Il valore del gruppo nel lavoro su se stessi

 

“La socialità è un desiderio. Il desiderio di stare con gli altri. Di sentirsi accolti”[1]; abbiamo bisogno degli altri per condividere le nostre cose, il nostro amore, le nostre passioni, i nostri saperi, le nostre storie e arricchirci di ciò che la condivisione stessa, lo scambio e il riconoscimento dell’altro ci trasmettono.

Siamo per natura portati a questo tipo di scambio, il piacere dell’Altro muove il nostro stare al mondo e la reciprocità delle relazioni nutre la nostra felicità.

Fare un lavoro su di sé è un’esperienza ricca ma al contempo faticosa, permette di conoscersi meglio e di essere quindi più consapevoli di ciò che ci succede e del perché, ma con il presupposto di abbattere le difese personali, di mettersi a nudo, di togliere le maschere che ogni giorno indossiamo. Ma quale può essere il vantaggio nel fare un lavoro di questo tipo all’interno di  gruppo?

Quando lavoriamo su noi stessi portiamo con noi un bagaglio di esperienze e di persone che fanno parte della nostra storia personale, che hanno influito in modo più o meno significativo sul nostro modo di essere e di rapportarci agli altri. Il gruppo rappresenta una realtà in misura ridotta, un piccolo mondo. Al contempo è una realtà protetta, nella quale è possibile mettersi in gioco,  esprimersi e sperimentarsi in modo nuovo, per cogliere quegli aspetti che spesso per paura o inconsapevolezza non mostriamo.

È assodato e condiviso da molti autori che il gruppo è forza, ed “è più della somma delle sue parti”[2] perché mette insieme le energie dei singoli sommato alla forza stessa del gruppo che si crea dalla condivisione e dalle esperienze vissute insieme. Un lavoro di gruppo guidato dall’azione risulta ancora più ricco poiché è dall’azione stessa che si sprigionano le energie dei singoli e del gruppo nel fare delle cose insieme.

L’uso dei “metodi attivi”, termine che sta ad indicare l’impostazione metodologica dettata dall’azione più che dalla parola, dal fare più che dal pensare, favorisce l’emergere di tutti quei processi e quei vissuti emotivi spesso mediati dalla razionalità.

I metodi attivi traggono la loro origine dallo Psicodramma Classico moreniano ma, contaminati dalle arti (scrittura, danza, poesia, disegno, scultura, teatro…), comprendono anche tutte quelle attività che possono arricchire l’esperienza di lavoro e condivisione di gruppo.

L’importanza dell’attività artistica in gruppo risiede nel fatto che uno o più oggetti vengono creati all’interno della vita del gruppo stesso; i modi in cui essa viene svolta e recepita influiscono su tutti i livelli di comunicazione e relazione. L’attribuzione di una forma ad aspetti della propria vita psicologica e ai modi con cui noi interpretiamo il mondo, consente una più rapida auto-apertura ed auto-esplorazione.[3] Questo favorirà l’aumento del proprio senso di auto-efficacia, legittimando anche la presenza di bisogni e desideri che fino ad ora non hanno trovato accoglimento.

Il gruppo, secondo l’approccio dello psicodramma classico, è regolato da alcuni principi di base: la simmetria, la circolarità e l’ assenza di giudizio, che permettono ad ognuno di trovare un proprio spazio al suo interno, in un clima accogliente, familiare e curativo. La situazione paritetica del gruppo contribuisce alla nascita di questo clima di rispetto e cura reciproca, in cui ognuno sarà libero di mettersi in gioco nella misura in cui si sente di farlo.

“Donare” parti di sé e dei propri vissuti al gruppo è un gesto che aumenta il legame, la fiducia negli altri e il riconoscimento, favorendo un reale “incontro” tra le persone. Il desiderio, la relazione, l’essere sé stessi, la spontaneità, la libertà, l’incontro, il riconoscere, l’essere riconosciuti, l’essere visti. 

L’incontro, in termini moreniani, è luogo di scambio delle autenticità. Questo è ciò che avviene durante il lavoro di gruppo di psicodramma: l’incontro con se stessi e con il proprio mondo interno e l’incontro con l’Altro…quale obiettivo migliore?!

  Dott.ssa Stefania Cioppa


[1] A. Righetti, “La socialità”, in “Diritto alla speranza”, Ed. Pungitopo, 2008, Messina.

[2] K. Lewin

[3] J. Campbell, “Attività artistiche in gruppo”, Ed. Erickson, Trento.

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