PROGETTO MELOGRANO


INFERTILITA’ e ABORTO:

GRUPPI TERAPEUTICI

&

SPORTELLO SOS

UN SUPPORTO AD UNA GENITORIALITA’ FERITA

…per uscire dal nostro silenzio e da quello degli altri…

Nella nostra ricerca ci siamo accorte di come fosse difficile trovare un supporto specifico sui temi dell’infertilità e dell’aborto; è stato allora che abbiamo pensato a questo progetto.

Spesso davanti a una situazione difficile, facciamo fatica ad esprimere le nostre emozioni e i nostri pensieri, rischiando di incontrare il silenzio. Il nostro silenzio, per difenderci, per non disturbare, per tentare di andare oltre. Il silenzio degli altri, di chi ci sta intorno, che teme di aprire una ferita e farci del male, e che quindi evita di toccare certi argomenti.

Chi di noi non ha cercato un confronto on-line?…forum, siti, blog…

Chi non ha sentito un sollievo trovando e parlando con qualcuno che stava vivendo un’esperienza simile?

A questo scopo nasce “PROGETTO MELOGRANO”, per  offrire un’opportunità di sostegno, confronto e condivisione alla genitorialità ferita al di là del giudizio del credo religioso e politico. 

Il progetto prevede uno SPORTELLO SOS,  la possibilità di accedere a percorsi di supporto psicologico individuale o di coppia e GRUPPI TERAPEUTICI.

PERCHE’  “MELOGRANO”?

Il simbolo

Il nome del progetto al quale stiamo lavorando da tempo con così tanta dedizione e passione. Ma che cosa rappresenta, a livello simbolico, il Melograno?

Sin dall’antichità coltivato nel bacino del Mediterraneo e nel vicino Oriente, questo frutto è stato probabilmente diffuso dai Fenici, anche  come pianta medicinale. I numerosi semi di cui è costituito il Melograno alludevano alla fecondità, mentre l’intero frutto era il simbolo di alcune divinità femminili quali Demetra e Persefone, Afrodite, Atena e la fenicia Astarte. Il Melograno, a Roma, era  simbolo del  matrimonio fertile  (le spose portavano ghirlande costituite da questi rami come  portafortuna), mentre in età cristiana la simbologia è stata spiritualizzata  con rimandi all’amore celeste ed alla ricchezza della benedizione divina.  In età barocca, infine, l’immagine della melagrana si trasformò in quella della carità, della generosa elargizione di doni dell’amore misericordioso. Nell’araldica, la melagrana decora lo stemma di Granada e della Columbia (l’ex “Nuova Granada”).

(da “Le Garzantine” – Simboli)

L’archetipo

Demetra rappresenta l’energia materna per eccellenza, la vera nutrice e protettrice dei giovani e vulnerabili. Non necessariamente è la madre biologica delle sue creature, poichè sa nutrire con pari amore anche amici, conoscenti e compagni, che in lei vedono la buona madre sulla cui spalla si può piangere. Il suo senso protettivo e la sua determinazione nel difendere sono leggendarie, come l’orsa che protegge il suo cucciolo. Il suo limite consiste nell’identificarsi nel solo ruolo di madre e nella difficoltà a lasciare andare le sue creature. La donna che incarna l’archetipo Demetra ha bisogno di comprendere che, come la natura con il ciclo delle stagioni insegna, il cambiamento è parte del ciclo naturale delle cose, e resistere ad esso significa solo ristagnare. La Dea della fertilità può essere madre di tante creature, di un figlio, di un animale, di un opera d’arte o di un progetto creativo. Ma qualsiasi sia l’oggetto del suo amore, deve imparare a lasciarlo andare, affinchè a sua volta segua il suo percorso.

(da www.ilcerchiodellaluna.it)

Il mito di Demetra

Demetra (Cerere per i romani), Signora dei campi di grano, era figlia di Crono e di Rea e, come tale, sorella di Zeus.Diciamo subito che non era una dea di prima grandezza, come Afrodite, tanto per intenderci, giacché non aveva né l’intelligenza di Atena, né la grinta bellicosa di Artemide. Ciò nonostante una sua personalità, diciamo pure un suo bel caratterino, ce l’aveva e, quando riteneva di aver subito un torto, si faceva sentire.

Da un rapporto incestuoso con Zeus ebbe una figlia di nome Core, in seguito chiamata Persefone. In verità, Esiodo le attribuisce anche un secondo figlio, tale Pluto, simbolo della ricchezza, nato da un amore agreste con il Gigante Iasio: metafora sin troppo trasparente, grazie alla quale i greci affermavano il principio che l’unica vera fonte di ricchezza è l’agricoltura.

Le vicissitudini di Demetra ebbero inizio col rapimento di sua figlia core a opera dello zio Ade. Di certo non era edificante che un Dio insidiasse una nipote; d’altra parte, però, mettiamoci anche nei suoi panni. La Sorte gli aveva assegnato il regno degli Inferi e non c’era nessuna Dea, o ninfa che dir si voglia, neppure di seconda mano, disposta a seguirlo nell’Oltretomba. Sebbene la prospettiva fosse di divenire la regina.

Ecco come Omero ci descrive il rapimento:

“ Persefone dalle belle caviglie giocava con le amiche dal florido seno, figlie di Oceano, cogliendo sul tenero prato croco, belle viole, iridi, giacinti, rose e narcisi, che la terra aveva generato per volere di Zeus, onde insidiare le fanciulle dal roseo volto. Quando, proprio mentre stava strappando un narciso, sotto le mani le si aprì la terra, e ne sorse il Dio che molti uomini accoglie, il figlio di Crono, che con le cavalle immortali l’afferrò alla vita e la trascinò in lacrime sul carro d’oro, mentre ella riluttante, gettava alte grida e invocava il grande padre Zeus, eccelso e potente. Nessuno però degli dei e degli uomini immortali udì la sua voce. Solo Ecate, dal diadema luminoso, la figlia di Perse che candida ha la mente, e il divino Elio, figlio d’Iperione, udirono le urla” (Inno a Demetra 15 SGG).

Immaginiamoci lo sgomento di Demetra quando non vide più la figlia.

“ Un acuto dolore la colse: si lacerò sulle chiome divine il diadema e si coprì le spalle con un cupo velo, per poi lanciarsi per terra e per mare alla ricerca della figlia perduta, come se fosse un uccello. Ma nessuno degli immortali e degli uomini mortali volle dirle la verità, e nessuno degli uccelli venne da lei a guisa di verace messaggero. Per 9 giorni e 9 notti la Dea vagò, stringendo tra le mani fiaccole ardenti.” (op cit 40 SGG)

A forza di chiedere in giro, a un certo punto Demetra incontra Ecate, che le racconta di aver udito in lontananza le urla di Persefone.

– Tua figlia – le sussurra in un orecchio – è stata rapita. –

– E da chi? –

– Da Ade –

– È impossibile! – le risponde Demetra al colmo della disperazione. – Tu menti: Ade è mio fratello e non mi avrebbe mai fatto questo torto. –

– Eppure è così: se non mi credi, chiedi notizie a Elio che dall’alto dei cieli tutto vede e tutto ricorda. –

Distrutta dal dolore, la povera donna si precipita da Zeus per implorare che le venga restituita la fanciulla.

Ma anche il povero Ade rivendica le sue buone ragioni: – Parlate bene voi, o Zeus e Poseidone, che dopo esservi arraffati il Cielo e il Mare, luminosi regni, gozzovigliate tra Dei e ninfe di eccelsa bellezza. Io, invece, sono costretto a vivere nei bui recessi dell’Oltretomba, e lì, vi assicuro, si incontrano solo simulacri di donne distrutte dal dolore. Anch’io, però, ho diritto a una moglie! -.

Zeus se ne rende conto e non sa che pesci pigliare: non vorrebbe inimicarsi Demetra, ma d’altra parte non se la sente nemmeno di contestare al fratello il possesso dell’unica donna che, bene o male, era riuscito a procurarsi.

Che fare allora? Come prima cosa prende tempo. Invia Ermes, il messaggero, affinché convinca Ade a trovarsi un’altra donna un po’ meno impegnativa. Il re degli Inferi in un primo momento finge di acconsentire, dopodiché chiama la fanciulla e le dice:

“ Torna, o Persefone, presso tua madre dall’oscuro peplo, ma serba nel petto l’animo e il cuore sereni: io non sarò per te uno sposo indegno. Mi siano testimoni gli dei immortali e tuo padre Zeus che mi è anche fratello.” (op cit 560 SGG)

A mo’ di commiato, però, le offre una melagrana dolce e appetitosa, ben sapendo che una volta mangiato un frutto degli inferi non avrebbe più potuto tornare sulla terra. E infatti, quando Zeus ordina che la ragazza venga restituita a sua madre, sempre che nel frattempo non abbia toccato il cibo dei morti, Ascalafo, giardiniere dell’Oltretomba, segnala: – in verità, o grande Zeus, io l’hop vista piluccare 7 chicchi di melagrana -.

E tanto bastò perché la restituzione non avesse più luogo. Dopo lungo riflettere, Zeus stabilì che Persefone vivesse 8 mesi l’anno con la mamma e 4 mesi con il marito. La sentenza, diciamolo subito, non piacque affatto a Demetra che da quel momento si rifiutò di far crescere anche la più piccola pianticella durante tutto il periodo in cui la figlia era confinata nell’Oltretomba, e questo spiegherebbe anche l’esistenza dell’inverno.

Per quanto riguarda Ascalafo, invece, Demetra lo mutò in un barbagianni, in modo che per l’avvenire ci pensasse due volte prima di fare il delatore.

(da Luciano De Crescenzo, “I GRANDI MITI GRECI: GLI DEI, GLI EROI, GLI AMORI, LE GUERRE.”, ed. A.  Mondadori, 1999, Milano.)

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