Archive for gennaio, 2013

31 gennaio 2013

Dietro lo scarabocchio (fino ai 3 anni)

COSA SI NASCONDE DIETRO GLI SCARABOCCHI DEI BAMBINI??

scarabocchio giulia

Appena un bimbo viene al mondo, senza nemmeno saperlo, ci comunica con il suo acuto vagito che è arrivato e che sta bene. Ecco la nascita della comunicazione orale, nonostante uno dei due interlocutori non abbia ancora ben chiaro di che cosa si tratti. Ben presto il piccolo utilizza i mezzi di cui dispone per soddisfare i propri bisogni primari, e si arriva velocemente ai primi sguardi ad intervalli regolari che, tra una poppata e l’altra, introducono il ritmo della comunicazione. Ritmo, concetto dalla forte importanza per quelli che saranno i primi scambi verbali e per quelli che saranno i primi segni che il bimbo tenterà di lasciare. Le prime tracce di “comunicazione scritta” si intravedono presto nel bambino che con macchie di pappa, segni sui muri, scie delle macchinine e tanto altro, cerca di lasciare segni visibili da lui creati. Il passaggio successivo ci porta a linee disordinate e agli scarabocchi, opere d’arte dotate di un significato magico per il bambino e per l’adulto che quando chiede al piccolo che cosa rappresenti il suo “disegno”, ottiene spesso la stessa risposta anche a distanza di tempo.

Ma che cosa si nasconde dietro i cerchi e le linee che i bambini, fin da piccolissimi, ci lasciano? In quanto inconscio e istintivo, lo scarabocchio ci offre la possibilità di individuare le emozioni dominanti nella vita affettiva del piccolo. Per il bambino lo scarabocchio rappresenta la possibilità di entrare in contatto con il mondo, con gli adulti, di raccontare la propria storia e lasciare una traccia di sé. E’ una possibilità talmente magica che non perderà occasione di realizzarla, per questo l’adulto non dovrebbe intervenire con rabbia e fastidio se il piccolo decidesse di lasciare traccia sul muro o sui suoi vestiti, bensì dovrebbe munirlo di fogli e matite. Viene fatto riferimento in particolare ai bimbi fino ai tre anni circa.

Per potersi fare un’idea di cosa si nasconde dietro uno scarabocchio, l’adulto dovrà prestare attenzione a differenti aspetti, innanzitutto l’impugnatura, cioè al modo in cui viene tenuto in mano lo strumento grafico, qualunque esso sia. Stiamo osservando bimbi piccoli, perciò a meno che non sia particolarmente disfunzionale, bisognerà focalizzarsi più che altro se il gesto risulti essere faticoso o naturale per il piccolo artista. Lo stesso discorso vale per la scelta della mano, il bambino sta’ sperimentando, è importante che lo faccia senza costrizioni particolari e che possa perlustrare foglio e strumento grafico così come fa con l’ambiente circostante. Un’impugnatura sciolta ci indicherà quindi spontaneità e libera possibilità di espressione, se faticosa e costretta invece sarà indice di una tensione che potrebbe derivare sia da condizioni fisiche che psichiche.

Facevo riferimento prima all’esplorazione del mondo circostante paragonandolo a quella del foglio, sarà quindi utile prestare attenzione a come venga occupato lo spazio. Il bambino potrebbe occupare il foglio totalmente e addirittura uscire dai suoi confini, indicando un carattere estroverso, ricco di energia, voglia di esplorare, a volte di andare oltre le regole e quindi ribellarsi. Al contrario uno spazio occupato con parsimonia indicherà un temperamento timido, inibito, forse spaventato da qualcosa. In entrambi i casi, se si fosse di fronte ad un “troppo pieno” o un “troppo vuoto”, sarebbe utile chiedersi se per caso il bambino non stia cercando di essere visto e ascoltato.

A questa età il bambino percepisce sé stesso come al centro del mondo, per questo in genere gli scarabocchi tendono ad iniziare dal centro del foglio, che oltre a rappresentare il mondo circostante, simboleggia quello interno. Questa modalità indicherà quindi un certo benessere, una sensazione di piacevolezza, il bambino vedrà rispettato da parte dell’adulto il suo diritto di “essere al centro”. Se l’inizio fosse invece in un periferico del foglio, si potrebbe pensare al fatto che il bambino si senta inibito nei confronti del mondo, dal quale tenderà probabilmente di difendersi mettendosi da parte, senza esplorare e dunque senza esprimere i propri sentimenti, probabilmente stazionando in una fase dello sviluppo precedente la sua età. La destra e la sinistra del foglio, vengono interpretati come suggerito da Pulver: la sinistra indica la paura di affrontare il futuro, il bisogno di rimanere ancorati alle proprie certezze, al passato, al grembo materno; la destra invece il desiderio di progredire, esplorare, andare verso l’altro.

Un altro aspetto da osservare è il tratto, inteso come la modalità di condurre il tracciato. Potrebbe essere sicuro e regolare, andando ad indicare una certa tranquillità interna, e dunque uno stare nel mondo sicuro e protetto, la sicurezza dei propri affetti, gli permette di muoversi con destrezza e sperimentare il nuovo, di rapportarsi all’altro con una certa disinvoltura. Un tratto incerto e irregolare se inibito, potrebbe indicare la paura di essere rimproverato per aver sporcato. In generale probabilmente lo scarabocchio apparterrà ad un bambino timido, insicuro nelle relazioni, nell’esplorazione dell’ambiente e degli affetti tanto da temere l’allontanamento (come l’essere lasciato a scuola).

La pressione, cioè la forza che il bambino imprimerà nell’appoggiare lo strumento grafico al foglio, fa riferimento alla sua energia vitale, al suo modo di muoversi e affrontare la realtà: da troppo calcata a leggera, la pressione potrebbe indicare rispettivamente aggressività, tenacia o sensibilità.  

In ultimo osservando le forme prodotte è possibile farsi un’idea del modo del bambino di porsi nel mondo. Tratti curvi, indicheranno una natura morbida , serena, aperta. Gli angoli invece saranno indice di tensione, aggressività, rabbia: ci si dovrebbe chiedere se per caso non si stiano dando abbastanza attenzioni al bambino o se qualcosa possa averlo ferito.

Mettendo insieme tutti questi elementi è possibile farsi un’idea del bambino che ha prodotto lo scarabocchio, certo quello che ho dato è un breve assaggio, ma può essere utile per scorgerei messaggi che i bambini cercano di dare agli adulti in tutti i modi e che talvolta non si riesce a decifrare. Una buona lettura!

Dott.ssa Irene Bellini

Bibliografia

E. Crotti e A. Magni, Come interpretare gli scarabocchi, Red Edizioni, Milano, 2006

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28 gennaio 2013

Aborto spontaneo: Come posso aiutare la mia compagna?

QUALCHE SUGGERIMENTO PER LUI

Dopo un aborto spontaneo l’uomo spesso viene assalito da un senso di impotenza, causato dalla sensazione di non poter fare niente né per il suo bambino né per la sua compagna; ogni tanto la scopre piangere e si accorge che il suo sguardo non è più quello di prima. Tutte le parole e le attenzioni non bastano a cambiare la situazione. Il profumo di gioia e di attesa, che si respirava, era pieno di fantasie che ora hanno lasciato un odore di vuoto e un velo di tristezza.

E’ importante sapere che le emozioni legate alla gravidanza e quindi anche all’aborto spontaneo vengono vissute in modo diverso dall’uomo e dalla donna. Non parliamo di un minore o maggiore dolore, ma ci riferiamo al corpo. Le donne, infatti, vivono l’intera esperienza anche attraverso il proprio corpo. Se l’uomo crea il suo spazio mentale e vede la sua compagna cambiare, la donna sente se stessa cambiare e cambia, sia a livello psichico che ormonale e fisico. Subito dopo un aborto peraltro il corpo della donna, per un certo periodo di tempo, continua a funzionare come se la gravidanza non si fosse interrotta, questo rende ancora più complicato accettare di aver perso il proprio bambino. L’uomo invece, che non vive l’esperienza dell’aborto sul proprio corpo, vede la propria compagna soffrire e sentendosi impotente rispetto al darle un sostegno emotivo, probabilmente tenderà a salvaguardarla occupandosi della parte pratica, adottando un atteggiamento improntato all’azione.

Questi vissuti così diversi generano difficoltà nel comprendersi. Può accadere che la donna, invasa da queste sensazioni corporee, dia per scontato che il suo compagno la capisca, e può fraintendere il suo “distacco emotivo”; l’uomo, a sua volta, può pensare lo stesso rispetto ai propri vissuti.

E’ essenziale dunque che tutte le emozioni che attraversano la coppia vengano condivise reciprocamente, così che ogni piccola differenza possa essere compresa dal partner, aggiungendo forza al legame.

Cosa può fare quindi un uomo per aiutare la propria compagna?

Date alla vostra compagna il tempo che le serve per superare questo momento, accogliete i suoi pianti, le sue parole, la sua tristezza…chiedetele ciò che non capite, ciò che non vi sapete spiegare.

Probabilmente all’inizio sarete molto più presi a risolvere le questioni pratiche, dal gestire le relazioni con i parenti e amici, alla gestione della casa, come ad esempio ri-ri-organizzare lo spazio dedicato al bambino. Non sentitevi in colpa se, presi dalle faccende, lasciate poco spazio all’espressione delle vostre emozioni. In questo momento questo è uno dei modi in cui potete aiutare la vostra compagna. La funzione dell’uomo, di fronte ad un evento doloroso, è proprio quella di mantenere un “piede” ancorato alla realtà concreta, in modo da non andare a fondo entrambi. Questo non significa che dovrete mettere da parte i vostri vissuti, ma probabilmente che li esprimerete più liberamente in un tempo diverso rispetto alla partner. Spesso infatti accade che non appena la donna inizia a stare meglio, l’uomo si “concede” di poter lasciare più spazio alle proprie emozioni legate all’evento doloroso.

Contemporaneamente però cercate di non mostrare un atteggiamento freddo e distaccato, perché non è non chiedendo alla vostra compagna come si sente che allevierete il suo dolore. Cercate quindi di far sentire la vostra presenza, pratica ed emotiva, creando nella coppia quel contenitore accogliente che vi permetterà di superare insieme quello che vi è accaduto, così che ne possiate uscire più forti e uniti.

Per una donna, in questo momento, la cosa più importante è sentirvi vicino, sapere di poter esprimere senza paura e vergogna le proprie emozioni, perché si sente capita, rispettata e protetta.

Dott.ssa Irene Bellini

Dott.ssa Stefania Cioppa

21 gennaio 2013

INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA

Quando abortire sembra l’unica strada possibile

“Ho scoperto di essere incinta…un fulmine a ciel sereno! …e ora come faccio? In questa situazione sicuramente non posso tenerlo! Sono troppo giovane, non mi sento pronta per rinunciare a tutto!…madre alla mia età?!!assurdo!…se divento madre che ne sarà della mia carriera!…io e il mio compagno/marito siamo in crisi, come faremo con un figlio?!…non è di certo il momento di diventare madre!

…L’unica cosa da fare è abortire.”

Chi sta leggendo queste righe probabilmente ha vissuto in prima persona o magari molto da vicino questa esperienza, trovandosi a pronunciare queste parole che non lasciano spazio ad alternative “L’unica cosa da fare è abortire”.

Tantissime sono le situazioni e le circostanze che possono portare una donna o una coppia a praticare un IVG…l’età, troppo giovane o troppo matura, la situazione economica, le difficoltà con il partner, il rifiuto della gravidanza da parte del compagno o dei genitori, o ancora una patologia del feto (ABORTO TERAPEUTICO).

In questo contesto non sarà di certo possibile analizzare tutte le situazioni, ma vorrei approfondire alcuni degli aspetti psicologici implicati in questa scelta.

La scoperta di una gravidanza, in un momento in cui non è stata cercata attivamente, implica la mancanza di una spazio mentale, “un grembo psichico”, dedicato ad accogliere una nuova vita. Già nei casi più felici, in cui il bambino viene cercato dalla coppia, entrano in gioco dubbi, paure e insicurezze che fanno parte del normale processo di transizione alla genitorialità. Nel caso in cui la coppia o la donna non si prepara all’assunzione del ruolo genitoriale questo genera inevitabilmente confusione e conflitto, accentuati ancora di più dall’arrivo inaspettato di qualcosa che ha il potere di cambiare completamente la vita.

Preparare lo spazio mentale significa immaginarsi nel ruolo di genitore, rivivendo le proprie esperienze infantili e anche adulte per fantasticare sul modo in cui si può “giocare” il nuovo ruolo, discriminando ciò che si vorrebbe fare da ciò che non appartiene al proprio atteggiamento e che magari è stato vissuto nell’esperienza di figlio. Significa pensare di essere colui che si “prende cura”, facendo l’ultimo passo per diventare grandi e posizionarsi al fianco dei propri genitori come figure alla pari. Significa essere pronti a rinunciare o a mettere da parte per un po’ i propri bisogni per lasciare spazio a quelli del proprio bambino…e tanto altro ancora.

Queste riflessioni si attivano anche in chi non aveva ancora preso in considerazione l’idea di diventare genitore.  Così arrivano i dubbi.

La donna scopre di essere incinta e già gli effetti della gravidanza si manifestano sul suo corpo: stanchezza, nausea, instabilità emotiva, dolori…tutti fattori che la rendono particolarmente fragile.

Se il primo pensiero è che non è il momento per avere un figlio, di certo prendere una decisione lucida e fredda in un momento in cui le emozioni sono cariche di passioni, di paure e incertezze, risulta ancora più difficile.

Allo stesso tempo ci si trova a fare i conti con l’urgenza, poiché i giorni passano e non lasciano spazio a lunghe elaborazioni. Al contrario, in alcuni casi, è la coppia stessa che affretta i tempi, perché avverte l’urgenza di ritornare alla propria normalità, per paura che eventuali ripensamenti possano rendere le cose più difficili.

La donna, che vive questa esperienza sul proprio corpo, si trova a vivere con maggiore conflittualità questa decisione: da una lato sa che razionalmente potrebbe non essere il momento giusto, ma dall’altro subentra quell’istintivo desiderio di diventare madre che le fa pensare di tenere il bambino.

Molto spesso il senso di colpa va ad alimentare idee quali “l’essere una cattiva madre”, “l’essere indegna di avere un figlio”, “la paura di non poter più diventare genitore”. Il senso di colpa è una delle emozioni più presenti, poiché la scelta di praticare un IVG viene vissuta come la scelta di “uccidere” una vita volontariamente. Anche i fattori religiosi possono contribuire all’accentuazione dei vissuti di colpa.

Nelle giovanissime, la scelta di interrompere la gravidanza si ripercuote fortemente sul modo in cui viene vissuta la sessualità: l’essere rimasta incinta a seguito di una atto di piacere può essere vissuto con sensi di colpa tali da bloccare l’esplorazione della propria sessualità per paura che possa accadere di nuovo. In alcuni casi la somatizzazione di questo aspetto si esplica in disturbi della sfera sessuale e dell’apparato riproduttivo.

Molto frequente è anche l’allontanamento dal partner con il quale si è avuto il rapporto che ha portato alla gravidanza inattesa. L’uomo infatti spesso viene identificato come il responsabile dell’accaduto, e come tale diventa il rappresentante del dolore della donna, quel dolore molto spesso inconscio. L’unica soluzione è dunque allontanarlo per non ricordare. “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Qualunque sia il motivo che spinge ad interrompere una gravidanza indesiderata, la complessità e la conflittualità dei fattori che entrano in gioco porta ad affermare che difficilmente tale scelta non abbia un’influenza sul futuro dei suoi protagonisti.

Che fare allora? Come si può superare?

Perdonarsi. Non aver paura di guardare in faccia le proprie paure ed elaborarle, così che in futuro non siano così spaventose da far pensare di non meritarsi la felicità.

Dott.ssa Stefania Cioppa

 

16 gennaio 2013

Arrivano i gemelli!

GRAVIDANZA GEMELLARE

Negli ultimi anni si è notato un forte aumento dei parti gemellari, tale dato è stato messo in relazione all’aumento dell’età delle madri e alle tecniche di fecondazione assistita. Dai dati a disposizione è emerso che le mamme che hanno più di quarant’anni hanno avuto un aumento dei parti gemellari del 200% rispetto alle altre donne, mentre l’incremento è stato del 100% per le donne che hanno un’età compresa fra i 35 e i 39 anni. Andando oltre le statistiche e alle motivazioni che portano ad un pancione sovraffollato, difficilmente siamo preparati alla notizia: “sono due!”.

gemelli

FINALMENTE SONO INCINTA!E..SONO 2!!!

Ogni donna, ogni uomo, ogni coppia fantastica sul magico momento in cui il test di gravidanza o l’ecografia confermino la gravidanza, ma quante volte in queste fantasie ci vediamo con due, e a volte più, bambini tra le braccia? Sentiamo spesso chi ci sta intorno congratularsi e fare commenti del tipo “che fortuna, due in una volta!”, “beati voi, così poi non ci pensi più..” oppure “Ma si dai, come dai da mangiare ad uno, ne dai anche a due…”. Ma cosa vuol dire scoprire di aspettare più di un bambino e affrontare una gravidanza gemellare?

Di certo ogni donna, ogni storia e ogni gravidanza è diversa dalle altre. Non è possibile generalizzare, ma il fatto stesso che non di rado dietro una gravidanza gemellare ci siano esperienze di fecondazione assistita o poliabortività, porta a vissuti diversi ma importanti. Questo vale anche per quelle gravidanze che insorgono in maniera naturale, seppur probabilmente in maniera diversa.

Innanzi tutto assume un certo significato il nome con cui viene categorizzata questo tipo gravidanza: “a rischio”.  A questo punto la situazione è che in pochi giorni si scopre di essere incinta, di aspettare più di un bambino e che la gravidanza non sarà semplice, anzi rischiosa per una serie di motivi. Come può rimanere tutto sereno? La coppia e la donna in particolare viene invasa da una marea emotiva in cui la gioia e la preoccupazione lottano per il predominio. Comincerei quindi con lo sfatare il mito della gravidanza “a rischio”. Ogni gravidanza porta con sé la sua dose di “pericolo”, così come in realtà ogni evento della vita. Perché allora dover essere inserite subito all’interno di una categoria così infelice? L’altro giorno un’ostetrica mi ha detto “ogni essere è in grado di mettere al mondo e allattare in modo naturale un numero di piccoli pari al numero dei propri seni più uno!” Perché preoccuparci tanto allora?? E anche quando in ospedale si viene indirizzate verso “l’’ambulatorio gemellare” o “la patologia della gravidanza” , bisognerebbe guardare a questi aspetti come se fosse un’accortezza speciale per quelle donne i cui pancioni tenderanno verso un record di grandezza!

Passiamo poi alle precoci raccomandazioni legate ai propri cambiamenti fisici e a come si prospettano i mesi di attesa. Probabilmente vi sentirete dire che i sintomi che normalmente una donna sente saranno raddoppiati, così come lo sono gli ormoni che vengono prodotti, di stare molto attente al peso e che quindi è necessario continuare a mangiare per uno, che bisognerà stare più a riposo, che che che…insomma ora aumenta ancora di più la paura per quello che potrà accadere!

Ecco che entra in gioco la scaramanzia. Se già si era indecise sul rendere o meno ufficiale la gravidanza, ora si aggiunge se dire o meno che il bimbo che stà crescendo non è uno solo…Rispetto a questo aspetto ogni donna seguirà il proprio istinto, sulla base dei propri vissuti e del proprio modo di essere. Il segreto, che in genere caratterizza il primo trimestre di gravidanza, porta però con sé un duplice aspetto. Da una parte si pensa possa salvaguardare dal pericolo di deludere o non corrispondere all’altro nel momento in cui dovesse andare male. Dall’altra però fa perdere importanti momenti di condivisione e un eventuale appoggio, che la gravidanza vada bene o male. Starà ad ognuno la scelta su come comportarsi in questo senso, senza giudizi o aspettative.

A questo punto non potrei che consigliare di darsi il proprio tempo per realizzare che stà avvenendo qualcosa di magico, che il tempo dell’attesa permetterà di creare tutto lo spazio mentale, ma anche fisico, per accogliere più di un bambino nello stesso momento. Si tratta di un’avventura unica e spesso risultante da percorsi di sofferenza, bisogna viverla perciò come un dono importante che è arrivato nel posto giusto nel momento giusto e che va dunque accolto in tutte le sue sfaccettature. Poi si passerà all’organizzazione pratica! Ma per ora coccolare la propria pancia e i propri pensieri, sarà l’attività a cui dare maggiore spazio!

Buona numerosa attesa!

Dott.ssa Irene Bellini

14 gennaio 2013

Incontri di Progetto Melograno

La prossima settimana vi aspettiamo per l’incontro mensile di Progetto Melograno.

Ecco il tema di questo mese:

“L’INFERTILITA’ INSPIEGATA:

MILLE PERCHE’ SENZA RISPOSTA”

Ci vediamo giovedì 24 gennaio alle h: 20.30 in via Varazze 10, Milano.

Se siete interessati a partecipare inviate una e-mail a: granellidipsicologia@libero.it

Le iscrizioni chiuderanno venerdì 18 gennaio.

Per visualizzare tutto il programma degli incontri clicca qui.

 

9 gennaio 2013

Ho perso il mio bambino: perché nessuno mi chiede niente?

IL VISSUTO DEGLI ALTRI DI FRONTE ALL’ABORTO SPONTANEO

da sola nella folla

Davanti ad un lutto, o più in generale ad un evento tragico, ogni persona reagisce in modo diverso e non dipende da quanto bene ci voglia.

Dopo un evento poco felice, in genere ci si aspetta una maggiore partecipazione dai propri parenti e amici, una chiacchierata in più, una visita a casa o almeno una telefonate per accertarsi della situazione. Spesso però accade il contrario e ci si trova soli di fronte a un cambiamento difficile da gestire. Possono allora aumentare il senso di solitudine e di sconforto, oltre che in alcuni casi le difficoltà pratiche (ad esempio gestire la casa o fare la spesa…).

Intorno a noi scorgiamo solo il Silenzio.  Spesso tendiamo noi stessi ad evitare l’argomento, dal momento che nessuno ci chiede come stiamo, ci sentiamo quasi fuori luogo a parlare della nostra sofferenza. Dentro di noi nascono dubbi e perplessità, ci sentiamo sole/i. Potremmo trovarci a pensare che nessuno ci capisce, ci vuole bene, che tutto il mondo intorno a noi sottovaluta quello che ci è accaduto, o che comunque un comune velo di omertà ci lascia sole nel nostro dolore.

La realtà è che ogni individuo reagisce in modo diverso davanti ad un lutto, come nel caso dell’aborto spontaneo. Ogni reazione dipende dalle proprie esperienze precedenti, dalle proprie capacità di affrontare un cambiamento, dal proprio modo di essere e dalla propria quotidianità. L’insieme di queste caratteristiche personali andranno ad indirizzare in un modo piuttosto che in un altro l’atteggiamento nei confronti di chi sta soffrendo.

Potrà allora capitare che qualcuno, per evitare di riaprire una ferita o per paura di sbagliare, non toccherà l’argomento aborto e cercherà invece di portare la conversazione su argomenti leggeri e frivoli, pensando così di alleggerire lo stato di sofferenza. Qualcun altro reagirà al dolore altrui allontanandosi, per la propria incapacità di stare dentro un’emozione così intensa oppure perché questa va a risvegliare delle proprie esperienze precedenti non ancora superate. Infine può accadere che le attuali circostanze di vita portino chi ci sta intorno ad essere meno disponibile, sia dal punto di vista emotivo che pratico, sul piano dell’aiuto.

Tutte queste modalità mettono alcune persone nella condizione di non essere in grado di supportarci in un momento di bisogno, alimentando il senso di solitudine e di estraneità dal mondo circostante, che già contraddistingue questo momento particolare che stiamo attraversando. Certamente ciò non giustifica gli altri, quindi al di là della nostra capacità di comprenderli  è bene capire se dietro a tali comportamenti è nascosto un reale disinteresse.

Che fare allora? Se quello che sentiamo è il bisogno di non sentirci soli, se dentro di noi spinge il desiderio di condividere o almeno di esprimere le nostre emozioni, non dovremmo tacerle. Proviamo a spiegare a chi ci sta accanto quello che proviamo e quello di cui avremmo bisogno;  Io ho bisogno di non sentirmi sola… Parlare e chiedere aiuto. Non dobbiamo avere paura di disturbare il silenzio che ci circonda, così come chi ci sta intorno non dovrebbe avere paura di rompere il nostro di silenzio. Ogni donna, ogni uomo, vive l’esperienza dell’aborto spontaneo in modo personale, in base ai molti fattori che vanno a caratterizzare le singole vite e personalità dei genitori e della coppia; pertanto è possibile che davvero chi ci sta intorno possa non comprendere la nostra situazione. Quindi proviamo a esprimere quello che ci accade…parliamo, senza paura, piangiamo, senza vergogna.

Dott.ssa  Irene Bellini

Dott.ssa Stefania Cioppa

9 gennaio 2013

Ansia funzionale e disfunzionale

Ansia: funzionale o disfunzionale?

Quante volte vi è capitato di provare ansia o di sentire persone intorno a voi che sostengono di essere “in ansia” per situazioni particolari, in un momento di stress o di fronte a determinate decisioni da prendere?

Quello che molti non sanno, però, è che l’ansia, considerata tendenzialmente come un fenomeno a carattere negativo, soprattutto all’interno della cultura occidentale odierna, fa in realtà parte da sempre del nostro corredo psicologico. Si tratta infatti di una risposta fisiologica primitiva, che serve per preparare il nostro corpo a reagire di fronte ad una fonte di pericolo e, di fatto, a garantire la nostra sopravvivenza. In tal senso, l’ansia può essere considerata un caratteristico stato emotivo, radicato all’interno della natura umana.

All’interno di determinate situazioni particolarmente stressanti o percepite come pericolose per noi stessi, una reazione d’ansia può essere considerata addirittura utile, avendo in sé una funzione protettiva: altrimenti detta “ansia funzionale”, essa consiste in una naturale reazione d’allarme che comporta una attivazione delle nostre risorse individuali (cognitive, emotive, fisiologiche) per far fronte allo stimolo minaccioso, aiutandoci così ad affrontare positivamente le difficoltà che ci troviamo dinanzi  e consentendoci, dunque, una migliore prestazione.

L’ansia poggia le proprie basi su un particolare meccanismo fisiologico denominato “attacco-fuga”. Quando ci troviamo di fronte ad un reale pericolo, l’ipotalamo produce una risposta che genera numerosi effetti (Bear, Connors, Paradiso, 2002). In particolare, si assiste ad un aumento della pressione sanguigna e del ritmo cardiaco (per trasportare più rapidamente l’ossigeno che possa essere utilizzato dai muscoli); il respiro si fa più frequente; i polmoni si espandono per permettere una maggiore disponibilità di ossigeno; la sudorazione diviene abbondante (rendendo il corpo più difficile da afferrare); i muscoli si tendono.

Si diventa inoltre estremamente vigili e attenti a tutto ciò che ci circonda; i nostri pensieri si canalizzano unicamente su come affrontare il pericolo.

Il corpo mette quindi in atto tutta una serie di modifiche funzionali per affrontare il pericolo minaccioso, attaccandolo o fuggendo da esso.

 

Quando l’ansia diventa un problema?

La reazione ansiosa diviene disfunzionale nel momento in cui compare in modo sproporzionato, in assenza di un reale possibile grave pericolo; l’ansia, così, si prolunga nel tempo e diviene progressivamente meno gestibile per l’individuo che la prova (Beck, 1985).

Le persone che sperimentano essa reazione disfunzionale tendono ad essere ansiose anche in luoghi o circostanze in cui altri non lo sarebbero (o lo sarebbero in misura minore). All’interno di loro è come se si attivasse una eccessiva risposta d’allarme per la situazione contingente. Il loro meccanismo “attacco-fuga” è come se andasse in corto circuito, divenendo estremamente sensibile, attivandosi così in momenti sbagliati.

Quando l’ansia diviene ricorrente, invalidando la vita di un individuo, è possibile essere di fronte ad un vero e proprio disturbo d’ansia, che può essere diagnosticato unicamente da uno psicologo o da un medico.

Il DSM-IV-TR (APA, 2000), ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) distingue, differenti Disturbi d’ansia: “Disturbo di Panico” (con o senza agorafobia), “Fobia Specifica”, “Fobia Sociale”, “Disturbo Ossessivo-Compulsivo”, “Disturbo Post-Traumatico da Stress”, “Disturbo Acuto da Stress”, “Disturbo d’Ansia Generalizzato”, “Disturbo d’Ansia dovuto a Condizione Medica Generale”, “Disturbo d’Ansia indotto da Sostanze”, “Disturbo d’Ansia Non Altrimenti Specificato”. 

Mi preme ricordare che non tutte le persone ansiose sviluppino un disturbo d’ansia. Risulta fondamentale, come sopra specificato, che sia un esperto, psicologo o medico, a rilevarne l’eventuale presenza, con metodi e tecniche specifici di cui dispone.

 

di Susanna Lupo

 

 

 

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