ABORTO TERAPEUTICO: una scelta difficile…

Quando si parla di aborto terapeutico ci si riferisce all’interruzione volontaria di una gravidanza, provocata da determinati trattamenti medici, al fine di preservare la salute della madre o di evitare lo sviluppo di un feto segnato da malformazioni o gravi patologie.

In Italia la legge 194/78 regola la scelta da parte delle donne e della coppia, di poter interrompere volontariamente una gravidanza indesiderata entro il 90° giorno di gestazione.  Nello specifico dell’aborto terapeutico il tempo viene ampliato al 6° mese di gravidanza, solo per gravi malformazioni del feto che mettono in pericolo la salute fisica e psichica della madre. (vedi Art.4 e Art.6 della legge 194/78)

Riassumendo con parole semplici quindi potremmo dire che l’aborto terapeutico riguarda quei casi in cui una donna, che ha desiderato e cercato un figlio, è messa di fronte a una scelta drammatica: interrompere o meno la gravidanza.

Questo argomento che affronta dei temi etici particolarmente delicati, è stato a lungo dibattuto. Osservando però questa esperienza dal punto di vista dei risvolti psicologici è possibile affermare che si tratta di una scelta traumatica. Cos’è che rende tanto difficile questa decisione?

Quando si cerca un figlio l’identità dei futuri genitori inizia un processo di ridefinizione che ha come risultato finale l’assunzione del nuovo ruolo che si sta per rivestire. L’idea di diventare padre e madre stimola una serie di fantasie su come si riuscirà a gestire, nel bene e nel male, la presenza di un bambino nella propria vita, un “terzo” che dipende interamente da loro. In un’alternanza tra le normali paure associate alla gravidanza e l’euforia che l’accompagna, si struttura il nuovo ruolo genitoriale. Durante questo percorso tante sono le paure, i dubbi, le incertezze, ma nella maggior parte dei casi si esplicano solo come pensieri e fantasie, con la convinzione che niente potrà andare storto e che le cose brutte succedono solo agli altri.

Quando si riceve una notizia di malattia del feto, una pesante dose di realtà irrompe nella vita della coppia come un macigno, come una bomba che distrugge tutti i loro sogni e fantasie. I nuovi genitori si trovano di fronte ad una prospettiva che non avevano considerato, si trovano a doversi immaginare come genitori di un bambino malato… In poco tempo si trovano a doversi scontrare con questa nuova immagine, cogliendone paure, limiti, risorse. Come si sentono in questo ruolo?

“Che vita avrà questo bambino? …Cosa possiamo offrirgli? …Ce la faremo, saremo capaci? …Saremo felici?… Il bambino sarà felice?… Esistono delle cure? …Possiamo permetterci economicamente le cure necessarie?”…

Vivere la malattia da vicino non è compito facile. Non tutti sentono di possedere le risorse, emotive e non, necessarie per sostenere questa difficoltà, questo dolore. La conseguenza è la scelta di interrompere la gravidanza, la scelta di donare la vita laddove la prospettiva sia di poter offrire benessere e serenità. Una scelta indiscutibilmente d’amore, per sé e per il bambino che decidono di preservare dalle difficoltà legate alla condizione di non essere sano.

È luogo comune pensare che chi decide con consapevolezza sia esente da sofferenza e sensi di colpa. Questo purtroppo non è vero, soprattutto perché scelte così difficili non sono prive di conflitti e dubbi. Rinunciare alla gravidanza è anche una rinuncia al proprio ruolo genitoriale tanto desiderato e tanto atteso, è una rinuncia ad una parte di sé.

I giudizi esterni, espressi o solo percepiti, spesso vanno a gravare ancora di più sul peso di questa decisione, tanto da far sentire questi genitori come non abbastanza bravi e non sufficientemente buoni per meritarsi un bambino. Ciò avviene anche nei reparti ospedalieri, poiché la presenza di medici e operatori obiettori di coscienza (che rifiutano per motivi personali o religiosi di prestare la loro opera professionale a chi decide di avvalersi di questa pratica clinica), mette la coppia, e in particolare la donna, in condizione di non sentirsi compresa nella propria sofferenza.

L’aborto terapeutico è un argomento che mette in gioco delle questioni etiche sociali e personali molto delicate. Pertanto invito chiunque a non emettere giudizi che riguardano una scelta molto, addirittura troppo, intima.

Vorrei suggerire alle coppie, che si trovano a dover prendere questa decisione, di non tenere conto dei giudizi degli altri e di adottare come unico criterio l’ascolto, un ascolto reciproco, l’ascolto dei propri vissuti. Un ascolto sincero che esplori ogni dubbio, ogni paura, ogni fantasia, ogni emozione di quel momento. L’unica cosa importante è che ognuno senta di poter esprimere senza vergogna tutto quello che gli passa dentro e che il frutto di questo scambio, di questa condivisione, sia una scelta fatta insieme.

Dott.ssa Stefania Cioppa

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