Archive for febbraio, 2014

28 febbraio 2014

Che cos’è il colloquio clinico?

colloquio clinico

Il colloquio clinico è una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano che avviene in un assetto metodologicamente corretto e in un idoneo clima emotivo. Questo contesto permette al paziente di presentarsi, comunicare le proprie difficoltà e fornire gli elementi necessari alla consultazione; al clinico di osservare, rilevare e comprendere gli elementi necessari al suo intervento.

Per maggiori informazioni sulla seduta clicca qui.

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27 febbraio 2014

Informazioni sullo psicologo

Cosa fà lo Psicologo?Quando è utile andarci?…

In questo spazio cercheremo di fornire alcune risposte  alle domande più frequenti sullo Psicologo nel tentativo di far crollare i falsi miti che ruotano intorno a questa figura professionale.

Chi è lo Psicologo?

Lo Psicologo è professionista che si occupa di salute, è una persona laureata in psicologia, che dopo il corso quinquennale di studi, deve svolgere un anno di tirocinio pratico per poter sostenere l’esame di stato che gli permetterà di esercitare la professione.
Quindi il mestiere di Psicologo non si può improvvisare, ma è frutto di un percorso di studi lungo ed impegnativo in continua formazione.

Quando è utile andare dallo Psicologo?

Seppur con meno vigore rispetto al passato, tuttora  nel nostro Paese permane la convinzione secondo la quale andare dallo Psicologo  vuol dire essere “matti” o “fuori di testa”.

In realtà andare dallo Psicologo significa semplicemente  prendersi cura  della propria salute mentale la quale va ricordato non può essere svincolata da quella fisica. Mente e corpo sono due facce della stessa medaglia quindi per migliorare la qualità della propria vita è importante prendersi  cura di sé in toto.

Andare dallo Psicologo per un supporto psicologico può ad esempio essere utile per:

  • migliorare la propria autostima e/o il proprio umore;
  • superare una crisi temporanea o affrontare un cambiamento di vita;
  • affrontare problematiche relative a difficoltà affettive, sociali, familiari, relazionali, scolastiche, lavorative;
  • gestire meglio alcuni tratti della propria personalità favorendo una crescita interiore personale;
  • raggiungere una maggiore e migliore consapevolezza di sé e degli altri;
  • promuovere il benessere personale valorizzando le proprie risorse;
  •  uscire da situazioni che generano confusione o blocchi;
  • liberarsi da eccesso di ansia, stress, paure, difficoltà….

Gli ambiti di applicazione della professione sono infiniti ma è in linea di massima è bene tenere a mente che rivolgersi allo Psicologo può essere utile tutte le volte in cui ci si trova in una situazione di stress, di sofferenza, di disperazione di bassa autostima o semplicemente tutte quelle volte che si ha una sensazione di malessere che porta a chiedersi: cosa mi sta succedendo? In tutte queste circostanze Lo pPsicologo, con colloqui di valutazione e di supporto, aiuta la persona a superare queste sofferenze o ad alleviarle per tornare ad avere una vita soddisfacente.

Cosa non fa lo Psicologo?

Lo Psicologo non dispensa  consigli e non risolve i problemi delle persone…La sua funzione è quella di aiutare il paziente a valutare la soluzione più adatta al suo caso, non dice al paziente cosa fare e come farlo ma lo aiuta a capire come sfruttare al meglio le risorse e le energie che già possiede ma che per varie ragioni non sono accessibili. Tra gli strumenti più comuni di lavoro dello Psicologo ricordiamo il colloquio, i test  e non la palla di vetro o pozioni magiche…

Lo Psicologo non da farmaci…Prescrivere farmaci è una competenza esclusiva di una persona laureata in medicina. Qualora lo Psicologo lo ritenga opportuno può inviare il proprio paziente  ad uno Psichiatra al fine di affiancare ad un supporto psicologico  anche un trattamento farmacologico. Questo perché lo Psicologo attiva collaborazioni con diverse figure professionali per promuovere il benessere psicofisico del proprio paziente.

Lo Psicologo non legge nei pensieri altrui…Molto spesso quando ad una persona appena conosciuta comunichiamo che facciamo le psicologhe, una reazione piuttosto comune è credere che basti uno sguardo per capire cosa si nasconde nella teste delle persone. Magari fosse vero…Ci spiace dover far crollare questo mito e dover comunicare che lo Psicologo è un essere umano, è sicuramente una persona che è in grado di entrare in empatia con gli altri, certamente ha affinato delle preziose tecniche osservative ma di sicuro  ma non è un Supereroe.

26 febbraio 2014

Cos’è la Psicodiagnosi?

PSICODIAGNOSI

Il termine composto “psicodiagnosi” deriva dal greco “psiche” (Anima), “dia” (per mezzo di) e“gnosis” (Conoscenza) ed indica pertanto una disciplina volta a conoscere, descrivere e valutare tutte quelle caratteristiche che definiscono e compongono la personalità dell’individuo e il suo modo di porsi in relazione con se stesso e con l’altro.

Per l’espletamento dell’indagine psicodiagnostica lo psicologo si avvale, in associazione, dei colloqui clinici con il paziente (nei quali può anche essere effettuata la raccolta anamnestica, ovvero la ricostruzione della vita del paziente) la somministrazione di test. Gli strumenti utilizzati possono variare a seconda del paziente (età, problematiche presentate), del contesto, degli scopi della valutazione e dall’orientamento teorico del valutatore.

I test che possono essere utilizzati sono numerosissimi. Sono suddivisi in categorie:

  • Test di  livello, impiegati per misurare le capacità cognitive ed il livello intellettivo dell’individuo. Tra essi si ricordano le Scale Weschler (Wais-R, Wisc-IV) e le Matrici di Raven;
  • Test proiettivi, un insieme di prove cliniche che consistono nella codifica e nell’interpretazione di risposte liberamente prodotte dal soggetto di fronte a un set di stimoli  percettivi più o meno ambigui. I test si dividono in strutturali (il più utilizzato è il “Test di Rorschach”) e tematici (basati sul racconto di storie; tra essi si ricorda il “Thematic Apperception Test”, il “The Blacky Pictures”, l’ ”Object Relations Technique”);
  • Le interviste diagnostiche: suddivise in strutturate o semi-strutturate, si rivolgono al paziente o ai suoi famigliari, con lo scopo di acquisire una raccolta dettagliata di informazioni relative agli aspetti più prototipici del funzionamento psichico del paziente. Esempi di interviste diagnostiche sono la SCID-I e SCID-II (“Structured Clinical Interview for DSM-IV Axis I e Axis II Disorders”);
  • I questionari o “Inventari di personalità”:  Possono essere compilati dal paziente o da figure per lui significative (nel caso di adolescenti, ad esempio, i genitori) e si caratterizzano per la presenza di affermazioni rispetto alle quali si richiede di esprimere il livello di accordo o di disaccordo. Le finalità possono essere molteplici. Alcuni, in particolare, mirano ad identificare aspetti specifici della personalità del soggetto (ad esempio, il Beck Depression Inventory, per la valutazione della depressione). Altri questionari, al contrario, presentano uno spettro valutativo più ampio. Tra essi si ricorda il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-II, (Butcher et al.,1989);
  • Le “Rating Scales”: un insieme di scale che valutano specifici sintomi. Tra esse, a titolo esemplificativo, la PANSS (Kay, Fiszbein, Opler, 1987; Kay, Opler, Lindenmayer, 1988; Kay, 1991), che rileva la presenza di disturbi psicotici.

I dati raccolti consentiranno allo psicologo di comprendere molteplici aspetti di funzionamento del paziente (cognitivo, interpersonale, emotivo, ecc.), formulare una diagnosi e fornire una eventuale indicazione al trattamento.

Al termine del processo psicodiagnostico, il clinico effettuerà con il paziente (con il genitore in caso di persona minorenne) un colloquio conclusivo, atto a effettuare una restituzione di quanto è emerso.

25 febbraio 2014

Che cos’è l’EMDR

Ogni psicologo/psicoterapeuta, sulla base della propria formazione e personalità, porterà all’interno della seduta con il paziente metodi e tecniche diverse. L’EMDR è una di queste.

Si tratta di una tecnica cognitivo comportamentale che può essere affiancata ad altri tipi di trattamento. EMDR è l’acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing, ovvero desensibilizzazione e rielaborazione tramite il movimento degli occhi. 

 E’ caratterizzata dalla stimolazione alternata bilaterale (visiva, tattile, uditiva). Questa tecnica sfrutta le innate caratteristiche di autoguarigione della persona, ovvero la resilienza. Si concentra sull’elaborazione dei ricordi traumatici e integra la parte cognitiva, emotiva e corporea dell’individuo nelle tre dimensioni del tempo: passato, presente e futuro. È indicata in particolare nei casi di esperienze traumatiche significative, ma è utile anche per molti altri disturbi psicologici.

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12 febbraio 2014

Metodi Attivi

Vorrei presentare i “Metodi Attivi” regalandovi una suggestione…

Un incontro a due:

occhi negli occhi, volto nel volto.

E quando mi sarai vicino io prenderò i tuoi occhi

e li metterò al posto dei miei,

e tu prenderai i miei occhi

e li metterai al posto dei tuoi,

e allora io ti guarderò con i tuoi occhi

e tu mi guarderai con i miei.

Così persino la cosa comune impone il silenzio e

il nostro incontro rimane la meta della libertà:

il luogo indefinito, in un tempo indefinito,

la parola indefinita per l’uomo indefinito.

(da “Invito a un Incontro”, J.L. Moreno, 1915)

L’incontro, in termini moreniani, è luogo di scambio delle autenticità. È questo ciò che avviene durante il lavoro di gruppo psicodrammatico, l’incontro con se stessi e con il proprio mondo interno e l’incontro con l’Altro.

Cosa sono i Metodi Attivi?

I “Metodi Attivi” , che derivano dallo psicodramma classico, sono tutti quegli approcci esplorativi e linguaggi espressivi che favoriscono l’emergere creativo e spontaneo di tutte quelle parti di sé e dei vissuti che spesso sono mascherati, perché mediati dalla ragione.

I “Metodi attivi”, come dice la parola stessa, sono una metodologia utilizzata prevalentemente nel lavoro di gruppo, che privilegia l’azione rispetto alla parola, il fare piuttosto che il pensare, il sentire i propri vissuti piuttosto che il semplice ricordarli. La parola, il pensiero e la razionalità subentrano solo in un secondo momento per integrare il vissuto emotivo  legato all’evento con il ricordo dello stesso. L’attivazione del corpo favorisce la mescolanza tra percezioni dei vissuti, ormai sopite, e ricordi.

Questa metodologia deriva dallo Psicodramma classico, un approccio ideato da J.L. Moreno nella prima metà del ‘900.

 
Se vuoi saperne di più di Psicodramma e Metodi Attivi puoi leggere… 
 
12 febbraio 2014

Cosa dice la mia scrittura?

Se desideri fare un piccolo assaggio grafologico, puoi inviare la tua scrittura (10/15 righe su foglio non rigato completa di firma) all’indirizzo mail

granellidipsicologia@libero.it

Va tenuto conto che un’analisi grafologica completa e ben fatta non può non tenere conto del tratto. Tale aspetto non è chiaramente visibile se non in originale. 

 Dott.ssa Irene Bellini

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12 febbraio 2014

Disgrafia: a cosa prestare attenzione?

“La disgrafia è

un disturbo specifico dell’apprendimento che si manifesta come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici. Essa riguarda quindi solo il gesto grafico e non le regole ortografiche  e sintattiche, benchè influisca negativamente anche su tali acquisizioni a causa della frequente difficoltà di rilettura e di autocorrezione.”

Se la grafia si presenta:

  • poco leggibile
  • molto lenta e stentata
  • al contrario precipitosa, con uno scarso controllo del gesto grafico, con confusione e disarmonia
  • disorganizzata nella forma e nell’uso degli spazi
  • se c’è un’eccessiva rigidità muscolare o dolore mentre si scrive…

…allora si può ipotizzare una scrittura disgrafica.

A COSA PRESTARE ATTENZIONE

La disgrafia non si manifesta solo attraverso caratteristiche grafiche rintracciabili nella pagina scritta, ma coinvolge spesso tutto il corpo dello scrivente da qui l’importanza di osservare il bambino mentre scrive.

POSIZIONE E PRENSIONE

Il bambino disgrafico scrive in modo irregolare, la mano scorre con fatica sul testo e spesso si nota un’impugnatura scorretta dello strumento grafico. La posizione del corpo risulta il più delle volteinappropriata:

  • gomito non appoggiato sul tavolo
  • busto troppo inclinato
  • polso rigido
  • mano non scrivente che non tiene fermo il foglio

ORIENTAMENTO NELLO SPAZIO GRAFICO

In genere si nota una difficoltà nel gestire e nell’orientarsi nello spazio grafico, si ha la sensazione che manchino dei punti di riferimento:

  • margini irregolari
  • spazi tra parole e righe irregolari
  • rigo troppo rigido o per nulla seguito con un procedere che sale e scende

PRESSIONE

Va intesa come lo spessore del segno lasciato sul foglio (quanto si calca) e appare non equilibrata. A volte troppo forte, altre troppo leggera o del tutto disuguale. Si tenga conto che la pressione rappresenta in primo luogo l’energia dello scrivente, che nel disgrafico risulta in ogni caso mal differenziata. Talvolta la pressione risulta davvero troppo alterata, in questi casi è bene interrogarsi rispetto alla possibile presenza di difficoltà o condizioni patologiche di altra natura.

DIREZIONE DEL GESTO GRAFICO

Si notano frequenti inversioni nella direzionalità del gesto, sia nell’esecuzione dei singoli grafemi che nella scrittura autonoma, che a volte procede da destra verso sinistra e/o dal basso verso l’alto.

PRODUZIONI E RIPRODUZIONE GRAFICHE

Spesso il bambino disgrafico presenta difficoltà nel riprodurre graficamente forme geometriche. Anche il livello di sviluppo del disegno potrebbe risultare inadeguato rispetto all’età: particolari scarsamente differenziati, copia o riproduzione di oggetti molto globale.

ESECUZIONE DI COPIE

La copia di parole o frasi, e soprattutto la copia dalla lavagna, risulta particolarmente scoraggiante per un bambino disgrafico che vedrà probabilmente il proprio prodotto caratterizzarsi di inversioni di gesto, errori, scarsa chiarezza. Durante la copia il bambino deve infatti portare avanti più compiti contemporaneamente:

  • distinguere la parola dallo sfondo
  • spostare lo sguardo dalla lavagna al foglio
  • riprodurre dei grafemi.

DIMENSIONI DEI GRAFEMI

Le dimensioni dei grafemi vengono in genere scarsamente rispettate:

  • lettere riprodotte o troppo piccole o troppo grandi
  • dimensione irregolare: da micro dimensioni a macrodimensione

RITMO GRAFICO

Spesso il ritmo della scrittura alterato influisce negativamente sulla fluidità del gesto. Si può dunque riscontrare:

  • velocità eccessiva o estrema lentezza
  • mano che esegue i movimenti a scatti
  • frequenti interruzioni
  • legature monotone.

Dott.ssa Irene Bellini

12 febbraio 2014

PRIMA…

Scrittura corsiva  all’inizio dellarieducazione. Lo spazio risulta mal gestito, la forma delle lettere, evidentemente non sufficientemente appresa, non permette i collegamento tra le stesse. La pressione è molto appoggiata. Scrive una pagina intera, ma alla fine lamenta male al braccio.

…E DOPO

Pagina di quaderno dopo un anno di rieducazione.

CHE COS’E’ LA RIEDUCAZIONE DELLA SCRITTURA?

La rieducazione è un processo creativo e individualizzato volto a stabilire o ristabilire i presupposti essenziali per un corretto sviluppo del gesto grafico che si raggiunge attraverso interventi sulla postura, sulla tenuta dello strumento, sulla motricità generale e fine, sulla tonicità, attraverso esercizi e tecniche di respirazione, rilassamento,organizzazione spaziale e temporale, prescrittura e pittura utilizzando in particolare i metodi  di Olivaux , di de Ajuriaguerra e della presidente del GGRE Sophie Lombard.

COME FUNZIONA IL TRATTAMENTO?

Il trattamento di rieducazione della scrittura è un percorso relazionale in cui terapeuta e soggetto disgrafico lavorano insieme sugli elementi necessari a ricostruire una buona grafia. Si tratta di decondizionare forme e gesti errati che producono tensione e dolore, rigidezza o mal destrezza, e che penalizzano l’andamento scolastico, l’autostima e le relazioni. Nel corso del trattamento si propongono esercizi tecnici anche sull’impugnatura e sulla postura, esercizi di rilassamento, di respirazione controllata, forme prescritturali sulle quali ricreare una nuova e adeguata attività grafi ca. Le sedute hanno durata di 50 minuti e la durata del trattamento dura circa un anno scolastico, nonostante dipenda dai casi sia una durata minore che maggiore.

QUAL E’ LO SCOPO DELLA RIEDUCAZIONE DELLA SCRITTURA?

Scopo della rieducazione è innanzitutto scoprire il potenziale positivo del soggetto e lavorare su questo per  ripristinare le funzioni malate della scrittura e quindi  migliorare la postura, la tenuta dello strumento, ottenere la padronanza del gesto e della sua tonicità ; in finale  arrivare a trovare il piacere di scrivere  e, tramite il rapporto con il grafologo rieducatore, acquistare fiducia il che si traduce in rapporti più sereni e risultati scolastici migliori.

UN PO’ DI STORIA…

La rieducazione della scrittura nasce in Francia alla fine della Seconda guerra mondiale ad opera di Raymond Trillat e Hugette Masson che hanno introdotto la grafoterapia per i trattamento di soggetti disgrafici presso il Centro Psico-Pedagogico Claude Bernard. Un ulteriore contributo fu dato da Hélène De Gobineau, grafologa celebre per i suoi studi genetici della scrittura, volti ad accertare quale livello di scrittura dovrebbe avere teoricamente ogni bambino a una determinata età. Il metodo proposto dalla De Gobineau nel suo breve articolo inedito del 1958 “Per la scioltezza e la regolarità della scrittura” ha poi ispirato gli studi condotti negli anni Sessanta da Julien De Ajuriaguerra, neuropsichiatra e psicoanalista francese, e dai suoi collaboratori che, oltre ad approfondire l’evoluzione della scrittura, hanno messo a punto un metodo specifico di rieducazione per soggetti disgrafici.

Partendo da una ricerca statistica basata su un campione di 700 alunni di età compresa tra i 6 e 11 anni, l’équipe di De Ajuriaguerra elaborò la Scala E e successivamente la Scala D. Rispetto alla rieducazione della scrittura, l’équipe di Ajuriaguerra, riprendendo alcuni concetti già introdotti dalla De Gobineau, propose una serie di tecniche centrate sul rilassamento del corpo e sulla consapevolezza delle varie parti fisiche di volta in volta utilizzate nell’atto scrittorio. In base a questo metodo si insiste sull’importanza di una postura tonica e rilassata, di una prensione funzionale dello strumento grafico e della coordinazione armonica necessaria tra i vari arti coinvolti nella scrittura.

Intanto nel 1960, nel suo primo lavoro, pubblicato alla Presses Universitaires de France, Robert Olivaux,  ha esposto il suo metodo.  Nel 1966 egli ha fondato l’AGRE, prima associazione di Rieducatori della scrittura. Robert Olivaux, amministratore della SFDG, è psicologo dell’Università di Parigi, pedagogista  e grafologo e autore, tra gli altri, di “Pedagogia della scrittura e grafoterapia”, opera nella quale illustra la metodologia da lui improntata per  “guarire la scrittura”.   Dell’AGRE ha preso il posto il GGRE (Groupment des Graphoterapeutes Reeducateurs de l’Ecriture) organismo di formazione senza finalità di lucro che si compone di circa 120 tra soci fondatori, aderenti e associati  prevalentemente francesi e belgi. La formazione dei grafoterapeuti  è  organizzata a Parigi dal COPES (Centro di Apertura Psicologica e Sociale) organismo di formazione continua e di insegnamento per i problemi psicologici e sociali dell’infanzia e dell’adolescenza,  si svolge in due anni per un totale di circa 104 ore ed è destinata agli psicologi, agli psicomotricisti, agli ortofonisti ed ai grafologi della SFdG.

Grazie alla Cattedra Moretti  dell’Università di Urbino e ai professori Pacifico Cristofanelli e Silvio Lena, nonché all’Agif che hanno organizzato in passato corsi specifici di formazione, ed ora anche all’ANGRIS  e l’A.E.D., questa professione si sta diffondendo anche in Italia dove fino al 2000 era praticamente sconosciuta (noti erano soltanto  i servizi dell’Istituto Psico-medico-pedagogico Centro Method di Perignano diretto da Monica Pratelli dove la rieducazione è effettuata  con specifico metodo da una equipe specializzata). L’esistenza di una tecnica per la rieducazione della scrittura è argomento stimolante soprattutto considerando il vuoto che si registra in Italia a questo proposito: infatti le disgrafie sono generalmente ignorate o sottovalutate e i ragazzi disgrafici sono spesso ritenuti svogliati da insegnanti e genitori.

 Dott.ssa Irene Bellini

12 febbraio 2014

Grafologia

Dietro le parole…

“La scrittura riflette l’uomo”

Il fatto che esistano dei rapporti tra i vari segni grafici che compongono il tracciato e la psicologia dello scrivente è il dato di fatto su cui si basa la grafologia. Si accetta il postulato, dimostrato dalla pratica, che la coordinazione dei segni grafici e dei loro significati psicologici permetta combinazioni sensate, da cui emerge un ritratto veritiero delle personalità dello scrivente.

“Qual è il nesso tra il segno grafico e il suo senso psicologico?”

SIMBOLO

La scrittura è essenzialmente simbolica, come ci ricorda M. Pulver in “La simbologia della scrittura”. in quest’ottica dunque il problema che si pone la grafologia riguarda l’identificazione dei segni grafici e la loro interpretazione: che rapporto c’è tra gli elementi visibili (segni ) e quelli invisibili (dati psicologici)?

Forse non tutti sanno che…

Oggi esistono inItalia diversi approcci teorici allo studio della grafia, cui corrispondono diversi istituti e specializzazioni. E’ importante sottolineare che quello che distingue le diverse scuole è la base psicologica e non la base grafologica delle loro concezioni: la nomenclatura dei segni, la loro classificazione e il loro significato, a parte alcune sfumature, sono gli stessi.

Cosa si guarda nella scrittura?


Quando si guarda alla scrittura con occhi “grafologici” l’occhio cade innanzitutto su quattro parametri fonadamentali: spazio, forma, movimento e tratto.

Lo spazio fa riferimento al come viene occuapato il foglio (i margini, lo spazio tra le righe, le parole…), la forma a come vengono fatte le lettere, il movimento a come la scrittura avanza (si muove) lungo il rigo e il tratto è quanto si calca con la penna sul foglio.

Dott.ssa Irene Bellini

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