Archive for novembre, 2012

30 novembre 2012

Gravidanza nei sogni

SOGNARE DI ESSERE INCINTA

Probabilmente sarà capitato a tutti di sognare di avere il pancione o di partorire, e altrettanto probabilmente vi sarete fatti un sacco di domande rispetto a questo, qualcuno avrà pensato di essere davvero incinta…Ma cosa ci vuole dire il nostro inconscio quando porta nei nostri sogni una gravidanza? E un parto? Come per tutto quello che riguarda un sogno, bisognerà di certo prestare attenzione a tutto quello che completa la storia, alla nostra vita e le emozioni che il sogno ci suscita. E’ possibile però ragionare intorno ad alcuni argomenti comuni.

Quando si è in dolce attesa, una piccola vita, portatrice della sua energia vitale, cresce dentro di noi. Ogni giorno raggiunge delle conquiste enormi, compie delle trasformazioni quasi magiche e cresce, finchè non sarà il momento di affrontare il mondo lasciando il corpo della propria madre. Allora davanti ad un sogno di gravidanza, ci dovremmo chiedere: che cosa stà crescendo dentro di noi? Forse è stato piantato un seme che comincia a dare i suoi frutti…A volte se lo sappiamo, è importante sapere a che periodo di gestazione siamo nel sogno. “Sogno di avere il pancione e so di essere al quinto mese..” allora mi chiederò: Che cosa può essere successo cinque mesi fa? Forse è iniziato qualcosa? In ogni caso dovremmo riflettere sul fatto che una grande energia trasformativa stà crescendo dentro di noi, un progetto prima solo pensato magari stà per prendere forma, un trasferimento tanto desiderato,  un bambino reale oppure l’emergenza della nostra parte maschile o femminile. Seguendo questa linea, sognare di partorire ci indicherà allora la nascita (a volte solo inconscia) di qualcosa: un pensiero, un progetto, una relazione, una consapevolezza…Avrà un certo valore capire come avviene il parto: un parto molto doloroso per esempio, ci indicherà una non facile presa di consapevolezza, o la difficoltà che la nascita di questo nuovo progetto porta con sé.

Direi che quindi, almeno nei sogni, facciamo posto ai pancioni! E questo riguarda sia le donne che gli uomini..

Dott.ssa Irene Bellini

 

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26 novembre 2012

Le emozioni legate all’aborto spontaneo

COSA SI PROVA QUANDO LA GRAVIDANZA SI INTERROMPE

Come spesso accade, ogni individuo, ogni coppia, risponde in maniera diversa ad uno stesso evento, in questo caso la perdita del proprio bambino a causa di un aborto spontaneo. Saranno molti i fattori che andranno ad influenzare emozioni e sentimenti: caratteristiche individuali, epoca di gestazione in cui avviene la perdita, se ci sono stati aborti precedenti, come è stato gestito l’evento…Insomma ogni esperienza porterà con se la propria specificità. Di certo il fatto che si tratti di un evento piuttosto comune (una gravidanza su tre infatti si interrompe nel primo trimestre), non significa che non lasci una traccia importante. Sulla base della nostra esperienza, abbiamo constatato come, seppur ci vengano portati svariati modi di affrontare questa circostanza, in realtà essa sottende una serie di vissuti emotivi comuni.

Ci troviamo di fronte ad una genitorialità interrotta, ferita, spesso infatti risuonano parole come “vuoto”, “solitudine”, “tristezza”, “impotenza”, “frustrazione” , “rabbia” e “sentimento di colpa”. La coppia si troverà ad affrontare una perdita che romperà o farà vacillare gli equilibri fino a quel momento raggiunti, questo soprattutto perché l’uomo e la donna saranno invasi da vissuti diversi e di conseguenza da differenti modi di reagire. Il corpo ha un ruolo piuttosto significativo in questo senso. La donna infatti si è vista cambiare giorno dopo giorno, ed ora il senso di vuoto la assale anche sul piano fisico, l’uomo non può che viverlo attraverso ciò vede nella sua compagna e le proprie fantasie. La donna si sente impotente e inadeguata nel proprio ruolo di madre, l’uomo si sente impotente perché non c’è nulla che possa fare, nemmeno per la propria donna.

La diversità di questi vissuti e dei modi di agire può portare anche a una difficoltà nel riuscire a comunicarli in modo adeguato e nel comprendere quelli dell’altro. Le reazioni saranno di vario genere: alcune volte la reazione difensiva davanti ad emozioni dolorose da sentire porta la coppia sul piano del fare, come nel caso di chi comincia subito la ricerca di un’altra gravidanza; altre volte la tristezza è talmente profonda da risvegliare esperienze precedenti e richiedere un tempo maggiore di elaborazione.

Il periodo successivo all’aborto potrebbe essere caratterizzato da uno svuotamento di energie, tutte impiegate nel tentativo di far fronte al trauma. Non sarà allora insolito provare stanchezza, svogliatezza, poca tolleranza verso gli altri, scarso o grande appetito…Sarà altrettanto comune provare una certa tristezza all’avvicinarsi della ricorrenza dell’aborto o della data presunta del parto mai avvenuto.

E’ possibile che le emozioni sopra descritte vi accompagnino a lungo. Non c’è nulla di strano in questo: siamo di fronte ad un lutto, un trauma che richiede il tempo necessario affinché possa essere interiorizzato in una forma accettabile. Non esiste un’unica giusta reazione, ma esiste giusto tempo per “soffrire”. Purtroppo le emozioni che si provano tendono a rimanere finché non si trova la forza di affrontarle e dargli un significato accettabile per il proprio mondo interno. Non è mai consigliabile fare finta di nulla e coprire le emozioni dolorose con cose da fare: il lavoro, le uscite…è importante ascoltarsi e vivere le emozioni nel momento in cui emergono, poiché nessun nuovo progetto potrà sostituirne uno vecchio: ciò che verrà sarà comunque un altro progetto.

Dott.ssa Irene Bellini

Dott.ssa Stefania Cioppa

23 novembre 2012

Percorso di gruppo

I RUOLI DELLA MIA VITA

Laboratorio di gruppo per la crescita personale

 condotto con l’uso dei Metodi Attivi e dello Psicodramma classico

Sei incontri serali, a cadenza settimanale, a partire da lunedì 13 maggio 2013.

Per maggiori informazioni clicca qui.

19 novembre 2012

Il valore del gruppo nel lavoro su se stessi

 

“La socialità è un desiderio. Il desiderio di stare con gli altri. Di sentirsi accolti”[1]; abbiamo bisogno degli altri per condividere le nostre cose, il nostro amore, le nostre passioni, i nostri saperi, le nostre storie e arricchirci di ciò che la condivisione stessa, lo scambio e il riconoscimento dell’altro ci trasmettono.

Siamo per natura portati a questo tipo di scambio, il piacere dell’Altro muove il nostro stare al mondo e la reciprocità delle relazioni nutre la nostra felicità.

Fare un lavoro su di sé è un’esperienza ricca ma al contempo faticosa, permette di conoscersi meglio e di essere quindi più consapevoli di ciò che ci succede e del perché, ma con il presupposto di abbattere le difese personali, di mettersi a nudo, di togliere le maschere che ogni giorno indossiamo. Ma quale può essere il vantaggio nel fare un lavoro di questo tipo all’interno di  gruppo?

Quando lavoriamo su noi stessi portiamo con noi un bagaglio di esperienze e di persone che fanno parte della nostra storia personale, che hanno influito in modo più o meno significativo sul nostro modo di essere e di rapportarci agli altri. Il gruppo rappresenta una realtà in misura ridotta, un piccolo mondo. Al contempo è una realtà protetta, nella quale è possibile mettersi in gioco,  esprimersi e sperimentarsi in modo nuovo, per cogliere quegli aspetti che spesso per paura o inconsapevolezza non mostriamo.

È assodato e condiviso da molti autori che il gruppo è forza, ed “è più della somma delle sue parti”[2] perché mette insieme le energie dei singoli sommato alla forza stessa del gruppo che si crea dalla condivisione e dalle esperienze vissute insieme. Un lavoro di gruppo guidato dall’azione risulta ancora più ricco poiché è dall’azione stessa che si sprigionano le energie dei singoli e del gruppo nel fare delle cose insieme.

L’uso dei “metodi attivi”, termine che sta ad indicare l’impostazione metodologica dettata dall’azione più che dalla parola, dal fare più che dal pensare, favorisce l’emergere di tutti quei processi e quei vissuti emotivi spesso mediati dalla razionalità.

I metodi attivi traggono la loro origine dallo Psicodramma Classico moreniano ma, contaminati dalle arti (scrittura, danza, poesia, disegno, scultura, teatro…), comprendono anche tutte quelle attività che possono arricchire l’esperienza di lavoro e condivisione di gruppo.

L’importanza dell’attività artistica in gruppo risiede nel fatto che uno o più oggetti vengono creati all’interno della vita del gruppo stesso; i modi in cui essa viene svolta e recepita influiscono su tutti i livelli di comunicazione e relazione. L’attribuzione di una forma ad aspetti della propria vita psicologica e ai modi con cui noi interpretiamo il mondo, consente una più rapida auto-apertura ed auto-esplorazione.[3] Questo favorirà l’aumento del proprio senso di auto-efficacia, legittimando anche la presenza di bisogni e desideri che fino ad ora non hanno trovato accoglimento.

Il gruppo, secondo l’approccio dello psicodramma classico, è regolato da alcuni principi di base: la simmetria, la circolarità e l’ assenza di giudizio, che permettono ad ognuno di trovare un proprio spazio al suo interno, in un clima accogliente, familiare e curativo. La situazione paritetica del gruppo contribuisce alla nascita di questo clima di rispetto e cura reciproca, in cui ognuno sarà libero di mettersi in gioco nella misura in cui si sente di farlo.

“Donare” parti di sé e dei propri vissuti al gruppo è un gesto che aumenta il legame, la fiducia negli altri e il riconoscimento, favorendo un reale “incontro” tra le persone. Il desiderio, la relazione, l’essere sé stessi, la spontaneità, la libertà, l’incontro, il riconoscere, l’essere riconosciuti, l’essere visti. 

L’incontro, in termini moreniani, è luogo di scambio delle autenticità. Questo è ciò che avviene durante il lavoro di gruppo di psicodramma: l’incontro con se stessi e con il proprio mondo interno e l’incontro con l’Altro…quale obiettivo migliore?!

  Dott.ssa Stefania Cioppa


[1] A. Righetti, “La socialità”, in “Diritto alla speranza”, Ed. Pungitopo, 2008, Messina.

[2] K. Lewin

[3] J. Campbell, “Attività artistiche in gruppo”, Ed. Erickson, Trento.

14 novembre 2012

Sei

 

“Sei è un numero perfetto di per sé, e non perché Dio ha creato il mondo in sei giorni; piuttosto è vero il contrario. Dio ha creato il mondo in sei giorni perché questo numero è perfetto e rimarrebbe perfetto anche se l’opera dei sei giorni non fosse esistita” (S. Agostino di Ippona, “La Città di Dio”).

Secondo Sant’Agostino questo numero è denso di significati, rappresentando la somma dei primi tre numeri (1+2+3).

Pensando al sesto giorno della Genesi, si può considerare il sei anche simbolo del compimento di un ciclo creativo, come un frutto al culmine della sua maturazione; un momento di armonia e pienezza ma che, nel contempo, cela in sé la profezia della dissoluzione.

Nella simbologia numerica greca, il numero 2 e il numero 3  sono simboli, rispettivamente, del femminile e del maschile. Il loro prodotto (2×3=6) rappresenterebbero dunque l’unione sessuale dei due generi. Il sei diviene così un simbolo di totalità nonostante, nella tradizione, questo numero porti con sé una vigorosa simbologia femminile (basti pensare che, per i cinesi, il sei era dotato della ricettività passiva del femminile yin).

9 novembre 2012

Agata

La prima cosa che mi viene in mente ogni volta che sento “agata” è la protagonista del  film: “Agata e la tempesta”. Si tratta di una donna frizzante ed esuberante, la sua energia vitale è talmente forte che quando passa, l’illuminazione artificiale va in tilt, si spengono lampadine e lampioni. Nel film Agata, nonostante i propri timori, riesce a realizzare il suo progetto creativo incanalando nella giusta direzione le proprie energie. Questo le permetterà anche di proteggere se e gli altri dal suo particolare potere, diventato pericoloso.

Agata è una bellissima pietra, usata in cristalloterapia a scopo protettivo: protegge il feto durante la gravidanza, protegge da malesseri fisici come male agli occhi e disturbi della pelle, aiuta nella gestione delle proprie energie vitali favorendone un positivo incanalamento. A livello mentale e spirituale, l’agata protegge dagli influssi esterni favorendo la concentrazione e permettendo una maggiore chiarezza interiore cui dovrebbe seguire più distensione e serenità. E’ un ottimo tonico, capace di stimolare la circolazione linfatica,  il sistema immunitario e di calmare i crampi allo stomaco. La si usa ponendola all’altezza del fegato e della milza, oppure nella regione del cuore.

L’agata è la pietra associata al segno della Vergine, segno della raccolta e dunque del nutrimento, ma anche dei Gemelli. Secondo il lapidario orfico “…ha lo stesso colore fulvo dell’invincibile leone: ecco perché ai primi uomini, che erano semidei, piacque chiamarla pelle di leone, perché è picchiettata di macchie diverse rosso fuoco, bianco, nerastro e verde.”.

Il suo nome deriva dal fiume greco Akatés, dove fu trovata per la prima volta.

Secondo i Greci l’agata era utile contro i morsi dei ragni e degli scorpioni, propizia l’amore e la simpatia degli altri.

L’agata è una pietra che è possibile trovare in numerose forme e colori, proprio per la sua varietà i nostri antenati l’hanno considerata come simbolo delle infinite manifestazioni del soprannaturale e come simbolo della crescita spirituale.

Il colore naturale dell’agata varia dal rosso al marrone, pertanto risulta indicata per il primo chakra il “Muladhara”, in cui risiedel’energia che nutre tutto ciò che deve essere realizzato: la Kundalini.

Dott.ssa Irene Bellini

7 novembre 2012

Aborto spontaneo: perchè a me?

Dopo un aborto spontaneo le sensazioni di vuoto, di smarrimento, di incredulità e di impotenza travolgono e trasportano in una dimensione quasi surreale in cui ci si sente sospesi dalla realtà e incredibilmente soli…solo una vocina continua a echeggiare dentro di sé: “perché è accaduto a me?”.

Nonostante tra le tipiche paure che accompagnano una gravidanza ci sia quella di perdere il bambino, non penseremmo mai davvero che possa accadere a noi. Quando ci si sente dire “non c’è battito”, “la gravidanza si è interrotta”…si rimane attoniti, increduli, non sembra possibile! “Perché a me? Io che ero pronta ad accogliere questo bambino, che l’ho cercato con amore, che ho condiviso questa esperienza con il mio compagno, che ho preparato uno spazio per lui….”

Si cominciano a cercare risposte a questa triste domanda “Sarà stato il destino…la natura… doveva andare così…meglio così perché probabilmente il bambino avrebbe avuto dei problemi…probabilmente io e il mio compagno non eravamo davvero pronti…” potremmo andare avanti per pagine, e sicuramente chiunque stia leggendo queste righe avrebbe da aggiungere qualcosa.

Spesso la ricerca di una causa diventa talmente importante da creare una serie di fantasie su chi o che cosa possa essere responsabile dell’evento.  Nella maggior parte dei casi prende il sopravvento il senso di colpa che pone la donna a sentirsi unica responsabile rispetto alla mancata gravidanza Forse ho fatto troppi sforzi, forse non avrei dovuto bere quel bicchiere di vino, forse ho mangiato male, forse sono stata punita per tutte volte che non ho sperato di non essere incinta, forse, forse…”; in altri casi può essere trovato un responsabile all’esterno, come rappresentante del proprio sentimento di fallimento. L’attribuzione di colpa permette, in modo fantasmatico, di incanalare la rabbia per un evento verso il quale si prova una forte impotenza. Le proprie emozioni vengono direzionate verso qualcosa che è spiegabile in modo concreto, pensabile e tangibile e come tale sembra essere più vicino a sé e alla propria realtà. Un evento come l’aborto spontaneo, infatti,  mette di fronte ad un senso di impotenza senza confini, dove l’unica certezza è quella della morte del proprio bambino, ma dove null’altro ha una spiegazione logica e razionale.

Nonostante siano tante le possibili risposte, difficilmente ce ne sarà una che farà stare bene semplicemente perché questa domanda una risposta non ce l’ha: “E’ successo a me perché può succedere.” Bisogna accettare il proprio dolore e quello del compagno, guardarlo, sentirlo, elaborarlo, tendendo al domani.

Purtroppo non abbiamo il potere di cambiare gli eventi in senso retrospettivoTutto ciò blocca in una dimensione di dolore in cui non trova spazio l’evoluzione, poiché tutte le energie tendono al passato, alla ricerca di qualcosa che possa rendere meno tristi. Per fortuna invece possiamo tendere al futuro e buttare via i “se” e i “ma”. Ieri è passato, non perdiamo quello che ci ha insegnato, ma non è lì la nostra vita. Noi siamo qui oggi e domani.

 Dott.ssa Irene Bellini

Dott.ssa  Stefania Cioppa

4 novembre 2012

Infertilità e crisi di coppia

Le conseguenze silenziose dell’infertilità

Se è vero che d’infertilità si parla poco, è altrettanto vero che dell’impatto di questo fenomeno sulla sessualità di coppia se ne parla ancora meno.

Nel momento in cui una coppia decide di sposarsi o di iniziare una convivenza, ha in modo più o meno consapevole l’idea che un giorno dalla  loro unione si possa generare una nuova vita. Quando questo non succede, la diagnosi d’infertilità può indurre gli aspiranti genitori a interrogarsi sul valore e sul significato del loro legame.

Ha senso continuare a stare insieme quando sul futuro aleggia l’ipotesi di una vita senza figli?

Senza entrare nel merito del significato e delle conseguenze emotive che una domanda di questo tipo può avere sulla coppia, mi sembra opportuno evidenziare che lo shock iniziale causato da una diagnosi d’infertilità provoca  inevitabilmente reazioni emotive negative. Spesso i coniugi si sforzano di tenere a bada questi pensieri, di nasconderli all’altro quasi come se si dovessero vergognare per il solo fatto di aver generato un tale pensiero o una tale emozione…Per quanto può sembrare banale bisogna sottolineare che non c’è nulla di cui vergognarsi, le emozioni negative non solo esistono ma vanno affrontate ed elaborate, per evitare di  compromettere la qualità della comunicazione tra i membri della coppia già messi a dura prova da una diagnosi infelice.

L’infertilità dunque oltre a causare profonde sofferenze psicologiche individuali e disagi nella comunicazione può avere delle ripercussioni sulla sessualità di coppia.

L’attività sessuale che fino a quel momento era un piacere, smette di essere un’attività ludica nata dal desiderio per diventare attività finalizzata alla procreazione. L’iniziativa sessuale di un partner può essere vissuta dall’altro come finalizzata al solo progetto genitoriale andando così a minare la qualità del rapporto.

In circostanze simili il successo dell’atto sessuale è dato dalla capacità di concepimento e non dal livello d’intimità e sintonia raggiunta. La sessualità perde la sua valenza affettiva per trasformarsi in mero meccanicismo: il desiderio sessuale lascia il posto ai ritmi della fertilità biologica; l’attività sessuale diviene quindi scandita da ritmi, orari e modalità ben precise.

Spesso capita che uno dei due partner non sia disponibile all’attività sessuale pianificata per varie ragioni e ciò irrita profondamente l’altro andando a minare un equilibrio già precario all’interno della coppia.

L’infertilità è una condizione che mette a dura prova. Ci vuole complicità, pazienza comprensione e soprattutto una continua comunicazione che permetta alla coppia di ricordarsi reciprocamente che la vera forza è nel loro legame…

di Tiziana Fiore

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