Archive for giugno, 2012

29 giugno 2012

Ossidiana

L’ossidiana

 

 

“Ti consiglio di mescolare la forza della pietra di Ossidiana con mirra odorosa e un lepitode risplendente, dalle scaglie argentate, il tutto insieme con lacrime di resina di pino. Tosto infatti che tu abbia sparso questo miscuglio sul fuoco, gli immortali ti concederanno il vaticinio dei beni e dei mali futuri e potrai conoscere tutto quello che vuoi. Il lepidote protegge dai mali dolorosi dei nervi.”

Dal “Lapidario Orfico”

Il suo nome deriva da “Obsius”, un romano che secondo Plinio l’avrebbe scoperta nei territori dell’odierna Etiopia. si tratta di una pietra nera, grigia, marrone (variegato da punteggiature bianche) o verde scuro derivante da una colata di lava molto liquida e ricca di silice che si è vetrificata a contatto con qualcosa di molto freddo. Il rapido raffreddamento impedisce che si creino cristalli e produce una massa amorfa e rigida, ricca di inclusioni solide, liquide e gassose.

Nell’età della pietra, veniva già usata per produrre sonagli utilizzati duranti i riti. Successivamente usata per fare gioielli e armi, per esempio le punte delle frecce: considerata infatti la pietra del guerriero che affrontava le battaglie con calma e serenità perché aveva già in sé l’idea di poter affrontare la propria morte. E’ figlia del fuoco e della profondità ma viene alla luce se a contatto con l’acqua… La sua nascita rimanda al suo duplice significato simbolico: così come purifica e illumina, l’ossidiana oscura e distrugge.

A livello psichico si pensa protegga le persone molto sensibili da influenze negative in modo da permettere a che la indossa una maggiore comprensione degli eventi: il suo colore infatti agisce come uno schermo verso ciò che si vuole respingere. Se a forma di specchio o di sfera, favorisce la meditazione. Viene oggi indossata con l’augurio che possa migliorare la determinazione e che doni maggior coraggio.

A livello fisico l’ossidiana accelera la guarigione delle ferite andando a bloccare le perdite di sangue e stimolando la rigenerazione dei tessuti. Se la si pone sull’area sacrale, allevia le infiammazioni nel basso addome. Favorisce anche la circolazione del sangue.

Associata al segno del Capricorno, determinato e perseverante, introspettivo di temperamento freddo e “duro come una pietra”.

Dott.ssa Irene Bellini

 

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26 giugno 2012

Cinque

Il cinque può essere considerato il simbolo della totalità naturale. Se vi guardate intorno, potrete facilmente rintracciarlo in natura, ad esempio nelle stelle marine, costituite da cinque punte, o contando i petali di alcuni fiori… Questo numero è divenuto nel tempo il simbolo dello sbocciare della primavera.

Ma il cinque è anche associato al corpo umano e al suo potere: cinque sono infatti le dita di mani e piedi, cinque le punte che si formano ponendo il corpo eretto con mani e piedi divaricati e tracciando delle linee immaginarie che collegano mani, testa e piedi. Tale rappresentazione del corpo si configura come uno dei simboli più forti associati tradizionalmente a questo numero.

Il cinque è inoltre colui che governa l’intelletto, la capacità di pensare chiaramente, anche in modo critico, la capacità intellettuale.

Secondo la Von Franz (1986:120), il cinque è il “quattro più centro”. In Cina è un numero sacro corrispondente ai cinque punti cardinali (includevano anche il centro), alle cinque note, ai cinque colori di base, alle cinque specie animali, radici, usanze: è  simbolo, dunque, di totalità.

Nell’induismo, il cinque è associato a Shiva, la divinità raffigurata anche con i cinque volti, simbolo della padronanza sui cinque sensi e sui cinque elementi.

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22 giugno 2012

Le pietre dure

IL SIMBOLISMO DELLE PIETRE DURE

Forme e colori diversi, significati magici e curativi…da sempre le pietre hanno affascinato l’uomo. Le pietre preziose rimandano simbolicamente ad una trasmutazione dall’opaco al luminoso, dalle tenebre alla luce, dall’imperfezione alla perfezione. Nell’antico Egitto le pietre polverizzate venivano usate per dipingersi il volto o come medicamenti; intagliate in diverse forme facevano da sfondo a testi di rituali, come il libro dei morti. Secondo il popolo egiziano infatti l’uso congiunto di preghiere particolari e la sacralità delle pietre, permetteva la protezione dell’anima durante il passaggio al regno dei defunti. Corniola e lapislazzuli sono esempi di pietre usate per questo tipo di rituale.

Anche i Sumeri, gli Assiri e i Babilonesi, incidevano agate e diaspri con formule magiche per assicurarsi favori divini. I Cinesi hanno coltivato nei secoli una profonda devozione per la giada, di cui è formato il Pien-ch’ing, uno strumento musicale che poteva emettere stupende melodie.

Nelle catacombe romane, i primi cristiani fecero uso di svariate gemme il cui utilizzo venne poi ripreso nel medioevo come simbolo di alcune proprietà spirituali: lo smeraldo rappresentava la comprensione, lo zaffiro la giustizia, l’ametista il buon consiglio e il diamante la fortezza.

 In India era uso assegnare ad ogni neonato una pietra che lo avrebbe accompagnato e guidato per il resto della sua esistenza.

L’Ayurveda , scienza medica indiana con cinquemila anni di storia, sostiene che ogni cristallo possiede una propria vibrazione curativa capace di sanare gli organi del corpo con cui entra in risonanza. Questa pratica è considerata il più antico metodo terapeutico di cui si abbia conoscenza.

Gli esperti, oltre ad attribuire ad ogni segno zodiacale un pietra che ne esalta le virtù, ritengono che anche il loro colore abbia un significato particolare.

Sembra quindi che il mondo delle pietre sia antico, vasto e ricco dal punto di vista simbolico. Potremmo dunque prestare attenzione a quale pietra penda dal nostro orecchino o a quale regalare alla nostra fidanzata. Forse scopriremo che la nostra pietra preferita è portatrice proprio di quell’energia che a noi manca, o che quella che proprio non ci piace porta con sé elementi che ci appartengono, ma che non vogliamo guardare…

Buona scoperta!

Dott.ssa Irene Bellini

20 giugno 2012

I SINTOMI LEGATI ALLA GRAVIDANZA

OLTRE IL SINTOMO

Che cosa succede quando intraprendiamo un progetto di genitorialità? Numerosi cambiamenti ci attraversano, sia a livello mentale che fisico. Ma qual è il loro significato e perché sono così diversi da persona a persona?

La gravidanza (termine con il quale ci riferiamo a tutto il periodo che va dal desiderio di avere un figlio al parto, e alla gravidanza interrotta) porta con se una serie di “sintomi”, alcuni fisiologici altri invece legati ad aspetti emotivi e relazionali, alla base dei quali spesso troviamo un’ambivalenza nel proprio progetto di maternità. Tale ambivalenza può essere attribuibile da un lato al non equilibrio tra desiderio di maternità e di gravidanza (tema affrontato nel nostro articolo precedente “Desiderio di maternità e/o di gravidanza”), dall’altro a sentimenti inconsci o esperienze precedenti irrisolte riattivati dal nuovo progetto genitoriale.

La psicosomatica e la psicoanalisi hanno affrontato questi temi partendo dal presupposto che i sintomi siano delle manifestazioni esterne di un disagio interno, considerando la mente e il corpo come un’ unità. Se guardiamo l’organismo in senso olistico accettiamo il presupposto che curare un sintomo senza cercare di comprendere l’informazione di cui è messaggero, equivarrebbe a non  estirparne la radice; questa continuerebbe a far nascere frutti non sani, seppur in diverse forme.

È importante quindi chiedersi cosa sta comunicando quel sintomo rispetto alla totalità della persona e della sua esistenza nel momento specifico in cui si manifesta.

Quali sono quindi i principali sintomi di una gravidanza e qual è il loro significato?

Prima del concepimento…

Cisti ovarica: Le ovaie sono delle ghiandole che secernono specifici ormoni ( estrogeni e progesterone) che determinano l’aspetto femminile, dunque rappresentano simbolicamente la femminilità e la creatività, quest’ultima intesa come capacità di generare non solo un figlio, ma anche un progetto. La cisti in generale indica un ristagno, un trattenimento; quella ovarica, proprio per la sua localizzazione, riguarda l’aspetto del femminile. Ciò che viene trattenuto o non espresso può riguardare sentimenti di paura e rabbia o rancore, legate all’impossibilità reale o meno di portare a termine un progetto creativo. La cisti quindi diventa la rappresentazione del conflitto generato da un femminile che non riesce ad esprimersi. Potrebbe ad esempio riguardare quelle donne che desiderano eccessivamente realizzare un progetto di vita importante (un nuovo lavoro, una gravidanza, un trasferimento…) al quale inevitabilmente si legano ansia e tensione, sentimenti che fanno da terreno fertile al ristagno. All’ opposto si possono formare in donne che non hanno visto realizzarsi fino in fondo il proprio progetto o che non si sono sentite sostenute. Questa tensione può coinvolgere anche la sfera della sessualità, infatti le cisti possono provocare dolore giustificando in qualche modo l’allontanamento della donna dall’attività sessuale. Tale allontanamento potrebbe nascondere una difficoltà rispetto alla propria fisicità o ai sentimenti nei confronti del partner. Quello che accomuna tutti gli esempi riportati è quindi la mancata espressione di un conflitto tutto al femminile.

Endometrite ed endometriosi: L’endometrio è la membrana che riveste la parete interna dell’utero, che subisce modifiche durante il ciclo mestruale inspessendosi e assottigliandosi per opera degli ormoni prodotti dalle ovaie. L’utero in termini simbolici rappresenta il nido, la famiglia, quindi la membrana che lo riveste, come una pelle, separa ciò che sta dentro con ciò che sta fuori.

L’endometrite è l’infiammazione dell’endometrio, tale sintomo rappresenta un “Dolore di non riuscire a rimanere incinta; può essere collegata alla collera nei confronti di un partner che ci rifiuta la gioia di essere madri, o risultare da conflitti in famiglia”. (Raiville C., 2000)

L’endometriosi, è il rigonfiamento della membrana uterina al di fuori del luogo in cui normalmente dovrebbe trovarsi. Risulta più invalidante perché potrebbe essere un fattore di rischio per l’infertilità in quanto causa dolore nei rapporti sessuali e difficoltà al concepimento. Il rigonfiamento infatti non lascia spazio all’accoglimento dell’embrione, e quindi al nuovo. Ciò simboleggia la presenza di un materno ingombrante dal quale non ci si riesce a liberare. La membrana si gonfia e occupa uno spazio che per natura dovrebbe essere sgombro e pronto ad accogliere, così come il legame con la propria madre, fatica ad allentarsi e a risolversi in senso evolutivo. L’ovulo faticherà a trovare il suo posto, occupato da conflitti di altra natura, tanto che a volte si presenta il timore di mettere al mondo un bambino in un ambiente ostile che potrebbe ostacolare il suo benessere. L’endometrio, in quanto membrana, può essere legato al tema della relazione in senso più ampio. Il suo rigonfiamento potrebbe indicare la manifestazione di una non volontà inconscia di mettere al mondo un bambino, oppure al timore che questo possa rompere l’equilibrio della relazione con il proprio partner.

Compulsione al concepimento: si tratta della ricerca di un figlio che avviene in maniera rigida e “meccanica”, con l’unica finalità di concepire e con la perdita di spontaneità nell’atto sessuale. Si manifesta soprattutto nelle coppie infertili, che nonostante i numerosi tentativi non riescono nel loro progetto genitoriale. In questo caso il problema a livello psicologico riguarda presumibilmente entrambi, è dunque opportuno chiedersi se la volontà consapevole di volere un bambino sia accompagnata da un reale desiderio inconscio, o se forse non sia un altro il progetto creativo che la coppia, o i suoi singoli componenti, possono portare a compimento.

Infertilità: è l’assenza di concepimento dopo 12/24 mesi di rapporti non protetti. Talvolta potrebbe essere letta come la cronicizzazione di sintomi non ascoltati. In particolar modo l’infertilità inspiegata (o idiopatica), in cui non vi sono cause organiche apparenti,  potrebbe provenire dalla paura inconscia di avere figli (angoscia del parto, paura di perdere il proprio ruolo, venire messi da parte dal proprio partner, non essere un buon genitore, ansia di mettere al mondo un bambino in un mondo caratterizzato da poche certezze,…). Quanto detto non va applicato in modo rigido. Ogni situazione è unica e unico è il senso che questo può avere per ogni coppia o individuo che si trova ad affrontare un tema così delicato come quello della infertilità.

Dopo il concepimento…

Nausee: accomuna molte donne, solitamente nel primo trimestre di gravidanza. Tale sintomo potrebbe provenire da una non accettazione totale della nuova vita che si prepara nel grembo materno, soprattutto per le donne che pensano che la nascita di un figlio possa rappresentare una svolta non favorevole per la loro vita futura. I tempi in cui si manifesta la nausea sono significativi poiché nei primi tre mesi di gravidanza vi è un processo di accettazione ed elaborazione, da parte della madre, della nuova vita che si sta sviluppando.  L’elaborazione di questo nuovo stato avviene maggiormente a livello psichico e solo in un secondo momento coinvolge il corpo, infatti i  primi cambiamenti fisici significativi iniziano a essere visibili solo verso la fine di questo periodo, motivo per cui questo processo risulta complesso e prevalentemente inconscio.

Gonfiori:  si manifestano alle gambe o in altre parti del corpo. Le trasformazioni che avvengono in gravidanza hanno una rapidità tale da rendere complicata in molte donne l’accettazione della nuova fisicità. Ad essa si accompagnano sentimenti contrastanti, a volte non del tutto positivi. Ci si può infatti sentire limitate dal proprio stato corporeo e nel proprio desiderio di fare quello che si faceva prima, fattori che inevitabilmente vanno a modificarsi. Probabilmente ci si dovrebbe chiedere in che termini ci si senta limitate dalla gravidanza, poiché è possibile che si tratti di uno spostamento emotivo sul corpo.

Diabete gravidico: In genere viene diagnosticato tra la ventiquattresima e la trentaquattresima settimana gestazionale. Con la gravidanza vi è una produzione, da parte della placenta, di ormoni che hanno un effetto iperglicemizzante, ossia aumentano gli zuccheri nel sangue. L’organismo materno reagisce  aumentando la produzione pancreatica dell’insulina, che a sua volta diminuisce il tasso glicemico. Se il pancreas materno non riesce a far fronte all’aumentata richiesta e produce quantitativi di insulina inferiori siamo in presenza di diabete gestazionale. Il diabete è connesso, in psicosomatica, ad una necessità da parte del soggetto di rendere “più dolce” la propria esistenza, poiché probabilmente questa manca di tale aspetto, procurando un abbassamento del tono dell’umore. In particolare, secondo C. Rainville,  quello gravidico sembra essere collegato a una grande tristezza che sopravviene durante la gravidanza, come ad esempio la perdita di una persona cara o una cattiva notizia.

Preeclampsia (o gestosi) ed Eclampsia: E’ necessario per chiarezza distinguere tra pre-eclampsia (o gestosi) ed eclampsia. La gestosi è una sindrome (ossia un insieme di segni e sintomi) che può manifestarsi solo ed esclusivamente durante la gestazione, nella seconda metà della gravidanza. E’ caratterizzata dalla contemporanea comparsa di tre aspetti patologici: un rialzo pressorio, un aumento delle proteine e una significativa formazione di edemi, ossia di ritenzione idrica a vari livelli del corpo (dalle gambe fino alle mani, al viso e al tronco..). L’eclampsia insorge quando in associazione a tali sintomi compaiono anche convulsioni. La gravidanza potrebbe aver riacceso un ancestrale senso di colpa legato alla propria nascita, come il non meritarsi di essere venuti al mondo che, legato alla propria nuova condizione generatrice, può scatenare ristagno, agitazione e nei casi più gravi convulsioni.

Prurito addominale alla fine della gravidanza: In linea generale il prurito rimanda ad una certa insofferenza e ansia. In questo caso la particolare collocazione fa pensare a sentimenti poco sereni rispetto al proprio corpo, vissuto come “troppo grosso”, tanto da rendere la donna impaziente rispetto al momento parto, nella speranza di potersi così liberare della propria tensione.

Voglie: desiderio irresistibile di ingerire un cibo durante la gravidanza, non sostenuto da cause organiche. Tale manifestazione potrebbe riguardare un desiderio, da parte della gestante, di attirare l’attenzione su di sé e sul suo stato. Simbolicamente potrebbe rimandare a un inconscio bisogno di riempire un vuoto interiore che nemmeno il bambino è riuscito a colmare, trattandosi di un aspetto più profondo.

Sonno: è un bisogno fisiologico dovuto allo sforzo che il corpo, nel suo nuovo stato, sta affrontando. Se perdura oltre il primo trimestre di gravidanza potrebbe rappresentare una difesa dall’ambivalenza della gravidanza.

Nel caso di una gravidanza non portata a termine…

Aborto spontaneo: come i sintomi sopra descritti può essere legato al fatto che la donna a volte inconsciamente non desidera il bambino che porta in grembo o non si sente pronta, in tal caso è presente una ambivalenza tra l’accettazione e il rifiuto del nascituro.

Gravidanza extra-uterina: è quella che si sviluppa nelle tube, e quindi nella zona dell’apparato che rappresenta la comunicazione nella relazione tra uomo e donna, tra il maschile e il femminile. Potrebbe quindi rappresentare un trattenimento da parte della donna dall’avere un figlio.

Gravidanza isterica (o pseudogravidanza): si tratta di una condizione femminile in cui compaiono tutti i sintomi tipici della gravidanza, dall’interruzione delle mestruazioni all’ingrossamento del seno, sebbene non sia avvenuto il concepimento. Può essere legata a un inconscio desiderio di partorire o di ottenere, con lo stato di gravidanza, una gratificazione da parte dell’ambiente.

È bene sottolineare che ogni sintomo assume un significato soggettivo per la persona che lo manifesta, perché è legato non solo al significato simbolico che ogni organo ha, ma anche al quello soggettivo che la persona gli attribuisce all’interno della cornice della sua esistenza. Dunque l’elenco di sintomi che abbiamo qui esposto non necessariamente andrà spiegare qualcosa che è uguale per tutti, ma può fornire degli utili spunti di riflessione sui quali ognuno di noi può interrogarsi.

Alla luce di tutti questi sintomi che sono più o meno comuni nelle donne, è possibile però affermare che ci sia una importante comunicazione tra mente e corpo, dunque prendersi cura dei propri sintomi diventa un momento in cui dedicare un’attenzione profonda a sé e al proprio sentire, perché spesso è proprio questa mancanza di “ascolto” che influisce sul nostro benessere e in questo caso sulle difficoltà legate alla gravidanza.

È importante infine sottolineare che un bambino dal ventre materno sente e prova tutto quello che percepisce la madre (preoccupazioni, paure, angosce, gioie…) e questo può influenzare tutta la sua vita. È bene quindi, già nel periodo prenatale, comunicare con il proprio bambino diffondendo un senso di calma, fiducia, amore, gioia, ma anche di eccitante attesa per la sua nascita.

“La mamma è il ponte che permette a un’anima di oltrepassare la soglia di una nuova vita, il padre è il pilastro di questo ponte”.

( Claudia Rainville, in “Metamedicina, ogni sintomo è un messaggio”.)

Dott.ssa Irene Bellini

Dott.ssa Stefania Cioppa

 

19 giugno 2012

La sabbia e la rieducazione della scrittura

L’uso della sabbia in grafoterapia

La sabbia è la terra, è la linea di confine tra l’invisibile, inconscia profondità del mare e il prominente territorio del conscio. Segna le orme del tempo. Delimita il confine della marea cosmica, ovvero quel moto fra l’essere dinamico e la vuota immobilità. Dacchè gli esseri umani hanno cercato la terra, i castelli di sabbia hanno catturato l’immaginazione di bambini e adulti.

Joel Ryce-Menuhin

 

La professione del rieducatore della scrittura, così come tante altre, richiede una messa in gioco diretta anche da parte dell’operatore. Sui testi e durante i corsi di formazione vengono proposte delle linee guida e degli strumenti cardine, di cui si è provata la funzionalità rispetto all’intervento. Nella pratica però ogni rieducatore metterà in gioco le proprie competenze anche in relazione ai propri interessi e le proprie conoscenze.

Creatività e fantasia. Credo siano due elementi base da tenere presenti nel lavoro di grafoterapia, d’altronde capiterà quasi sempre di avere a che fare con i bambini e come si fa a negare la fantasia con loro?

Mi sono avvicinata alla sabbia alcuni anni fa lavorando in una scuola in cui era presente una sabbiera. Ho iniziato ad usarla come un gioco da fare con i ragazzi disabili e subito l’ho proposta durante il mio primo caso di rieducazione della scrittura, con lo scopo di migliorare la motricità fine. Il mio rapporto con la sabbia è andato poi crescendo, ora sono una psicoterapeuta in formazione specializzata nella Sand Play Therapy e ho ampliato l’uso della sabbia sia nella pratica clinica che nella rieducazione della scrittura.

Credo valga la pena fare un piccolo accenno storico alla tecnica psicoterapeutica di Sand Play Therapy, poiché questo potrebbe aiutare nel comprenderne la magia. La nascita della metodologia del gioco della sabbia viene attribuita all’analista junghiana, paziente e allieva di Jung, Dora Kalff. La Kalff  frequentò per due anni (1955-1956) a Londra l’Istituto di Psicologia Infantile di Margaret Lowenfeld, qui apprese la sua tecnica “il gioco del mondo” (1935) che usava per la terapia dei bambini. Dora Kalff colse le potenzialità trasformative del metodo e intuì che il materiale del “Gioco del Mondo” avrebbe potuto essere usato oltre che per dare corpo all’inconscio infantile, anche per “contattare quel mondo intrapsichico arcaico e transpersonale,  teorizzato da Jung e a cui i bambini sono ancora così vicini durante i loro giochi.” (Marinucci, 2003)

L’analista svizzera, incoraggiata dallo stesso Jung, modificò alcuni aspetti del “Gioco del Mondo” e cominciò a sviluppare la base teorica, sulla base della psicologia analitica junghiana, di quella che sarebbe divenuta la Sand Play Therapy. Nel 1985 fondò la International Society of Sand Play Therapy nell’intento di sancire il metodo, e di promuovere la ricerca sul Gioco della Sabbia e sul processo di guarigione ad esso collegato. Successivamente accolse molti giovani psicologi nella sua abitazione a Zollikon (Svizzera), dove svolgeva la sua attività privata, formativa e clinica. Oggi molti di quei giovani studenti formano il gruppo italiano dell’Associazione della Sand Play Therapy (AISPT).

La sabbia e la rieducazione della scrittura

La mia vuole essere una proposta. Disponendo nel mio studio di una sabbiera, dalla quale tutti i bambini sono attratti, ho iniziato ad usare la sabbia nella rieducazione della scrittura. Credo si tratti di un ulteriore strumento di cui si potrebbe disporre nella pratica della grafoterapia. Cercherò di offrire alcuni esempi dell’utilizzo che se ne può fare, non perdendo di vista però il fatto che ogni intervento è diverso dall’altro, così come ogni rieducatore lavorerà portando un po’ di sé nella relazione con il paziente.

Considerato il valore simbolico della sabbia, non credo possa essere sostituita da altro materiale.

(https://granellidipsicologia.wordpress.com/category/curiosit-2/il-simbolocosa-vuol-dire/elementi-della-natura/sabbia/)

Possibili applicazioni nella rieducazione della scrittura

La mia idea è che la sabbia possa essere usata in quasi tutti i momenti della rieducazione. In genere durante il trattamento si parte da esercizi svolti in verticale (lavagna, foglio appeso al muro..), passando da fogli grandi a fogli piccoli; anche gli strumenti grafici vengono proposti con un ordine e con un obiettivo. In questo contesto la sabbia potrebbe rappresentare, in quanto elemento simbolicamente arcaico, il primo approccio utilizzabile.

Riporto alcune immagini di esempio:

“l’esercizio inizia con l’esecuzione del cerchio con il dito indice. Viene poi ripassato in modo da creare una ad una tutte le lettere dell’alfabeto corsivo che da esso traggono origine. Dopo averle osservate il bambino ha svolto lo stesso esercizio assegnando un oggetto ad ogni lettera e posizionandoli sulle forme precedentemente tracciate sulla sabbia. La gratificazione derivante dall’oggettiva qualità estetica del lavoro incide sulla motivazione del bambino. L’esercizio poi è proseguito con l’utilizzo dei pennelli e di un foglio appeso al muro, con lo scopo di interiorizzare e affinare il gesto.”
                                   “Esecuzione di forme legate di prescrittura”
                “Esecuzione di semplici forme curve prima leggere, poi calcate.”
“Dopo aver eseguito nella sabbia una spirale ed averla ripassata più volte, il bambino ha realizzato una ista delle biglie, compresa di ostacoli, sulla quale abbiamo giocato.”

Buona sabbia a tutti!

Dott.ssa Irene Bellini

 

 

18 giugno 2012

Il diario segreto

Mio caro diario….

 

La narrazione (orale o letteraria) è uno strumento privilegiato di conoscenza, essendo un cammino, un itinerario, un movimento che insegna qualcosa che non ha a che fare solo con i saperi della tecnica, ma con elementi di un altro tipo di conoscenza: il desiderio, il mistero, il tempo, la memoria, il dolore, il segreto“…(V.Iori.)

Sarà sicuramente successo a molti di voi di aprire quel bel quaderno di cartoncino che vi è stato regalato anni fa, di comprare un diario particolare o semplici fogli bianchi.

Come mai si tiene un diario segreto? Si tratta di un’attività senza età e senza tempo. Probabilmente ci sono momenti della vita in cui la scritturaci, accompagna maggiormente e altri in cui ce ne allontaniamo.

Il diario diventa il contenitore delle nostre emozioni, esperienze, segreti, riflessioni e tanto altro.

Spesso poniamo in lui una magica speranza risolutrice, tanto da battezzarlo (Anna Frank per esempio si rivolgeva a Kitty). In realtà quello che facciamo scrivendo è parlare con noi stessi, aprendo canali interiori talvolta inesprimibili in altro modo. La scrittura diventa atto creativo e in quanto tale strumento di conoscenza di sé.

Si tratta di un’attività importante a volte addirittura consigliata, proprio perché permette un’esperienza introiettiva, un viaggio attraverso memorie ed emozioni al fine di trarne la consapevolezza necessaria per affrontare il futuro in senso evolutivo.

Ma come ci sentiamo dopo aver messo nero su bianco noi stessi? A volte meglio, più leggeri, ma altre la tristezza prende il sopravvento. Non spaventiamoci, si tratta di una reazione del tutto normale causata dalle difficoltà legate al guardarci dentro.

L’importanza della scrittura di sé come autoriflessione e crescita personale è stata oggetto di alcune ricerche. Secondo J.W. Pennebaker (2004) “Tradurre in parole le esperienze che ci hanno turbato, può influire sui pensieri, gli stati d’animo e la salute fisica[…]Le persone che avevano scritto dei pensieri e dei sentimenti più profondi evidenziavano un funzionamento immunitario più intenso rispetto a chi aveva trattato aspetti più superficiali”.

A questo punto perché non aprite il vostro diario…?!

Buona scrittura a tutti!

Irene e Tiziana

11 giugno 2012

Normalità o follia?

Vorrei raccontarvi una storia molto carina…”C’era una volta…”

Un potente stregone, con l’intento di distruggere un regno, versò una pozione magica nel pozzo dove bevevano tutti i sudditi. Chiunque avesse toccato quell’acqua, sarebbe diventato matto. Il mattino seguente, l’intera popolazione andò al pozzo per bere. Tutti impazzirono, tranne il re, che possedeva un pozzo privato per sé e la sua famiglia, al quale lo stregone non era riuscito ad arrivare. Preoccupato, il sovrano tentò di esercitare la propria autorità sulla popolazione, promulgando una serie di leggi per la sicurezza e la salute pubblica. I poliziotti e gli ispettori, che avevano bevuto l’acqua avvelenata, trovarono assurde le decisioni reali e decisero di non rispettarle. Quando gli abitanti del regno appresero il testo dei decreti, si convinsero che il sovrano fosse impazzito, e che pertanto ordinasse cose prive di senso. Urlando, si recarono al castello, chiedendo l’abdicazione. Disperato, il re si dichiarò pronto a lasciare il trono, ma la regina glielo impedì, suggerendogli: “Andiamo alla fonte, e beviamo quell’acqua. In tal modo, saremo uguali a loro.”E così fecero: il re e la regina bevvero l’acqua della follia e presero immediatamente a dire cose prive di senso. Nel frattempo, i sudditi si pentirono: adesso che il re dimostrava tanta saggezza, perché non consentirgli di continuare a governare? La calma regnò nuovamente nel paese, anche se i suoi abitanti si comportavano in maniera del tutto diversa dai loro vicini. E così il re potè governare sino alla fine dei suoi giorni.

( da "veronica decide di morire", P. Coelho)

Ma che cosè la follia? chi decide chi è normale e chi non lo è? in base a che cose è possibile giudicare il comportamento altrui come “folle”?…questi sono molti quesiti che hanno accompagnato la nostra storia.

Questo racconto evidenzia un aspetto della follia che molto spesso è stato tralasciato, ossia gli occhi dell’osservatore. Se in un gruppo di pecore nere c’è solo una pecora bianca chi è “la pecora nera”?!!

Ebbene la cosa curiosa è che siamo abituati a giudicare il comportamento altrui sulla base del nostro, del contesto in cui viviamo, basterebbe però girare l’angolo per apprendere che ciò che per noi è strano e fuori dal comune per qualcun’altro è del tutto normale! Questo accade non solo per la sofferenza mentale, ma per tutte le abitudini, dal cibo, all’abbigliamento, ai valori etc…pensiamo ai riti di alcune tribù, ai nostri occhi potrebbero sembrare assurdi, privi di senso! Ciò non significa che anche chi osserva noi non ci consideri buffi e stravaganti!

Spesso per vari motivi siamo noi che attribuiamo agli altri un giudizio di valore personale, come se gli appiccicassimo una bella etichetta.

Il folle, così come più in generale “il diverso” viene spesso disumanizzato, sminuito, come se l’unicità della persona e della sua espressione non fosse un valore. Se partissimo invece da questo presupposto forse riusciremmo a imparare molto di più, sia a livello umano che di conoscenza. Non dobbiamo avere paura di avvicinarsi a chi non è come noi, a chi è diverso da noi, perchè pensare che l’altro potrebbe avere la stessa nostra paura probabilmente ci farebbe ridere a crepapelle! “e perchè mai dovrebbe aver paura di me?!!!…io sono una brava persona!!” …bé forse anche lui potrebbe pensare alla stessa cosa, non credete?

Questa breve storia apre in realtà un sacco di altre riflessioni, sul bisogno di essere accettati dagli altri, di non essere esclusi, ma anche sull’effetto che il giudizio altrui ha sul nostro comportamento e sulla formazione della nostra identità. Pensate…il re e la regina non sarebbero più stati tali se non si fossero uniformati al popolo! Non sarebbero più stati riconosciuti!

Sicuramente sarà capitato anche a voi di sentirvi “la pecora nera” del gruppo e magari avete deciso di cambiare colore proprio per non sentirvi esclusi. Oppure avete sfilato davanti a tutti per far ammirare la vostra originalità!

…tanto altro si potrebbe ancora dire…lascio a tutti voi la libertà di viaggiare con la fantasia e l’immaginazione per riflettere sul significato che questo racconto vi ha suscitato e se ne avete voglia di condividerlo con noi. Buona meditazione!

 

Stefania

 

 

4 giugno 2012

ANDROLOGIA E PSICOLOGIA

ANDRO….. ……CHE???

L‘andrologo (dal greco aner: uomo e logos: discorso) è lo specialista che studia la salute maschile, con particolare riferimento alle disfunzioni dell’apparato riproduttore e urogenitale. È la controparte del ginecologo che si occupa invece dell’apparato sessuale femminile.

In quest’articolo parleremo di prevenzione ed è per questo che mi sembra opportuno chiarire che cosa intendiamo con questo temine…

La prevenzione è l’insieme di quelle azioni finalizzate a impedire o ridurre la probabilità che si verifichino eventi non desiderati.

In ambito medico con il termine prevenire s’intende quindi l’insieme delle condotte volte al mantenimento o al miglioramento dello stato di salute.

Si parla di prevenzione primaria per indicare quelle azioni volte a evitare o contrastare l’insorgenza di una malattia, la prevenzione secondaria è legata invece alla diagnosi precoce di una patologia nascente e infine la prevenzione terziaria cura e riduce i “danni” prodotti da una patologia, limitando le complicazioni.

Se a questo punto dovessi lanciare un sondaggio e chiedere quanti di voi sono andati almeno una volta nella vita dall’andrologo, sono sicura che non serva nessun tipo di calcolatore elettronico per fare i conti, poiché purtroppo, non esiste nel nostro paese una cultura della prevenzione soprattutto al maschile. Coloro i quali si recano dall’andrologo lo fanno in tarda età quando magari spinti dalla compagna, si trovano di fronte a una disfunzione sessuale o ancora peggio a fare i conti con una paternità negata. Molto spesso, infatti, l’uomo inizia a fare dei controlli solo quando una volta deciso di diventare padre, i tentativi naturali falliscono; a quel punto spinti da una compagna che rompe la barriera del “i panni sporchi si lavano in casa” si rivolgono allo specialista con un atteggiamento distaccato quasi stessero vivendo la vita di un altro.

Perché tutta questa riluttanza? Per una donna sembra tutto più naturale al punto che andare dal ginecologo in linea di massima, diventa una tappa obbligata del diventare donna. E l’uomo? Per l’uomo la sessualità è sinonimo di virilità quindi fino a che non ci sono problemi che inibiscono una regolare attività sessuale, difficilmente, si reca da uno specialista a titolo del tutto preventivo. In fondo se “il membro” funziona per quale ragione, dovrebbe recarsi da un andrologo? Le ragioni per cui andare possono essere diverse in primis perché molte delle infezioni sono asintomatiche e spesso quando ci sono delle avvisaglie, è tardi e l’intervento a qual punto è volto a limitare i danni di una patologia contratta che magari, poteva essere evitata.

La prevenzione è importante in tutti gli ambiti ma lo è ancor di più in tutti quei settori che sono dei “tabù” dove non solo non si parla di certe cose ma se presenti, bisogna lottare con tutte le energie per tenere nascosto a tutti quello che sta per capitare….

Di prevenzione all’infertilità si è iniziato a parlare solo recentemente ma una campagna di sensibilizzazione soprattutto nelle scuole diventa non solo utile ma oserei dire necessaria in una società come la nostra in cui i casi d’infertilità sono in aumento.

Gli uomini, adolescenti o adulti che siano, pensano di trovare le risposte alle loro perplessità sui propri genitali attraverso forum ai quali rivolgono le domande più disperate. Il web, infatti, garantisce l’anonimato ma non è detto che sia attendibile soprattutto in materia sanitaria.

E’ proprio per questo che ho deciso di scrivere queste due righe per ricordare di non sottovalutare segnali che ti sembrano banali e imbarazzanti, non pensare “a me non può succedere” e soprattutto rifletti sul fatto che le tue scelte di oggi hanno una ricaduta sul tuo futuro un domani …

Per saperne di più sulla prevenzione andrologica clicca qui:http://www.prevenzioneandrologica.it/

Dott.ssa Tiziana Fiore

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