Archive for ottobre, 2012

26 ottobre 2012

Come leggere i segnali del corpo…

Mal di testa, mal di stomaco, herpes, cistite, stanchezza…questi e molti altri sono solo sintomi che di frequente disturbano le nostre giornate. Ma se non ci soffermassimo al fastidio e provassimo ad andare oltre, potremmo leggere il messaggio di cui quel sintomo si fa portavoce.

Ma come si fa a capire cosa ci sta dicendo il nostro corpo, qual è la causa del nostro disturbo?

Secondo diverse discipline quali la bioenergetica, la psicosomatica, la medicina orientale, il sintomo si manifesta a seguito di un malessere che deriva da scelte che non sono giuste per noi. Comprenderne il significato quindi potrebbe aiutare a prendere delle decisioni che possono cambiare il nostro stato di salute, oltre che naturalmente la nostra vita.

Il disturbo fisico è riscontrabile anche a livello energetico, poiché le tensioni che si accumulano creano dei blocchi che non permettono all’energia di scorrere liberamente. Il sintomo e la parte del corpo interessata sono indicativi della zona in cui a livello sottile si crea il blocco, infatti l’energia non scorre in modo disordinato, ma viaggia lungo dei canali e attraverso i chakra.

Quest’ultimi, che funzionano come delle valvole, sono sette, posizionati lungo la colonna vertebrale, dal coccige alla sommità della testa. Ognuno si trova in corrispondenza di una delle principali ghiandole endocrine e di un plesso nervoso, in tal modo ogni chakra regola alcune funzioni fisiologiche specifiche, determinati organi e parti del corpo, nonché una specifica funzioni della coscienza. Dunque quando si manifesta un sintomo possiamo individuare qual è il chakra che controlla quell’organo e di conseguenza quali sono le funzioni della coscienza associate al suo funzionamento.

La nostra energia è alimentata inoltre da quella della terra/luna yin e del cielo/sole yang. La prima scorre lungo il canale di sinistra e rappresenta la parte femminile, emozionale, lo spirito, il desiderio, il nutrimento della madre, il passato, la seconda invece è contrapposta alla prima e rappresenta la forza maschile, l’azione il fare, il futuro, e si trova nella parte destra. Dunque se un disturbo si manifesta nel lato destro o sinistro del corpo ciò non sarà casuale, ma avrà un significato ben preciso poiché riguarderà uno di questi aspetti.

Per rispondere quindi alla domanda iniziale “cosa mi vuole dire il mio corpo?” è necessario identificare la zona o l’organo interessato, il chakra corrispondente e quindi la funzione della coscienza ad esso associata e il lato del corpo in cui si manifesta. A questo punto manca da chiedersi “qual’è il significato che riveste per me questo sintomo?”, “In quale aspetto della mia vita mi sento carente?”.

Qui di seguito riporterò una tabella che spiega in modo sintetico la struttura e le funzioni dei chakra e del nostro corpo.

CHAKRA CORRISPONDENZE FISICHE FUNZIONI CAUSE DI BLOCCO ELEMENTO
Muladhara Organi sessuali ed escretori Innocenza, saggezza, umiltà, spontaneità. Estremismo, rigidità, squilibrio sessuale. Terra
Swadhistana Sistema renale, intestinale e riproduttivo. Creatività Iperattività fisica o mentale Acqua
Manipura Sistema digestivo, pancreas, milza, fegato Soddisfazione e pace Preoccupazioni materiali, mancanza di pace Fuoco
Anahata Sistema circolatorio, cuore, polmoni. Sicurezza e gioia Insicurezza, Aria
Vishuddha Organi dei sensi e tiroide Comunicazione con l’esterno Sensi di colpa, complessi di inferiorità e superiorità Etere
Ajina Sistema endocrino, fronte, tempie Perdono False identificazioni
Sahasrara Area limbica, fontanella Integrazione, realizzazione, empatia. Dubbi su di sé e sulla propria evoluzione; dogmatismo Vuoto assoluto

Questa tabella non spiegherà in modo esaustivo ciò che il nostro corpo ci sta comunicando, ma può essere utilizzata come spunto di riflessione. E’ importante però sottolineare che per quando si possano dare delle indicazioni generali, ogni sintomo ha un significato soggettivo per la persona che lo manifesta, dunque non è possibile dare un’interpretazione univoca e assoluta. Un ascolto attento verso il proprio corpo e le proprie emozioni è la strada giusta per trovare la risposta.

 Dott.ssa Stefania Cioppa

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18 ottobre 2012

Revisione in chiave analitica di “Fight Club”

Chi non ha mai visto o sentito parlare di questo capolavoro diretto da David Fincher?

Il film (1999) è tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palaniuk e vede protagonisti attori quali Edward Norton e Brad Pitt.

 Vi consiglio, qualora non abbiate ancora visto il film, per non rovinarvi la “sorpresa” (ci sono infatti numerosi colpi di scena), di farlo prima di proseguire nella lettura di questo articolo.

 Edward Norton è il narratore, un anonimo protagonista che lavora in una casa automobilistica in qualità di impiegato. La sua vita è monotona; è ansioso, insonne e non ha vita sociale, ad eccezione di un gruppo di auto-mutuo-aiuto per malati terminali, ove finge di essere affetto da una patologia incurabile per incontrare persone, comprendere cosa sia la sofferenza, trovare un escamotage per far fronte alla propria insonnia ed avere accesso ad una tazza di caffè gratis.

Durante un viaggio di lavoro conosce Tyler Durden (Brad Pitt), un originale e stravagante  venditore di sapone, che si offrirà di ospitarlo nella sua casa obsoleta quando l’abitazione del protagonista verrà distrutta da un inspiegabile incendio. Lo coinvolgerà anche nella nascita del “Fight Club”, una sorta di circolo segreto in cui gli appartenenti al gruppo combattono tra loro.

Tyler Durden si dimostra da subito essere l’indiscusso leader carismatico, mentre Edward Norton, dapprima entusiasta di Tyler e di nuovo felice, nel corso del film si renderà conto delle stravaganze dell’amico e della gravità dei progetti che cerca di realizzare. Ben presto, infatti, il Fight Club prenderà uno stampo ecoterrorista. 

Il film si conclude con una denuncia alla Polizia, da parte del protagonista, circa il progetto del signor Durden di far esplodere i maggiori Istituti di Credito della città. In quel momento il protagonista si renderà improvvisamente conto che Tyler Durden non è nient’altro che se stesso, scisso ed identificato in una seconda personalità, violenta e rabbiosa, speculare alla propria. Il narratore, alla luce di tali consapevolezze, nel disperato tentativo di prendere il sopravvento e fermare definitivamente il Tyler Durden che è in lui, si uccide.

La scissione del protagonista del film in due identità differenti, personificate rispettivamente da Edward Norton e Brad Pitt, può essere considerata una esemplificazione del concetto junghiano di rifiuto ed amputazione dell’Ombra (Trevi, Romano, 2009).

Jung per Ombra intende “la parte “negativa” della personalità, la somma cioè delle qualità svantaggiose che sono tenute possibilmente nascoste e anche la somma delle funzioni difettosamente sviluppate e dei contenuti dell’inconscio personale” (C.G. Jung, 1973).

Che cosa succede quindi? Come nel romanzo di Stevenson “The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde” (1886), in cui il virtuoso Dr. Jekyll, non potendo integrare all’interno di sé aspetti della propria personalità, è costretto a vivere due vite, una delle quali è la sua terribile Ombra resasi autonoma e incontrollabile dalla coscienza, anche nel caso di Fight Club possiamo dire che una parte della personalità, più controllata e consapevole (E. Norton), è come se arretrasse di fronte alla rivelazione di un’altra parte (B. Pitt) più inconscia; si trova quindi costretta ad espellerla ma, nel contempo, a vivere una vita parziale dal punto di vista psichico, forzatamente ridotta alla parte “in luce” della personalità. Come osserva Jung, l’Ombra  viene abbandonata al “male” ed è costretta a vivere autonomamente, senza alcuna relazione con il resto della personalità (Trevi, Romano, 2009).

                            di S. Lupo

Bibliografia

Trevi, M., Romano, A. (2009), “Studi sull’Ombra”, Raffaello Cortina.

Jung, C.G., (1973), “Psicologia dell’inconscio”, Bollati Boringhieri.

Stevenson, R.L. (1886), “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide”, Giunti.

10 ottobre 2012

Quando insegnare la scrittura?

I PREREQUISITI PER L’INSEGNAMENTO DELLA SCRITTURA

Lo sviluppo del bambino è costellato da un numero rilevante di apprendimenti ognuno dei quali, seppur rapido, riveste una grande importanza. Pensiamo ad esempio al gattonare, tappa che come le altre sarebbe importante non saltare. Permette al bambino di scoprire il mondo che lo circonda, a entrare in relazione con le proprie capacità sensoriali, apprendere concetti fondamentali relativi allo spazio, gestire la propria coordinazione e quindi poi stare in equilibrio.

L’apprendimento della scrittura andrebbe introdotto indicativamente intorno ai 6 anni, età in cui il bambino risulta maggiormente predisposto all’acquisizione degli automatismi grafomotori, con la possibilità che le informazioni si fissino più facilmente nella memoria. Un insegnamento precoce potrebbe portare a difficoltà sia di tipo motorio che percettivo con eventuali conseguenze a livello psicologico e motivazionale.

Affinché si possa iniziare con l’insegnamento della scrittura, è necessario però che il bambino abbia acquisito i prerequisiti , ossia quelle abilità necessarie che faranno da base alla scrittura. Senza la loro esistenza, sarebbe come costruire una casa senza averne fatto le fondamenta. Nel caso in cui ad una verifica ci si rendesse conto di una qualche mancanza in questo senso, sarebbe bene rimandare la scrittura e rinforzare con attività specifiche le abilità necessarie affinché tale apprendimento possa avvenire con successo.

Scarabocchi, disegni e prescrittura, sono alcuni degli esercizi cui il bambino dovrà essere allenato al punto di averli interiorizzati, prima di poter passare ad un compito così complicato e rivoluzionario come l’apprendimento della scrittura.  Così come diverse sono le competenze richieste da tale compito, così molteplici saranno i prerequisiti necessari affinché tale acquisizione possa avvenire in senso positivo.

Il sistema nervoso del bambino dovrà essere abbastanza sviluppato da permette l’apprendimento sia del linguaggio parlato che di una adeguata motricità fine, oltre che permettere la comprensione delle regole che determinano il funzionamente della lingua scritta. Attraverso la funzione simbolica e adeguate competenze mnemoniche, il bambino dovrà essere in grado di operare l’astrazione che gli permetta la trasformazione grafema-fonema. La percezione visiva, acustica e spaziale permetterà al bambino di operare discriminazioni e classificazioni di forme, dimensioni, collocazioni spaziali, relazioni e confronto tra oggetti. Dovrebbe essere presente un buon senso del ritmo, necessario per distinguere l’ordine dei suoni e delle lettere che formano le parole. La definizione dello schema corporeo e la lateralità dovranno essere sufficientemente definite.

Dal punto di vista psicologico oltre che alle funzioni neuropsicologiche (attenzione, memoria, lateralizzazione, organizzazione prassica, spaziale e linguistica)  e cognitive (vari livelli di ragionamento, sintesi e analisi), il bambino dovrebbe aver raggiunto una buona maturazione affettiva e una certa stabilità affettiva. Questi aspetti contribuiranno a rafforzare la motivazione del bambino all’esprimersi attraverso la scrittura e dunque a dirigere le proprie energie verso un nuovo, ambizioso, progetto esterno.

Dott.ssa Irene Bellini

7 ottobre 2012

Infertilità e psicologia

OLTRE IL CORPO LA MENTE: L’importanza del sostegno psicologico nei casi d’infertilità.

Sebbene le linee guida pubblicate nell’aprile del 2008 sanciscano l’obbligo di fornire, all’interno di ogni centro di riproduzione assistita, un supporto psicologico a tutte quelle coppie che ne sentano la necessità, solo poche conoscono l’esistenza e l’importanza di un tale servizio.

Nonostante l’infertilità sia un fenomeno di origine multifattoriale, che coinvolge la coppia, non solo a livello fisico ma anche emotivo, permane a oggi la tendenza a ignorare gli aspetti psicologici e intimi focalizzandosi quasi esclusivamente sull’aspetto medico e tecnico del problema.

Nella pratica, questo si traduce in una sorta di auto-censura in cui la coppia tenta di negare tutta una serie di emozioni vissute al fine di convogliare tutte le energie nelle indagini cliniche necessarie alla formulazione di una diagnosi medica.

La condizione d’infertilità in linea di massima irrompe all’improvviso nella vita delle persone; tutti noi pensiamo di poter avere dei figli quando lo desideriamo, ma la realtà dimostra che sono sempre più numerose le coppie che scoprono che non è sempre così  e che si confrontano con questo disagio.

Che cosa succede dunque quando il bimbo non arriva?

Quando si vive il dramma di non riuscire a concepire un figlio, gli “aspiranti genitori” decidono di rivolgersi a uno specialista al fine di scoprire le cause organiche che stanno all’origine dei vari tentativi naturali falliti.

La coppia arriva quindi a consultare un medico/ginecologo con un coinvolgimento emotivo elevato causato dal velato sospetto di non riuscire a realizzare il loro progetto di vita condiviso.

Quando il sospetto diventa certezza è importante avere uno spazio di accoglimento e contenimento psicologico non solo a livello di coppia ma anche individuale in quanto, va ricordato, che l’evento infertilità può essere vissuto in maniera molto diversa dai due coniugi e proprio per questo va affrontato e gestito nel rispetto dei modi e nei tempi di entrambi.

La mancanza di un figlio può incidere profondamente sulla felicità e sulla stabilità degli aspiranti genitori andando a minare il loro equilibrio psico-fisico, portando anche a un ritiro dalle relazioni familiari e sociali.

Ogni mese l’arrivo delle mestruazioni alimenta un forte senso di delusione e frustrazione.  Il fatto di usufruire di uno spazio in cui poter esprimere tale disagio è di per sé terapeutico poiché permette alla coppia di imparare a gestire tutta una serie di emozioni negative che non solo è legittimo provare ma è necessario esprimere. Come già ricordato, per giungere a una diagnosi, la coppia deve sottoporsi a tutta una serie di visite ed esami diagnostici a volte molto intrusivi che generano imbarazzo soprattutto nell’uomo meno abituato della donna a sottoporsi a indagini che riguardano zone intime del proprio corpo. L’imbarazzo, l’attesa dell’esito che a volte richiede tempi lunghi, genera un forte stress nella coppia che se non è adeguatamente gestito può esasperare incomprensioni e tensioni emotive preferibilmente evitabili.

La coppia è messa a dura prova e un supporto volto all’accettazione di una diagnosi d’infertilità è il primo passo da compiere in quello che sarà il lungo viaggio alla ricerca della cicogna.

Dopo la diagnosi d’infertilità è opportuno gestire tutta una serie di vissuti emotivi legati alle varie possibilità che si aprono alla coppia: Che fare ora? E’ meglio abbandonare il progetto di diventare genitori ? Adottiamo un bambino? Ci affidiamo alla medicina? Queste sono solo alcune delle domande alle quali trovare una risposta non è né così facile né immediato. Qualunque sia la scelta è importante poter tirare fuori ed elaborare dubbi e perplessità emozioni e disagi per evitare che la coppia entri in un circolo vizioso in cui i “non detti”  diventano i protagonisti.

Affrontare i sensi di colpa, le frustrazioni e le delusioni, allentare le tensioni o più semplicemente vivere l’infertilità superando il tabù che aleggia intorno a tale condizione, deve essere visto come uno dei tanti obiettivi del sostegno psicologico in cui la coppia si apre all’incontro con un terzo non giudicante, accogliente e rispettoso del disagio vissuto da tutti coloro i quali sono alla ricerca della cicogna

                                                                                                                                                                                                Dott.ssa Tiziana Fiore

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