Archive for febbraio, 2013

28 febbraio 2013

GIORNATA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

 “LO PSICOLOGO IN FARMACIA”

In questo momento di forte crisi della nostra società, spesso ci si trova ad affrontare da soli le difficoltà quotidiane, che mettono a dura prova il nostro equilibrio psico-fisico.

Dedicare un momento all’ascolto dei propri vissuti può aiutare migliorare la qualità di vita e a prevenire possibili disagi nel rapporto con se stessi e con gli altri.

Cosa aspetti allora?!

Fermati e approfitta di questa iniziativa, prenotando direttamente con il farmacista il tuo colloquio gratuito.

MERCOLEDI 12 GIUGNO 2013

Presso la Farmacia Wagner

Via Michelangelo Buonarroti 5 ,20149  Milano – tel.02 4800 6037

MERCOLEDI 13 MARZO 2013

Presso la Farmacia Grilli

Via Dolci 6,20148 Milano – tel. 02-48707577

Psicologhe responsabili dell’iniziativa:

Dott.ssa Stefania Cioppa & Dott.ssa Tiziana Fiore

Annunci
27 febbraio 2013

MA LA MIA PANCIA DOV’E’?: La donna infertile tra invidia e vergogna.

invidia2

“Pochissime persone parlano chiaramente e volentieri dell’invidia che provano: parlarne apertamente inibisce perché è come mettersi a nudo, svelare la parte più meschina e vulnerabile di sé. Parlare della persona che si invidia e spiegare il perché, significa parlare della parte più profonda di sé stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in sé stessi”(F.Alberoni) .

Il termine invidia deriva dal latino in-videre guardare contro, con ostilità, e fa riferimento al risentimento che si prova per la felicità, il benessere e il successo altrui.

L’invidia è un sentimento che viene condannato e negato dalla nostra società, al punto da considerarlo come un sentimento inconfessabile.  La morale cattolica la considera uno dei sette vizi capitali e nelle rappresentazioni più comuni l’invidioso è un personaggio brutto, deforme che osserva in lontananza e con sguardo cattivo e minaccioso, la gioia o la contentezza degli altri.

Che cosa succede quando l’oggetto dell’invidia è il figlio tanto desiderato che non vuole arrivare?

Chi non riesce a coronare il sogno di avere un figlio, l’invidia la conosce bene, invidia per la pancia…invidia nei confronti di chi riesce ad avere figli facilmente e appena lo desiderano…invidia per le famiglie numerose….insomma,  “invidia per chi ci riesce” senza passare per il difficile cammino che segue la diagnosi di infertilità….

Nelle donne che faticano ad avere un figlio, l’invidia diventa un vissuto spesso costante, un sentimento viscerale e incontenibile provato nei confronti di alcune madri. Sembra quasi un crudele segno del destino ma spesso è proprio nel momento in cui la donna scopre che avere un figlio non sarà così semplice che amiche, cugine e conoscenti diano il gioioso annuncio della loro gravidanza che magari non era neanche stata programmata…

Per chi vive la condizione d’infertilità, sembra quasi impossibile essere felici perché l’invidia sale e la rabbia porta a chiedersi: perché io no? Perché per me non è prevista questa gioia?

Da dove nasce l’invidia? Il sentimento invidioso per quanto nascosto o negato agli altri nasce proprio nella relazione e nel confronto con l’altro che possiede qualcosa che non si ha ma che si desidera profondamente.

Nella donna con problemi d’infertilità, l’invidia scaturisce dalla consapevolezza della mancanza del bimbo tanto desiderato, che alimenta spesso sentimenti negativi non solo verso gli altri ma anche e soprattutto verso di sé. Provare invidia, infatti, genera un forte senso d’imbarazzo e vergogna per il fatto stesso di aver provato un sentimento così negativo e fino a quel momento sconosciuto. Oltre al dolore provato per ciò che non si ha, la donna si sente profondamente in colpa arrivando spesso a mettere in discussione se stessa non solo come donna ma come persona buona e degna di amore.

La realtà dimostra che l’invidia è un sentimento diffuso tra chi condivide la difficoltà a concepire e anche se la tendenza è di non parlare di questo sentimento per paura di non essere capite, o peggio giudicate, il prezzo da pagare per il silenzio può essere davvero troppo alto. Negare e nascondere l’emozione non aiuta e spesso può indurre all’isolamento. Spesso l’invidia, la tristezza e la sensazione di non essere comprese nel loro dolore induce le aspiranti madri a evitare tutte quelle circostanze in cui c’è un confronto diretto con la “maternità”. Sono tante le occasioni che evitate, il battesimo del figlio del vicino di casa, la riunione di famiglia in cui la cugina esibisce il pancione, l’incontro con madri che parlano tutto il tempo di pannolini e pappe… Queste sono solo alcuni esempi ma il denominatore comune a queste situazioni è la sensazione di soffocamento e di esclusione  che porta queste donne a sentirsi inadeguate.

Come fare dunque a superare tutto questo? Come ha scritto Moravia, “L’invidia è come una palla di gomma che più la spingi sotto, più torna a galla.” Per quanto sentimento ostile e negativo l’invidia come la rabbia deve essere riconosciuta per quello che è, ovvero un sentimento potenzialmente distruttivo che va riconosciuto e gestito ma mai negato. Ciascuno di noi, almeno una volta nella vita ha provato invidia, l’importante è non farsi schiacciare dalle conseguenze negative di questa emozione e soprattutto evitare di tradurre i pensieri in azioni volte a danneggiare l’altro. Quando una donna decide di diventare madre, porta dentro di sé tutta una serie di desideri, aspettative e sogni che cercherà in tutti i modi di realizzare; quando non ci riesce, il dolore diventa inevitabilmente protagonista. Affrontare questo dolore e accettare le proprie emozioni senza reprimerle è il primo passo verso un’accettazione incondizionata di se stessi, presupposto indispensabile per trasformare i limiti in risorse.

di Tiziana Fiore

20 febbraio 2013

Perché usare i Metodi Attivi?

Un approccio integrato nel lavoro con l’altro.

Noi siamo mente e corpo, un meraviglioso tutt’uno di pensieri, sensazioni ed emozioni. Quando ci succede qualcosa, di bello o di brutto, questo ci coinvolge nella nostra interezza perché esistiamo “con tutti noi stessi”. Un evento quindi può essere pensato, ma anche percepito attraverso il corpo e i sensi, suscitando dei vissuti emotivi del tutto soggettivi.

Spesso quando parliamo di ciò che ci accade ci dimentichiamo di integrare gli aspetti percettivi ed emotivi e riduciamo il nostro racconto ad una “magra” sequenza di fatti. Ciò accade perché non sempre siamo abituati a parlare delle nostre emozioni ma soprattutto non siamo abituati a sentire ciò che ci succede anche attraverso il corpo, non siamo abituati a riconoscere l’esperienza vissuta e le memorie non coscienti che essa ci lascia.

Uno degli aspetti importanti dell’uso dei Metodi d’Azione è proprio di riattivare, nel “qui ed ora”, le sensazioni e i vissuti emotivi legati all’esperienza.

La funzione è quella di “shakerare” i vissuti del corpo e quelli della mente facendo riprendere possesso del legame tra ciò che è accaduto e ciò che si è sentito,  fondendoli in un’unica grande e ricca esperienza.

Il ruolo del conduttore è quello di guida nel processo esplorativo.

Ma quando è utile usare i Metodi Attivi?

Tanti sono i contesti in cui possono essere utilizzati, dunque la loro importanza, data la premessa fatta, acquista delle sfumature diverse a seconda della situazione e degli obiettivi.

Nel metodo psicodrammatico classico, per esempio, è possibile lavorare col Protagonista mettendo in scena un fatto da lui portato, su cui ha voglia di concentrare l’attenzione. La “messa in scena” consiste nella ri-costruzione e drammatizzazione del fatto accaduto con l’utilizzo di alcune accortezze metodologiche proprie dello psicodramma. Il Protagonista, aiutandosi con alcuni oggetti, costruisce simbolicamente la scena, come fosse una scenografia teatrale,  entrando gradualmente in una situazione di semi-realtà.

DSCN5018

Il conduttore aiuta il protagonista ad esplorare “dall’interno” ciò che ha vissuto, guidandolo nel passaggio spazio- temporale con interviste (“intervista esistenziale” e “intervista in situ”), soliloqui e favorendo l’esplorazione dei vari personaggi attraverso le “inversioni di ruolo”. Rivivere il passato nel presente può essere utile per vedere con occhi nuovi ciò che è accaduto, trovando dentro di sé nuovi significati e nuove risorse per riappropriarsi della propria esistenza.

Un altro ambito in cui vengono utilizzati i Metodi Attivi è quello formativo. E’ ben noto infatti che l’apprendimento è più completo se passa attraverso l’esperienza. Con questa frase intendo dire che ascoltare semplici nozioni non aiuta a fare propri i contenuti, ma questi vengono maggiormente acquisiti se messi in relazione alla propria esperienza personale. Ancora di più ciò avviene se il modo di apprendere non è quello dell’osservatore passivo, ma dell’attore partecipante. Sicuramente sarà capitato a tutti, negli anni della scuola, di aver preso parte a un’esperienza di gruppo in cui è stata richiesta una partecipazione attiva…è molto probabile che tale ricordo sia molto più vivido rispetto alla lezione frontale proposta dal professore. Questo accade perché è un tipo di apprendimento basato sulle percezioni e le emozioni degli individui e non su una realtà “ricevuta” dall’esterno.

Molto spesso nell’ambito formativo vengono infatti usati “giochi di gruppo”, role-playing, discussione di casi…tutte esperienze che permettono alle persone di immergersi totalmente in ciò che viene proposto sviluppando la propria creatività, libertà di pensiero e abilità relazionale. Ciò implica un radicale cambiamento rispetto al tradizionale rapporto tra formatore e allievo, poiché quest’ultimo non è più considerato un “contenitore vuoto” da riempire del sapere proveniente dall’esterno, ma deve fare propria l’esperienza integrandola con il proprio vissuto e il proprio sapere.

In ultimo vorrei sottolineare il valore dei metodi attivi nel lavoro di gruppo sul gruppo stesso. Questo perché l’uso del corpo permette di favorire l’incontro con l’altro utilizzando non solo il livello cognitivo, ma anche quello corporeo.  Legittimare l’uso del corpo e la libera espressione (guidata e contenuta dalle consegne del conduttore) favorisce lo sviluppo della spontaneità e della creatività, liberando le persone dai rigidi schemi quotidiani cui sono abituate. E’ in queste condizioni che può avvenire un incontro autentico con se stessi e con gli altri, all’interno di una cornice che garantisce la simmetria tra i membri del gruppo, la circolarità della comunicazione e l’assenza di giudizio, a favore di un atteggiamento di ascolto attento e un rispetto dell’altro.

Tante altre potrebbero essere le cose da dire a proposito dei Metodi Attivi e dello Psicodramma, ma in questo articolo ho voluto citare quelli che ritengo essere gli aspetti più importanti, valorizzando questo approccio in tutti i suoi contesti e in tutte le sue sfumature.

Dott.ssa Stefania Cioppa

15 febbraio 2013

Attacco di Panico

 

L’Attacco di Panico

Panico

Immaginate di trovarvi in un bosco. All’improvviso, dinanzi a voi, compare un orso. Avvertite immediatamente il pericolo e il vostro organismo produce in modo autonomo una serie di risposte da utilizzare per reagire con rapidità: aumento della pressione sanguigna, del ritmo cardiaco e del respiro; i muscoli si tendono; accresce la sudorazione mentre si blocca la digestione e viene prodotta meno saliva; aumentano infine la vigilanza e l’attenzione.

Questo meccanismo prende il nome di “attacco-fuga” ed è considerato una normale reazione in situazioni di pericolo, prodotto autonomamente dall’uomo e da tutti i mammiferi.

La situazione è differente nel caso di un Attacco di Panico: stessa reazione, non eguale presenza di un reale pericolo fisico. La risposta è pertanto eccessiva, si attiva in un momento sbagliato.

Inoltre, non conseguendo alcuna attività fisica, le reazioni neurovegetative si protraggono, creando la percezione dell’ansia che, a sua volta, genererà un ulteriore aumento di risposte fisiologiche (aumentano il respiro, la pressione del sangue…), innescando un circolo vizioso che porterà al vero e proprio Attacco di Panico.

 

In cosa consiste esattamente l’Attacco di Panico?

Il DSM-IV-TR (Apa, 2000), ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) lo colloca all’interno dello spettro dei “Disturbi d’Ansia” e lo definisce come un breve periodo di intensa paura o disagio, che raggiunge il suo picco in dieci minuti, caratterizzato da almeno quattro sintomi di cui tremori, sudorazioni, asfissia, formicolii, tachicardia/palpitazioni, sensazione di soffocamento, di sbandamento/svenimento, di irrealtà/distacco da se stessi, nausea/disturbi addominali, dolore/fastidio al petto, brividi/vampate di calore, paura di impazzire/perdere il controllo e di morire.

Non vi deve stupire, quindi, come persone che sviluppano un attacco di panico vi chiedano di andare al Pronto Soccorso o vi dicano che si sentono svenire, morire o di essere in preda ad un infarto.

Il Disturbo di Panico  si caratterizza per la presenza di ricorrenti ed inaspettati Attacchi di Panico, oltre ad una “continua preoccupazione della minaccia di un loro ritorno” (Falabella, 2007). Può essere inoltre accompagnato da Agorafobia, una profonda ansia provata in situazioni nelle quali il soggetto percepisce sia imbarazzante o difficile allontanarsi (ad esempio sui mezzi pubblici, in coda, al supermercato o comunque in mezzo alla folla, ecc.) od ove non sarebbe disponibile un aiuto in caso di attacco di panico, generando così l’evitamento o una faticosa sopportazione delle situazioni stesse.

 

Cosa ne genera l’insorgenza?

In generale è possibile affermare che fattori biologici, psicologici e sociali concorrono insieme all’insorgenza del disturbo. Si tratta quindi di una combinazione di differenti fattori che, in un determinato momento della vita del soggetto, possono produrre lo sviluppo del singolo Attacco di Panico o del Disturbo di Panico.

 

L’attacco di panico è l’unica manifestazione possibile di uno stato ansioso?

Assolutamente no. Numerosi sono i disturbi d’ansia e, molte volte, i non esperti tendono a utilizzare impropriamente il termine “attacco di panico”.

Il sopracitato DSM-IV-TR individua altri disturbi all’interno della sfera ansiosa: “Disturbo d’ansia generalizzato”, “Disturbo post-traumatico da stress”, “Disturbo acuto da stress”, “Fobia specifica”, “Fobia sociale”, “Disturbo ossessivo-compulsivo”, “Distrubo d’ansia Non Altrimenti Specificato”. Vi sono inoltre disturbi d’ansia indotti da una “condizione medica generale” o dall’uso di sostanze.

Occorre infine ricordare come alcuni stati ansiosi, per quanto intensi, non portano necessariamente la persona che ne soffre a sviluppare un vero e proprio disturbo.

Vi sono anche soggetti che possono aver sviluppato un isolato Attacco di Panico, fenomeno che non si è tuttavia successivamente ripresentato.

 

Come curarlo?

Le persone che soffrono di un Disturbo di Panico necessitano sovente di una combinazione di psicoterapia e terapia farmacologica (Nemiah, 1984). In particolare, la terapia psicologica risulta  fondamentale.

Taluni studi hanno tra l’altro suggerito come l’accostamento delle due terapie possa aiutare a ridurre le ricadute (Gabbard, 2002).

Alcune persone tendono ad essere reticenti ad un approccio al farmaco, tendenzialmente per paura della dipendenza o di essere stigmatizzati come malati mentali. Va qui ricordato che il medicinale (che deve essere prescritto da uno psichiatra poiché medico esperto anche di disturbi d’ansia) non andrà assunto per sempre; un attento monitoraggio da parte del medico specialista ne porterà gradualmente l’eliminazione.

In altri casi accade invece che uno stato di maggiore benessere, dovuto anche all’assunzione del medicinale, possa portare la persona, sentendosi meglio, a smetterne l’assunzione, ridurne autonomamente il dosaggio o ad interrompere la psicoterapia, con la successiva ripresentazione dei sintomi, spesso in forma acuita.

Risulta quindi fondamentale darsi del tempo, con l’ausilio dello specialista, per permettere al proprio corpo e alla propria psiche di raggiungere il benessere tanto atteso.

A livello psicoterapeutico, il modello cognitivo-comportamentale è maggiormente focalizzato sulla cura del sintomo e dei pensieri disfunzionali sottesi. Proporrà quindil’insegnamento di specifiche tecniche di respirazione  e di rilassamento, la esposizione graduale (che consiste nell’aiutare la persona ad affrontare progressivamente la situazione fobica) e la ristrutturazione cognitiva.

La psicoterapia psicodinamica si concentra invece sulle cause più profonde che possano avere generato il problema ed il significato inconscio degli eventi da parte del soggetto: eventuali conflitti che concernano rabbia, separazione ed indipendenza, eventuali perdite e lutti, modalità di attaccamento durante l’infanzia, eventuali abusi, difficoltà relazionali ecc. (Gabbard, 2002). 

di Susanna Lupo

 

Bibliografia:

American Psychiatric Association (2000), “DSM-IV-TR Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, ed. Masson.

Falabella, A. (2007), “ABC della psicopatologia”, ed. Magi.

Gabbard, G.O. (2002), “Psichiatria psicodinamica”, ed. Cortina.

Nemiah, J.C. (1984), “The psychodynamic view of anxiety”. In: PASNAU, R.O. (a cura di) Diagnosis and Treatment of Anxiety Disorders. American Psychiatric Press, Washington.

6 febbraio 2013

Dietro i silenzi dell’uomo:i vissuti emotivi legati

all’infertilità

infertilità maschile

Per la coppia che desidera avere un figlio realizzando un progetto emotivamente condiviso, ogni impedimento rappresenta una ferita profonda, un vuoto enorme, un lutto grave e imprevisto.

L’infertilità mette a dura prova gli aspiranti genitori, alcune coppie reagiscono tentando di rafforzare il legame che li unisce certi che insieme sapranno superare al meglio il disagio che li ha colpiti, altre, al contrario si allontanano.

Uomini e donne reagiscono in maniera diversa alla diagnosi d’infertilità e in quest’articolo mi sembra opportuno dare spazio a quelle che sono le reazioni emotive dell’uomo sicuramente più silenziose ma non per questo meno devastanti.

In passato era opinione diffusa e condivisa che i problemi legati alla buona riuscita del concepimento riguardassero esclusivamente la donna. Oggi il panorama è profondamente diverso giacché gli studi dimostrano che almeno nel 50% dei casi è l’uomo ad avere una ridotta capacità riproduttiva.

Questa scoperta induce a cambiamenti importanti dal punto di vista sociale, culturale e psicologico. L’uomo da sempre rimasto in ombra per ciò che riguarda il concepimento diventa protagonista insieme alla compagna e come tale deve sottoporsi a tutta una serie di esami e visite ai quali non è per niente abituato.  Nessuno gli ha mai detto di andare dall’andrologo e, ad eccezione della visita di leva che rappresentava un filtro importante, non si è mai sottoposto a nessun controllo.

Come vivono l’infertilità gli uomini?

Nell’inconscio dell’uomo la capacità riproduttiva è legata alla virilità quindi avere problemi d’infertilità, può significare ricevere un attacco alla sessualità, alla propria potenza sessuale in definitiva al proprio essere uomo.

Per tutte queste ragioni, l’uomo vive con molta ansia l’esame del liquido seminale non solo per le condizioni di raccolta ma anche per il timore del giudizio derivante dall’analisi che, qualora rivelasse qualche problema, potrebbe colpirlo nella sua dignità. Nel momento in cui il medico comunica la diagnosi d’infertilità, la prima sensazione può essere di shock e incredulità seguita da una reazione di rifiuto della condizione stessa. Il rifiuto è legato all’incapacità di accettare la perdita di controllo sulle proprie scelte e più in generale sul proprio destino.

Questa sua difficoltà va capita e accolta in quanto è importante rispettare i tempi personali per evitare di sentirsi schiacciati non solo dalle circostanze ma anche da chi, al contrario dovrebbe comprendere meglio il vostro vissuto.

Difficilmente l’uomo esprime quello che prova, per sua stessa natura non è così aperto al dialogo e alla condivisione, spesso non racconta quello che sta succedendo neanche alla famiglia di origine alla quale tiene nascosto il problema vissuto come umiliante e privato.

Dal punto di vista pratico l’uomo risponde a questa emergenza emotiva dedicandosi in maniera quasi maniacale ad altro, poco importa che si tratti di  lavoro, di amici o di sport, l’obiettivo è  la ricerca di gratificazioni che possano compensare il vuoto interiore.

Questo smisurato investimento in altri ambiti di vita è spesso frainteso dalla donna che vive questo comportamento come mancanza di sensibilità, di attenzione e non come il tentativo disperato di trovare una sorta di equilibrio. L’uomo spesso tende a nascondere le sue fragilità per proteggere la propria compagna che vede soffrire e disperarsi all’arrivo di ogni ciclo mestruale che puntualmente distrugge la speranza e testimonia il fallimento di un sogno. L’arrivo delle mestruazioni è un brutto colpo anche per lui eppure il suo: “Non preoccuparti andrà meglio la prossima volta” non ha niente a che fare con il voler minimizzare la situazione, cerca solo di reagire perché almeno uno dei due deve essere forte e mantenere la lucidità necessaria per affrontare il futuro.

Proprio perché esiste una profonda differenza nel modo di vivere le emozioni, le incomprensioni all’interno della coppia sono del tutto naturali, direi inevitabili se si pensa allo stress e al carico emotivo di ciascuno. Che cosa fare dunque? L’importante in questi casi è riuscire a comunicare in modo efficace, ascoltarsi senza puntare il dito o rinfacciare eventi passati con l’obiettivo sottile di ferire l’altro e soprattutto ricordarsi che soffrite in modo diverso ma soffrite entrambi.

Le differenze nella gestione di questa problematica se non sufficientemente gestite e condivise possono generare una grave frattura nella coppia e un progressivo disinteresse reciproco non solo sul piano soggettivo ma anche individuale. L’esperienza clinica dimostra che mentre la donna chiede più spesso aiuto anche da un punto di vista psicologico, l’uomo fa molto più fatica e se lo fa lo scopo è quasi unicamente accontentare un”capriccio”della compagna senza quindi beneficiare a pieno di un supporto di questo tipo. Entrare in contatto con le proprie emozioni anche quuelle più negative, esprimere il proprio disagio, condividere pensieri e stadi d’animo aiutata a gestire in modo più efficace paure o ansie legate alla condizione di infertilità facendo sentire gli aspiranti genitori meno soli e più forti.

Dott.ssa Tiziana Fiore

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: