” ha poi ispirato gli studi condotti negli anni Sessanta da Julien De Ajuriaguerra, neuropsichiatra e psicoanalista francese, e dai suoi collaboratori che, oltre ad approfondire l’evoluzione della scrittura, hanno messo a punto un metodo specifico di rieducazione per soggetti disgrafici.

Partendo da una ricerca statistica basata su un campione di 700 alunni di età compresa tra i 6 e 11 anni, l’équipe di De Ajuriaguerra elaborò la Scala E e successivamente la Scala D. Rispetto alla rieducazione della scrittura, l’équipe di Ajuriaguerra, riprendendo alcuni concetti già introdotti dalla De Gobineau, propose una serie di tecniche centrate sul rilassamento del corpo e sulla consapevolezza delle varie parti fisiche di volta in volta utilizzate nell’atto scrittorio. In base a questo metodo si insiste sull’importanza di una postura tonica e rilassata, di una prensione funzionale dello strumento grafico e della coordinazione armonica necessaria tra i vari arti coinvolti nella scrittura.

Intanto nel 1960, nel suo primo lavoro, pubblicato alla Presses Universitaires de France, Robert Olivaux,  ha esposto il suo metodo.  Nel 1966 egli ha fondato l’AGRE, prima associazione di Rieducatori della scrittura. Robert Olivaux, amministratore della SFDG, è psicologo dell’Università di Parigi, pedagogista  e grafologo e autore, tra gli altri, di “Pedagogia della scrittura e grafoterapia”, opera nella quale illustra la metodologia da lui improntata per  “guarire la scrittura”.   Dell’AGRE ha preso il posto il GGRE (Groupment des Graphoterapeutes Reeducateurs de l’Ecriture) organismo di formazione senza finalità di lucro che si compone di circa 120 tra soci fondatori, aderenti e associati  prevalentemente francesi e belgi. La formazione dei grafoterapeuti  è  organizzata a Parigi dal COPES (Centro di Apertura Psicologica e Sociale) organismo di formazione continua e di insegnamento per i problemi psicologici e sociali dell’infanzia e dell’adolescenza,  si svolge in due anni per un totale di circa 104 ore ed è destinata agli psicologi, agli psicomotricisti, agli ortofonisti ed ai grafologi della SFdG.

Grazie alla Cattedra Moretti  dell’Università di Urbino e ai professori Pacifico Cristofanelli e Silvio Lena, nonché all’Agif che hanno organizzato in passato corsi specifici di formazione, ed ora anche all’ANGRIS  e l’A.E.D., questa professione si sta diffondendo anche in Italia dove fino al 2000 era praticamente sconosciuta (noti erano soltanto  i servizi dell’Istituto Psico-medico-pedagogico Centro Method di Perignano diretto da Monica Pratelli dove la rieducazione è effettuata  con specifico metodo da una equipe specializzata). L’esistenza di una tecnica per la rieducazione della scrittura è argomento stimolante soprattutto considerando il vuoto che si registra in Italia a questo proposito: infatti le disgrafie sono generalmente ignorate o sottovalutate e i ragazzi disgrafici sono spesso ritenuti svogliati da insegnanti e genitori.

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