Archive for maggio, 2012

15 maggio 2012

Quando il nostro gatto non c’è più

Quando perdiamo il nostro amico micio…

 

Spesso entrano nelle nostre case ancora piccoli, stanno in una mano! Li coccoliamo, li accudiamo e giochiamo con loro. Ci accompagnano in tutto ciò che accade nella nostra vita e, nonostante la loro autonomia, chi ha un gatto sa come questi sia in grado di cogliere le nostre emozioni e darci a suo modo affetto e sostegno. Si crea un rapporto speciale con il nostro compagno, prima siamo in qualche modo i suoi genitori, poi magari amici e infine è lui a divenire più anziano di noi.. In ogni caso è sempre e comunque un membro della famiglia in cui vive. Quando allora purtroppo lo perdiamo, ci assale un vuoto a volte incomprensibile. Ma insomma, è un gatto! Ma è il NOSTRO gatto, il nostro compagno di avventura e disavventura, forse ci siamo confidati con lui, forse ci siamo coccolati in momenti  grigi della nostra vita…ci siamo insomma accuditi a vicenda… Come ogni altra perdita, la morte del nostro gatto ci pone di fronte al doloroso percorso di elaborazione del  lutto. Possiamo decidere di celebrare la sua morte come meglio crediamo e sentire il nostro dolore finché non si sarà trasformato. Fino ad allora sarebbe meglio non prendere un altro micio, sarebbe come “sostituire” con il nuovo quel che ora manca, riempire uno spazio occupato da malinconia senza averlo prima pulito e preparato ad una nuova vita.

Un saluto affettuoso ai nostri “amici mici” e ai loro “amici umani”.

Irene

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14 maggio 2012

Quale strada prendere?…seguire la propria strada…

” Nel momento in cui comincia ad avviarsi, un guerriero della luce riconosce il proprio Cammino.

Ogni pietra, ogni curva, gli danno il benvenuto. Egli si identifica con le montagne e i corsi d’acqua, scorge parte della propria anima nelle piante, negli animali, negli uccelli della campagna.

Allora, accettando l’aiuto di Dio e dei Suoi segnali, si lascia condurre dalla propria Leggenda Personale verso le incombenze che la vita gli riserva.

Alcune sere non ha un posto dove dormire, altre soffre d’insonnia. “Questo è coerente”, pensa il guerriero. “Sono io che ho deciso di procedere lungo questa strada.”

In questa frase è riassunto il suo Potere.

Egli ha scelto la strada che sta percorrendo, e non ha nulla da recriminare.

(da il “Manuale del guerriero della luce”, P. Coelho)

Certo, la vita non è proprio una passeggiata! Ci sono giorni in cui siamo capaci di rimettere tutto in discussione, in cui pensiamo di aver sbagliato tutto, di non essere al posto giusto, e questo succede soprattutto quando il cammino risulta lento e faticoso, quando non vediamo cosa ci sarà dietro la prossima curva o dopo la salita.

Ma poi ci voltiamo e guardiamo la strada percorsa e torniamo indietro nel tempo fino al giorno, o ai giorni, in cui abbiamo scelto di percorrere proprio quel sentiero. Una scelta coraggiosa, dettata dalla passione, dal desiderio, dai sogni. Una scelta fatta di scelte, le nostre. E’ solo in quel momento che ci accorgiamo di quanta strada abbiamo già fatto e qual’è stato il punto di partenza. Ritorniamo nel là ed allora e sicuramente tra i nostri pensieri c’è stato un “Io posso… io voglio…” e ritroviamo quella forza che ci permette di affrontare l’ennesima curva e l’ennesima salita.

L’energia che ci serve la troviamo dentro di noi, nelle nostre scelte, nella nostra volontà, nella nostra possibilità di decidere.

Se la strada non è quella giusta le porte che vorremmo vedere aperte non appariranno, si chiuderanno, o si aprirà qualcosa di più grande e inaspettato…

Guardate i segnali!!!…e in bocca al lupo!

Stefania

11 maggio 2012

Quattro

Vi siete mai resi conto di quanto sia presente questo numero intorno a noi? Pensiamoci bene: ci orientiamo nello spazio secondo i quattro punti cardinali, tracciamo il perimetro delle città secondo i quattro lati di un quadrato. Quattro sono inoltre le stagioni, le fasi lunari, i venti principali.

E’ presente in natura sia negli animali (quadrupedi), sia nei fiori e nei cristalli.

Il quattro è dunque il numero della totalità, della completezza, dell’equilibrio. E’ colui che traccia i confini, organizza gli spazi, stabilisce i limiti.

Secondo i Maya, il quattro è il numero “perfetto”.

Qualcuno di voi si è mai domandato se il quattro sia un numero maschile o femminile? Secondo molti è entrambi. In effetti la logica rettilinea sottesa al quadrato può essere considerata razionale, quindi associata al maschile. D’altra parte, i cinesi associano il quattro allo yin: il femminile umido, ricettivo, buio. Anche gli alchimisti europei consideravano il quattro un numero femminile.

Secondo Von Franz (1986), il quattro è stato spesso utilizzato per indicare il rapporto con una realtà che va oltre le conoscenze umane. E’ stato ampiamente utilizzato nella mitologia, nell’architettura e nella pittura sacra per rammentare la connessione reciproca tra le forze dell’universo.

In Giappone ed in altre nazioni dell’Asia orientale, il quattro è considerato un numero sfortunato: può essere pronunciato sia “yon”, sia shi” (e quest’ultimo ha una pronuncia simile all’ideogramma che è il simbolo della morte). Piccola curiosità: a causa di questa credenza, si tende in questi paesi ad evitare raggruppamenti di quattro oggetti uguali, ad esempio servizi da thé (B. Cohen, 2007).

di S. Lupo

4 maggio 2012

“Il sentiero della vita”

Granelli di Psicologia

presenta

“Il sentiero della vita”

Laboratorio espressivo e di crescita personale

Vi proponiamo un viaggio a tappe attraverso i ricordi e le emozioni, tra scrittura, disegno, gioco e condivisione.

Vi aspettiamo in via Varazze 10, zona Piazzale Brescia.

Per maggiori informazioni clicca qui.

2 maggio 2012

Dallo scarabocchio al disegno

Lo sviluppo della scrittura

Spesso quando si pensa alla scrittura, si è portati a considerarla come punto di inizio di un processo di apprendimento grafico, forse perché coincide con l’inizio dell’alfabetizzazione e della scolarizzazione del bambino. In realtà la scrittura è l’ultimo gradino di un lento e graduale sviluppo che dallo scarabocchio passa attraverso il disegno. L’insieme delle abilità percettive e motorie conquistate in questi primi tentativi di produzione grafica viene a costituire il bagaglio di competenze di cui il bambino dispone per affrontare l’ulteriore tappa di sviluppo: la scrittura.

In questo senso, appare evidente l’importanza degli stimoli ambientali ed educativi che dovrebbero favorire e opportunamente attivare le potenzialità del bambino.

Nell’interazione con l’ambiente e in rapporto con lo sviluppo cognitivo e motorio, il bambino affronta un primo percorso che lo porterà all’acquisizione di quelli che chiamiamo i prerequisiti per l’apprendimento della scrittura, solo a quel punto sarà possibile per lui affrontare le lettere dell’alfabeto.

A otto mesi il bambino lascia e crea le prime tracce di interazione con l’ambiente: sporca con la minestrina o la pappa, lascia il segno con la macchinina, ecc.

A un anno e mezzo circa il bambino comincia ad esplorare l’ambiente e le sue tracce si fanno più insistenti. Troviamo traccia delle sue manine sui muri, lo vediamo alla ricerca di oggetti scriventi. In questo periodo le esperienze che il bambino fa non hanno ancora intento rappresentativo, appaiono più che altro come manipolazioni.

E’ a 18 mesi che si pone in genere l’inizio dell’attività grafica. La penna, o qualsiasi strumento grafico, tenuto forte con impugnatura a pugno, viene guidata in modo casuale dalla mano. I primi scarabocchi sono creati da gesti ampi e rapidi, senza controllo. La motricità non è ancora sufficientemente controllata, dunque il bambino fatica nel rimanere dentro i margini. E’ un’attività che, spinta dal principio del piacere, per il bambino è fonte di piacere sia a livello motorio che visivo.

Secondo Olivaux questa fase è rappresentata da punti martellati e interrotti, che vanno visti sul piano simbolico come tentativi di allontanamento e riavvicinamento, scoperta del mondo esterno con un ritorno al punto di partenza (si pensi al gioco del rocchetto, Freud); si fa riferimento alla classica modalità messa in atto dal bambino per gestire l’angoscia per la perdita della madre.

Quaglia individua le componenti emotive che già precocemente accompagnano l’uso che il bambino fa di vari tipi di tracciato, in particolare fa riferimento a due tipi di segni:

tracciato buono: morbido e curvo a segnalare tranquillità e benessere.

tracciato cattivo: linee spezzate, sovrapposte, fortemente calcate, a segnalare vissuti di rabbia, frustrazione e collera.

Verso i due anni, due anni e mezzo, l’impugnatura digitale diviene usuale, il bambino organizza meglio la coordinazione occhio-mano, ora è l’occhio che guida la mano verso la direzione voluta, il movimento appare più controllato, i gesti si fanno più piccoli e meno rapidi. Il gomito comincia ad appoggiarsi al tavolo, ma il polso, ancora rigido, lascia poca libertà.

Si notano in prevalenza linee curve con gesti di va e vieni. In questa fase prende piede il graduale passaggio

che porterà dallo scarabocchio motorio allo scarabocchio coordinato.

Il bambino comprende che i suoi gesti possono produrre tracce, e i suoi scarabocchi appaiono:

– senza forme particolari, spesso ovali o ellissi; questo perché scrive con tutto il braccio con l’omero che fa da pivot

– diversi in base alla posizione adottata per produrli: seduto, in piedi..

– spesso monocromatici

– tendono ad occupare tutto il foglio e spesso escono dallo stesso

– la produzione è continua, tanto che al bambino servono diversi fogli.

Per tutti questi motivi è utile lasciare grandi spazi al piccolo artista, in modo che possa espandersi dove vuole, risulta utile ai fini dello sviluppo della motricità.

Come detto in precedenza, il passo successivo è caratterizzato dallo scarabocchio coordinato. I gesti appaiono maggiormente controllati, il bambino scopre che esiste una relazione tra il proprio gesto e

il segno lasciato e questo lo stimola a sperimentare nuove forme e nuovi colori. La prensione è a tre dita, la motricità si organizza, l’occhio guida la mano e il gomito fa da pivot. Il bambino articola le tracce grafiche senza sovrapposizioni e senza superare i limiti del foglio, le forme di vario tipo vengono comunque ancora prodotte casualmente, senza intenzionalità.

Non mancano le prime personalizzazioni dovute al temperamento, al particolare stato d’animo e all’atteggiamento assunto verso l’ambiente. Secondo Olivaux si possono distinguere movimenti generati da differenti scariche emotive: punti marcati e lanciati (ira e aggressività), pressione eccessiva fino a strappi sul foglio e annerimenti (angoscia e aggressività), questi ultimi compaiono spesso in corrispondenza della nascita di un fratellino.

In genere il bambino usa il colore fin dai primi scarabocchi, ma lo fa in modo indifferenziato, difficilmente cambierà colore nel corso dello stesso disegno. Se dovesse accadere, in genere viene fatto per variare l’attività più che per ottenere differenze percettive nel risultato. Se invece risultasse attento ai colori, di norma il bambino piccolo tenderà a privilegiare colori vivaci. Degno di nota il bambino che sceglie precocemente colori “naturalistici”, e/o che non usa i colori nonostante li abbia a disposizione. E’ bene anche controllare il rifiuto del singolo colore.

Nel corso del secondo anno, si nota un aumento della volontà di organizzare il tracciato. La crescente capacità di coordinazione occhio-mano unita all’intenzionalità fa si che il bambino usi lo scarabocchio per sperimentare il piacere liberatorio di affermare se stesso, le sue emozioni, la sua vitalità, la sua ansia e la sua aggressività.

Evolvendo dall’originario gesto a spirale, nascono le prime forme chiuse, prime rotonde, poi quadrangolari e triangolari con spigoli, inizialmente arrotondati, nascono le prime figure a raggi. Si noterà la tendenza a ripetere le forme in seguito alla loro acquisizione, e diviene sempre più sistematica la comparsa di singole forme piccole (cerchiolini, gomitolini,ecc.), anche se appaiono ancora sparpagliati nel foglio, poiché manca a bambino la capacità di gestire e organizzare lo spazio.

Intorno ai tre anni le linee curve interrotte e riprese nello stesso punto, talvolta anche con un colore o uno strumento diverso dal primo, ci segnalano l’acquisizione da parte del bambino del vero e proprio scarabocchio coordinato. Il foglio diviene materiale da modificare e adattare alle proprie esigenze, il bambino utilizzerà la squadratura del foglio per delimitare lo spazio (organizzazione embrionale). Le linee potrebbero sembrare più incerte di prima, ma è dovuto al fatto che è diminuita la velocità del gesto a causa del maggior controllo del gesto operato dal bambino. Le dimensioni diminuiscono, i colori risultano maggiormente articolati, l’occhio ha raggiunta un’ottima capacità di guidare la mano. Il bambino non disegna più solo per sentire il piacere del movimento, ma per rappresentare sensazioni interne vissute intensamente. Negli scarabocchi troveremo molte forme

primarie, che seguendo Jung, potremmo definire archetipiche; si tratta di forme che fanno parte di un repertorio universale da cui il bambino può attingere senza fine.

Durante il terzo anno il bambino attraversa quello che Quaglia definisce lo stadio della rappresentazione, seguito da quello della presentazione con lo scarabocchio denominato, dettato dall’imitazione dell’adulto e dal realismo fortuito.

Il bambino una volta scoperto “casualmente” che potrebbe esistere un’analogia tra le sue rappresentazioni grafiche e oggetti del mondo reale, prende l’abitudine di cercare nell’ambiente cose simili a quelle da lui disegnate. In genere vengono riprodotti prima i movimenti ( ad esempio la strada per le macchinine); la forma e le dimensioni degli oggetti acquistano maggior valore in corrispondenza della maggiore organizzazione delle categorie mentali.

Il bambino è concreto e realista, il suo scarabocchio è guidato da intenzionalità rappresentativa, si sforza nel ripetere gli esperimenti riusciti, arricchendoli sempre più; l’attenzione è ancora discontinua. In questo senso parliamo di realismo mancato, caratterizzato da errori tipici di questa età:

-manca ancora il senso delle proporzioni, che è bene non forzare, il bambino ci arriverà naturalmente, per il momento è ancora guidato dal principio del piacere.

– non ha ancora il senso dei apporti reciproci tra i vari oggetti

– disegna ogni cosa separatamente.

Sempre a questa età inizia ad emergere lo scarabocchio onomatopeico: i bambino e interessato agli oggetti in quanto cose che si muovono, che fanno qualcosa, e che facendolo producono un rumore (che lui imita). Spesso non troviamo rappresentata la forma dell’oggetto, ma o schema del suo movimento. Il significato, che anche il piccolo da al suo disegno, evolve nel corso della sua esecuzione. Partendo dunque da un’intenzione iniziale, prende piede un processo in cui un tema ne trascina un altro: associazione di idee (Freud) o immaginazione attiva (Jung).

In questo stadio il bambino mette in atto  i primi tentativi di imitare la scrittura, producendo tracciati sinuosi oppure angolosi, inizialmente continui lungo tutto il rigo, poi frazionati in segmenti più o meno lunghi.

Siamo ora nella fase della presentazione, in cui il bambino inizia ad associare allo scarabocchio un nome: le sue forme non sono più equivoche, anche se l’adulto non lo riconosce, il bambino ne individua la relazione anche dopo del tempo. In questo stadio vengono operate diverse tipologia di presentazioni:

– globale: viene dato un nome a forme indefinite

– signica: “Leggi! E’ scritto li!”

– formale: il bambino utilizza forme diverse per rappresentare forme diverse

– cromatica: a macchie colorate diversamente vengono associati diversi oggetti.

Al fianco dello scarabocchio compare sempre più spesso il disegno della scrittura o grafismo scritturale. Il risultato diviene sempre più importante, in oltre ora il bambino disegna per qualcuno. Il rapporto con l’adulto è rintracciabile nel modo in cui il piccolo esegue il disegno: desideroso, attento, soddisfatto,ecc.

E’ in atto il passaggio dalla rappresentazione di un’idea mentale del reale, alla forma ineludibile dello stesso, per questo è molto probabile individuare delle mal destrezze produttive, intese come

errori che il bambino compie e corregge andando ad arricchire il proprio repertorio.

Nello scarabocchio, che si avvicina ad essere un disegno, è possibile ritrovarla dinamica dell’assimilazione e dell’accomodamento descritte da Piaget. La tendenza è infatti quella di conservare le forme apprese come sempre uguali, cercando di aderire sempre al rassicurante modello iniziale in modo da progredire gradualmente verso il cambiamento.

Durante il terzo anno compare anche la prima forma di uomo girino, primo passaggio verso lo sviluppo del disegno della figura umana.

Durante il quarto anno il bambino passa attraverso un fase di transizione, al fianco delle vecchie figure, ne compaiono di nuove, ad esempio il profilo del volto che si innesta su base frontale. Caratteristico di questa età è lo stadio figurativo, tra le altre forme, è possibile rintracciarne anche a mandala, che per Jung esprimono un significato primordiale di armonia ed equilibrio.

Rispetto al disegno le prime preoccupazioni riguardano l’orientamento, in genere prima verticale, nascono le linee della terra e del cielo di modo che nello spazio grafico vengano trasportate le coordinate dello spazio psicomotorio; si pensi ai rapporti sotto-sopra, davanti-dietro, sinistra-destra,ecc.

L’uomo girino, o cefalopode, si arricchisce di testa e occhi, in alcune femmine anche del tronco.

Il bambino si avvia verso il realismo intellettuale, che compare in modo molto elastico tra i quattro e i sei anni e mezzo, in relazione al tipo di educazione e agli orientamenti didattici. Il piccolo artista, disegna dell’oggetto non tanto quello che vede, ma quello che conosce, usando quindi l’intelligenza e le conoscenze di cui dispone.

Le caratteristiche ricorrenti in questo stadio sono:

– la trasparenza: ad esempio è possibile vedere un mobile dentro una casa

– copresenza di prospettive diverse: per esempio viso di profilo e frontale insieme

– sintesi in un’unica immagine di momenti successivi di un evento: narrazione grafica, prefumetto

– ribaltamento: che è possibile riscontrare anche verso i sette, otto anni.

– rappresentazione grafica di concetti, dettagli, nomi di fianco agli oggetti.

Tutti questi “accorgimenti” rispondono all’esigenza del bambino di mettere sul foglio tutto quello che conosce.

L‘età tra i cinque e i sei anni è ancora caratterizzata dal realismo intellettuale, il disegno dell’omino viene completato da testa, tronco, abiti,ecc.; comincia l’apprendimento della scrittura.

Verso gli otto, nove anni, il bambino sviluppa il realismo visivo, rintracciabile nel fatto che viene disegnato ciò che viene visto. A questo stadio è possibile arrivare anche prima, così come al contrario è possibile che un adulto non ci sia mai arrivato. In ogni caso la maggiore capacità critica porta allo sviluppo della prospettiva, il punto di vista unilaterale, le prime vignette. Se il bambino piccolo predilige tendenzialmente colori caldi, a otto anni in genere prevale l’uso di colori freddi, in linea con lo sviluppo della razionalità. Rispetto all’uso del colore possono fare da segnale dall’arme ‘eccessivo utilizzo del nero e del rosso, l’assenza di colore o il suo uso improprio.

 Bibliografia

Olivaux R., Disgrafie e rieducazione della scrittura, a cura di Lucilla Tonucci, AGI Ancona, 2005

Quaglia Rocco, Manuale del disegno infantile: storia, sviluppo, significati, Utet Libreria, 2005

Dott.ssa Irene Bellini

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